T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


23 marzo 2006

La moderna deriva televisiva

Ieri sera ero talmente ubriaco che dopo aver aperto tutti gli armadi, i rubinetti e posizionato sottosopra tavoli e sedie, ho addirittura acceso la televisione.
C'era un presentatore con la faccia da dianetico che faceva domande a certi concorrenti posizionati dietro uno scrittoio colorato. L'atmosfera era quella dei giochi in scatola affrontati durante un pigiama party delle medie. So per sentito dire che il presentatore si chiama Mozart o dottor Mahler, o qualcosa del genere, ma per comodità lo chiamerò Tale.
Tale ha chiesto ai concorrenti: qual è la provincia italiana più a sud?
La domanda mi ha messo ansia perchè ho pensato che per guardare la televisione bisognerebbe prima farsi una ripassata di cultura generale, per essere all'altezza insomma. Stavo per andare a cercare il sussidiario delle elementari, quando uno dei concorrenti ha sbagliato clamorosamente a rispondere. Io nemmeno la sapevo. Sono rimasto a vedere cosa sarebbe accaduto.
Tale si è messo a ridacchiare con la complicità dei suoi sculettanti assistenti in tanga. Da sotto il suo banco luminoso ha estratto una mazzetta. Il pubblico ha simulato partecipazione osannando un ooooh di stupore e paura. Il concorrente si è portato le mani al volto simulando concreta disperazione, anche se rideva perché sappiamo tutti che è solo un gioco. Tale si è avvicinato alla postazione del concorrente e gli ha rovesciato un colpo di mazzetta sui denti. Bello forte. Il concorrente si è piegato per terra con la faccia stropicciata dal dolore, credo che sapesse dal regolamento delle punizioni inflitte alle mezzeseghe, ma il dolore fa sempre la sua porca figura. Tale ha gridato: "applauso!" e il pubblico ha applaudito. Il concorrente si è alzato tremante da terra, simulando partecipazione e allegria attraverso il sangue e residui gengivali che scorrevano giù per il collo. Ha alzato il braccio con la mano in segno di vittoria ed è tornato alla postura di bonton televisivo che compete a chi sta dietro lo scrittoio colorato.
"Porcoddio, che botta eh?", ha detto Tale.
Il pubblico è scoppiato a ridere.
La telecamera ha inquadrato velocemente gli altri concorrenti prima di continuare con un'altra domanda. C'era una vecchietta con la camicetta squarciata e un buco nel torace al posto del seno: il cuore le pulsava così, a cielo aperto. Prima che partisse la nuova domanda ho spento la televisione. Come si fa a vedere certe coglionerie? Quando ero piccolo io quelli che non rispondevano non ricevevano alcuna punizione. Se ne andavano educatamente a fare in culo dietro le quinte e tornavano nell'anonimato che spettava loro. A pensarci adesso era un ottimo esempio di solidarietà e tolleranza. Ore e ore di questa dottrina di rispetto agonistico, e sì che i telespettatori italiani crescevano sobri e morigerati, iniettati di valori che definire cristiani sarebbe limitante. Ma i tempi cambiano e quindi anche il sentire comune. Non mi stupisco che qualche giorno fa per strada un tizio ha chiesto indicazione a un passante per sapere quale fosse l'attuale presidente della repubblica. Il passante è proprio caduto dal pero. Il tizio gli ha sputato sulla giacchetta, né i testimoni né il passante stesso hanno reagito, perché convinti che sotto sotto se lo meritava.
Dunque sono andato a dormire. Dopo cinque minuti che ero immerso nelle coperte ha cominciato a squillare il telefono. L'ho lasciato suonare tutta la notte, e all'alba ho capito che forse l'insistenza era dovuta a un'emergenza. Mi sono alzato per rispondere. Quando ho detto pronto è arrivata una pernacchia e poi il click, quindi linea assente.
Bello, bello scherzo del cazzo.



