Supercarnazza Eravamo stipati in ufficio nelle nostre missioni quotidiane. L'aria era tiepida, densa della nostra anidride carbonica. Stavo per addormentarmi quando Guido Carnazza si alzò in piedi urlando: "No!". E ancora "no! no! no!". Fissava sul monitor la notizia sgargiante di una terribile scossa di terremoto al largo della California: uno tsunami di straordinaria potenza sarebbe arrivato sulle coste americane entro un'ora.
Eppur bisogna andare
Sentivo il metallo nell'aria, sulle papille le punture gelide dei cerchi in lega, nei polmoni la pesantezza del piombo. Pensai che un frutto nato dalla pianta del ferro mi causasse la stessa reazione del limone. Acciaio fuso nelle vene, incandescenza segreta, lo stesso linguaggio dei vulcani, proiettato a ogni cellula da un cuore fonderia. Scacciai questo pensiero per non rischiare un'altra deriva nei miei pensieri. Emergere all'improvviso dopo essere andati troppo lontano, come farsi partorire per telecinesi, senza passare dalla vagina, dall'utero direttamente dentro al caos di una stazione metropolitana, svegliarsi di notte col respiro mozzato, con i polmoni pieni d'acqua, o piombo.
E' tempo di giocare parte [2] Mi sveglio in piena notte e non so cosa pensare. Il risveglio mi coglie sempre alla sprovvista? Non è che devo prima pensare a cosa pensare? No, ho soltanto fatto un brutto sogno: seduto in un'oasi rurale all'interno di una città, circondato da case popolari senza storia, le nuvole che attraversano veloci il cielo, leggo il giornale. "Annuncio shock: in vent'anni i colletti bianchi hanno regolato più in basso di tre cm le sedie in ufficio. Confindustria e Bancaditalia non celano lo sconforto, la verità è evidente: impiegati, programmatori, broker, dirigenti, segretarie, progettisti, stagisti, scaldasedie a oltranza: a distanza di due decenni si sta seduti tre centimetri più in basso, per effetto di un'ulteriore spinta alla levetta che regola l'altezza della sedia, portandoci alla pari con i colleghi giapponesi". Alzo gli occhi e noto due bambini. Uno ha in mano una paletta e sta scavando una buca, l'altro è sdraiato supino per terra. Hey tu, domando, tutto ok? Sì sì, risponde smettendo di scavare. Mi guarda e dice: giochiamo a morto e becchino. Ah sì? dico. Ah sì, risponde, e riprende a scavare. "Il Presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha espresso disappunto al congresso sulla postura, in presenza del Presidente dell'Osservatorio per la Finanza e la contabilità degli enti locali del ministero dell'interno, Antonio Giuncato. Presente in sala anche Relè D'Avido, presidente dell'associazione per la tutela delle Scrivanie Sempre Ordinate. A quanto riferisce Luca Cordero, accurate misurazioni nei luoghi di lavoro hanno rilevato una variazione dell'altezza media del ripiano rispetto al pavimento. Questo per uniformarsi alle nuove norme ISO imposte dalla Comunità Europea, le quali non sono state accompagnate da un'adeguata campagna informativa sui lavoratori, che si son trovati spesso con le mani incastrate tra il bacciolo e il ripiano nel tentativo di avanzare con la sedia... [...]" Il bambino sdraiato non c'è più. Quell'altro appiattisce con la paletta un'area di terreno spoglio grande quanto un bambino sdraiato. Dove si è cacciato il tuo amichetto? Il bambino sorride e indica il terreno. Non ci credo, si sarà sicuramente nascosto dietro quei cespugli. "Rivelato il vero terzo segreto di Fatima. Ratzinger: "Il Papa è soltanto una bambola gonfiabile". Clamorosa affermazione del cardinale ieri mattina, in presenza del Papa stesso, debitamente sgonfiato e tenuto in mano da monsignor Ruini. Ci sono voluti decenni per svelare un segreto che già faceva tremare le mura vaticane da tempo, costringendo gli esperti dell'Istituto di Geologia dell'università di Urbino accampati in San Pietro a tornare a casa senza niente in mano, infatti gli strumenti di lavoro erano di proprietà del Vaticano." Un altro bambino sta scavando con la paletta su quel fazzoletto di terra.
