T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


28 ottobre 2007

Il prezzo della tenerezza

Stavo lavorando al computer per rimettere a nuovo il sito di Babbo Natale.
Notte inoltrata, la peste negli occhi, il lavoro da finire entro l'alba. Volevo accendermi una sigaretta, il pacchetto era nella giacca appesa sulla sedia, a circa dieci metri dalla mia postazione. Troppo stanco per andare a prenderlo. Se mi fossi alzato non sarei più tornato indietro. In chat è comparsa un'amica. Una che abita a trecento chilometri da casa mia. Le ho spiegato il problema. Lei disse che sapeva come aiutarmi. Le suggerii di prendere la macchina e sfrecciare a casa mia, per prendere il pacchetto dalla mia giacca e porgermelo. La porta di casa era chiusa, ma non a chiave.
Accettò.
Dopo circa due ore e mezza la porta si aprì. Era lei.
"Dov'è la giacca?"
La indicai.
Cercò per un po' nelle tasche, prese il pacchetto e me lo lanciò.
"Grazie"
"Ok, tutto bene?"
"Sì, sto lavorando"
"Ok, ci vediamo"
Chiuse la porta. Il rumore dell'accendino si alternava a quello della sua auto che si allontanava nella via.
Tentai diverse volte di accendere la sigaretta senza riuscirci. L'accendino era esaurito. Chiamai la mia amica al cellulare, ma il numero era irraggiungibile. Dopo due ore e mezza ricomparve in chat.
"Ascolta", scrissi, "l'accendino non funziona. Hai da accendere?"
"Arrivo"
Attesi quasi tre ore e la porta si aprì un'altra volta.
Lei aveva già l'accendino in mano. Dopo due secondi stavo inalando il primo tiro.
"Sono troppo stanca per tornare indietro"
"Mi stai dicendo che vuoi dormire qui?"
"Magari"
"Fai pure"
Andò sul mio letto.
Dopo un paio d'ore scrissi a Babbo Natale che avevo finito di aggiornare il sito. Andai a letto.
Lei dormiva.
Mentre prendevo sonno pensai che potevo provare a infilarglielo nel culo, per vedere se si fosse svegliata.
Mi addormentai.
Quando mi svegliai il mattino illuminava tutta la casa.
Lei non c'era più.
Andai in bagno perché dovevo pisciare e sentivo male alle palle.
Davanti al cesso mi accorsi di non avere più il cazzo.
Corsi a prendere il cellulare.
Di fianco al cellulare sul tavolo della cucina c'era un piatto coperto con un tovagliolo.
Sul tavogliolo il biglietto: "Ti ho preparato la colazione".
Alzai il tovagliolo e urlai forte.




26 ottobre 2007

"Ciao Fe', a marted́"

Quando siamo arrivati al centro ricreativo multimediale era tutto spento, c'eravamo solo noi. Dalle vetrate al piano superiore si vedevano le coppie ballare. Si avvicinavano pericolosamente alle finestre per poi allontanarsi trottolando. Al piano terra continuavamo a restare soli. Abbiamo provato ad aprire la porta: era aperta. Abbiamo acceso la luce, continuando a restare soli. La stanza della sala prove era chiusa a chiave. Eravamo lì per suonare e qualcuno si era dimenticato di noi. Abbiamo temuto che i gestori avessero preferito scopare e/o guardare la partita. Le coppie al piano di sopra continuavano a ballare. Frequentavano un corso di ballo. Non sapevano nulla del perché giù fosse tutto spento.

Di fianco alla sala prove c'erano gli uffici. Computer, risme di fogli e libri, tutto incustodito. C'era anche un refrigeratore, l'ho aperto. All'interno c'erano i corpi congelati dei gestori, tre in tutto. Niente partita allora, niente sesso. Abbiamo estratto e buttato per terra i corpi. Sono andati in frantumi. Al piano di sopra continuavano a ballare, non sapevano perché la sala prove fosse chiusa e nemmeno che ci fossero i corpi congelati. Abbiamo tappato il piatto doccia in bagno per poi riempirlo con i frammenti dei corpi radunati alla rinfusa. Dopo mezz'ora erano sciolti in un'unica poltiglia. Con il secchio l'abbiamo travasata nel refrigeratore e siamo andati via.