17 marzo 2006

Inaspettata piega di una pausa pranzo

Puntuale come sempre a mezzogiorno e mezza mi risveglio. Alzo la testa dalla scrivania. L'ufficio è vuoto, sparsi in giro le borse, cappotti, cellulari, computer in standby. E' ora della pausa pranzo. Mi alzo, vado in corridoio a cercare altri esseri umani. Inciampo su una bottiglietta d'acqua minerale stracolma di mosche nervose. Non mi chiedo che ci fa una bottiglietta piena di mosche lì dentro, però mi sembra normale che ci siano dentro delle mosche. L'ambiente è insolitamente silenzioso. Sento un vago odore di tonno affogato in benzina. Mi torna in mente la mia distrazione più recente: ho scambiato un distributore di benzina con l'autolavaggio. Ho utilizzato il distributore secondo le sue istruzioni, con la funzionalità di un autolavaggio. Dopo aver innaffiato di benzina l'intera auto ho messo la pompa a posto. In piedi osservavo immobile la carrozzeria riflettendomi sul finestrino lucido. Sono entrato, ho girato la chiavetta e sono esploso. Lentamente ho aperto la portiera e ho trapassato la fontana di fuoco accasciandomi a terra. Una procace divinità femminile vestita solo in jeans si è avvicinata e mi ha stretto la mano. "molto piacere", le ho detto. Aveva la faccia di una che doveva dirmi qualcosa per l'occasione e non sapeva cosa, nulla da dire. Una divinità si fa tutto quello sbattimento per raggiungere un uomo strapazzato dalle fiamme e poi quando ce l'ha davanti non ha niente da dire. Infatti a un certo punto si è messa a parlare del tempo. Di solito quelli a cui son comparse le madonne e i santi sono più fortunati, qualcosa di emozionante gliela dicono sempre, a tal punto da farci dei libri. Dopo aver parlato del tempo mi ha chiesto se nella mia vita ero mai stato consenziente. Mi sembrava una domanda veramente intelligente, a tal punto che ho vomitato della bile. Le ho domandato: consenziente in che occasione?
In tutte, mi ha risposto. La suadente voce della sua risposta si ripeteva in dissolvenza mentre percorrevo il corridoio. Nessun rumore giungeva dalle altre stanze, e tutte le porte erano aperte.
Tranne una, quella del capo.
Ho bussato.
"Avanti!"
All'entrata nel suo ufficio ho visto subito le ossa spolpate ammucchiate con ordine sulla scrivania. Su un vassoio c'erano delle bistecche, o presunte tali. Crude.
"Cercavo gli altri...", ma non ho fatto in tempo a dire altro...
"Siediti con me e mangiamoli!"
Ha aperto un cassetto tirandone fuori un tronco di carne. Ero pronto per chiedere cosa fosse...
"E' un avambraccio!"
Mi son voltato per andare via...
"Non andare! fumiamoci almeno una sigaretta!"
"Una sigaretta?"
"Sì, una in due! tu da una parte e io dall'altra!"
"Magari un'altra volta..."
Ormai ero per metà fuori dal suo ufficio, pronto per chiudere la porta e lasciarmela alle spalle...
"No! non andare!"
Stavo già chiudendo la porta, mi sono girato di poco per guardare cosa stesse accadendo.
Ha estratto da sotto la scrivania un fucile e si è messo a sparare contro il soffitto.
"Non andare! non andare!"
Pezzi di soffitto cadevano per terra.
Quando ha finito le cartucce ha tirato fuori un altro fucile e ha continuato a sparare gridando "Non andare! non andare!"
Ha ripetuto questa stronzata altre cinque volte.
A metà della settima ho preso coraggio, sono andato a mettermi di fianco a lui. Effettivamente sotto la scrivania era stracolmo di fucili. Ne ho preso uno e mi sono messo a sparare anch'io, gridando: "me ne vado! me ne vado!"
"Non andare! non andare!"
"Me ne vado! me ne vado!"
Avanti così tutto il pomeriggio. Poco prima che finissero i fucili sono arrivati due camion. Li ho notati buttando un occhio contro la finestra, che per poco non rompevo il vetro. Da uno dei due camion sono usciti decine di uomini. Hanno aperto l'altro camion, ciascuno ha prelevato una cassa di legno ed è corso all'interno dell'edificio. Dopo due minuti hanno cominciato ad entrare uno ad uno nell'ufficio, senza nemmeno bussare. Aprivano le casse, tiravano fuori altri fucili ed andavano via.
Io e il capo abbiamo continuato a sparare tutta notte, e poi all'alba di un nuovo giorno sono arrivati altri due camion. Cioè altri fucili.
Abbiamo continuato così per giorni. Alla fine ero così ubriaco di quella routine che non ricordo nemmeno quale circostanza ci ha permesso di smettere. Forse uno dei due è morto. Ricordo solo che mi puzzavano le ascelle.



14 marzo 2006

Beneficenza

Sabato sera sono stato a un concerto il cui ricavato sarebbe stato devoluto in beneficienza, secondo quanto scritto sulla locandina.
Il concerto era gratis, non c'era nemmeno la possibilità dell'offerta libera. Nei paraggi non c'erano bar, baracchini o pedaggi di qualche tipo, niente.
Io non ho capito da dove spuntasse il ricavato.
E' la solita storia: nobili intenti dichiarati a parole e mai concretizzati con i fatti.



13 marzo 2006

A occhi chiusi

Mi sono svegliato che stavo ancora dormendo, e non riuscivo a smettere.
In autostrada ho guidato praticamente ad occhi chiusi, stabilendo le direzioni da prendere in base alla provenienza di speronamenti, bestemmie e clacson.
Quando ho parcheggiato ho cercato la maniglia di apertura, ma non c'era più la portiera. Per entrare in auto sono sicuro di averla usata. Ho fatto ritardo non per gli sporadici intoppi del traffico, ma per aver perso tempo nell'estrarre le gambe dalle lamiere, e il volante dal torace. Lo sterno l'ho chiuso nel cassetto, per evitare domande inutili da parte dei colleghi in ufficio.
Solo adesso sto cominciando ad aprire gli occhi.
Più apro gli occhi e più emerge il dolore su tutto il corpo, pianificato durante il viaggio.
Devo urlare, qualcuno mi porti in bagno perché con le mie gambe non ci riesco.
No aspetta, richiudo gli occhi.
Ah! come si sta bene.



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