Uscendo abbiamo visto una delle coppie colpire il vetro e precipitare di fronte a noi. Sono caduti e rimasti immobili abbracciati, non abbiamo aspettato che si muovessero. Al piano di sopra continuavano a ballare. Per colmare il vuoto della prova mancata abbiamo girato tutto il centro di Bologna con due amiche. Una di loro aveva partorito un bambino con uno di noi anni fa. Il bambino era cresciuto troppo in fretta, in pochi anni era diventato più grande dei genitori, invertendo i ruoli e creando confusione in particolar modo la sera, quando i genitori meditavano sugli intrecci carnevaleschi della quotidianeità. Verso le due di notte le due amiche erano così ubriache che sono partite, così senza avvisare, lasciando valige e biancheria intima pulita a Bologna. In mancanza d'altro siamo tornati alla sala prove. Era ancora chiusa. Abbiamo aperto il refrigeratore. All'interno giaceva un feto gigantesco e congelato. L'abbiamo estratto e legato sul tetto di una delle nostre auto. Dopo essere partiti, il feto ha usufruito dell'alta velocità raggiunta come rincorsa e si è alzato in volo. Ci siamo fermati a guardare. Dopo un paio di minuti c'è stata l'esplosione. Il cielo si è tinto di rosso e bianco. La gente usciva dalle case per guardare, qualcuno si buttava già dalla finestra per l'emozione. Mentre le striature bianche e rosse si intersecavano per sfuggire a qualcosa di indefinito,ho preferito guardare una scatola del latte buttata ai piedi di una siepe. Era squarciata come se chi avesse tentato di aprirla secondo il regolamento non ci fosse riuscito. Pensavo che avrei smesso di fissarla soltanto quando sarebbe finito tutto.
Infatti poi è finito.

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21 ottobre 2007

Pandemonium Consortium

Alcune settimane fa mi trovavo in campagna per fotografare Gesù Cristo in croce. Soltanto all'arrivo sulla cima del monte noto che qualcuno, sicuramente un vandalo, ha fatto indossare a Cristo sofferente la tutina da Superman. Non riesco a sfilargliela perché si incastra nella corona di spine, che non riesco a levare perché è diventata una cosa sola con la testa in cancrena. Per consolazione ho levato i chiodi, il corpo di Gesù è caduto per terra silenzioso nel fruscio campagnolo, come lo straccetto che uso per asciugare i piatti quando lo appendo male. Impossibile inchiodare di nuovo il corpo sulla croce. Ho preso un sacco della spazzatura dall'auto (ho l'auto piena, proprio per casi come questo), ci ho messo dentro Gesù. Ho fatto rotolare il sacco giù per il monte fino al primo cassonetto della spazzatura. Alzo il coperchio, e per un motivo a me impossibile da decifrare mi lancio nel cassonetto invece di gettare il sacco.
Trascorro un tempo lungo e indefinibile nel cassonetto, senza che venga un addetto a svuotarlo. Sarei rimasto lì ancora per molto se il coperchio non si fosse aperto. Ho afferrato al volo il sacco che qualcuno stava gettando al suo interno. L'ho rilanciato fuori. Un vecchio mi guardava sbigottito. Mentre teneva il coperchio alzato sono uscito fuori.
- Quanto tempo è passato?
- Un mese.
- Come faceva a sapere che intendevo dal momento in cui sono caduto nel cassonetto?
- Ho visto tutto
- Che ne è di Cristo?
- E' lì nel sacco.
- Chi è lei?
- Uno che non si fa i cazzi suoi.
Sono corso alla macchina per tornare in città.
Ho comprato un aspirapolvere portatile. Anche quelli detti folletti volendo sono portatili, ma questo posso infilarlo anche in tasca, ammettendo lo squarcio della tasca e del tessuto pantalonare circostante, cosa che ammetto benissimo senza problemi.
Sono andato appena fuori città, in campagna. Chilometri persi nella verzura, amalgamati da gossip fauneschi in macrocosmi da imenottero. Ho risucchiato tutto il porcodio di insetto fino all'esaurimento della batteria. Scarafaggi, api, vespe, formiche, cavallette, mosche, ragni. Anche un colibrì.
Torno a casa, ricarico la batteria tutta la notte.
Al mattino entro in ufficio volutamente in ritardo per sorprendere l'ambiente al massimo tasso di frequenza. In mano ho l'aspirapolvere. Nessuno mi degna di uno sguardo. Accendo l'arma in modalità espirativa. Il mondo insetto si sfoga paonazzo all'esterno, come se fosse intrappolato in un rogo. I colleghi urlano, perfino i più insospettabili, saltano da un tavolo all'altro, perfino sui tavoli più insospettabili. Gli insetti si annidano nelle cavità corporee e ambientali. L'orrore misto a disperata rassegnazione è disegnato nei volti. Gli indici cominciano a puntarsi contro di me.
E' lì che parte la decisione di estromettermi, esiliandomi a becero capro espiatorio aziendale.


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