E' tempo di giocare [1]
Gioco ad alzarmi dal letto. Gioco ad essere Davide. Gioco a lavarmi la faccia, le mani, a odorarmi la pelle, mi lecco le spalle, mi piace sentire quel gusto dolciastro naturale, a maggior ragione gioco a non profumarmi perché i deodoranti per uomo mi fanno schifo. Gioco a farmi la barba soltanto bagnando il rasoio nell'acqua calda perché la schiuma da barba in faccia mi fa schifo. Gioco a vestirmi, gioco ad uscire di casa, gioco a prendere il treno, gioco a non ridere in faccia alla gente. Gioco a leggere un libro, il treno gioca a fare ventitre minuti di ritardo, i passeggeri giocano ad incazzarsi, le signore giocano a chiacchierare, il controllore gioca ad essere preoccupato per un guasto. Il treno arriva a destinazione, Milano gioca a fare la città. Il cielo gioca ad essere nuvoloso, la pioggia non ha ancora voglia di giocare. Gli automobilisti giocano a sfiorarsi a stare attenti a non scontrarsi a dosare i freni giocano a sfruttare l'ultimo istante di semaforo giallo. L'atm gioca a scarrozzare qua e là i cittadini come i bambini dentro al carrello del supermercato. Le donne giocano a sorridere ai neonati nei passeggini altrui. Una volta a vent'anni ho giocato a mettermi in un passeggino in pieno centro e molti giocavano a ridermi in faccia e il passeggino ha giocato a rompersi. I cani giocano a pisciare sui pneumatici delle auto parcheggiate. La gente gioca a schiacciarsi in metropolitana, la gente gioca a respirare e timbrare i biglietti, giocano a entrare e uscire dalla metropolitana come cagnolini che hanno scoperto un buco divertente. Gioco a salutare la portinaia, giochiamo a sorridere e a salutare. Mettiamoci a giocare, oggi giochiamo a capo e dipendente. Tu fai il capo e io il dipendente. Quell'altro in corridoio gioca a fare il fattorino. Giù in strada c'è uno che gioca a dormire per terra, i giornali giocano a fare il materasso. Giochiamo a fare i bevitori di caffè, giochiamo ad andare a pranzo, giochiamo a incularci a vicenda. Dopo l'orario d'ufficio arriva un sudamericano che gioca a pulire gli uffici e i bagni. Gioco a tornare a casa, gioco a cenare e ad uscire di casa o gioco a farmi i cazzi miei, è notte si gioca a dormire o si gioca a contemplare il buio insonni, o giochiamo al sognatore, io gioco a dormire e tu giochi a fare l'incubo.
La profilassi sanitaria di radio maria
Om Mani Padme Hum Dopo aver inutilmente fatto l'autostop sulla linea ferroviaria Milano - Lecco, mi reco a piedi verso Calolziocorte, a casa di un signorotto molto ricco. Le ragioni della visita riguardano l'estinzione di alcuni debiti, più precisamente delle specie viventi. Il signorotto considera ogni unità vivente come espressione del debito terrestre contratto nei confronti del nulla. Noi trapezisti (nome con cui non intendo quei trapezisti, ma una categoria di pensatori al pari di evoluzionisti, revisionisti o futuristi; un giorno ne discetterò fino all'abbassamento della pressione) riteniamo che dal nulla non possa nascere alcunché, e che quanto si ritiene nato dal nulla da sè o per mano altrui, è una evidente espressione del nulla stesso, del vuoto, delle tenebre, è il nulla che si masturba, un'espressione che interpretiamo con tanti colori, forme, movimenti per non andare a letto tremando di paure oltre la portata umana. Per quanto possa sembrare assurdo, il signorotto ritiene che il nulla sia l'humus dell'universo. Non è forse più assurdo ritenere che qualcosa possa sembrare assurdo? Comunque, dovevo estinguermi in quanto debito, era il mio momento, e solo da quel momento mi stavo rendendo conto che tutti i momenti precedenti nella mia vita non erano stati i miei. Non mi dilugherò sugli aspetti riguardanti la mia estinzione e questo aspetto della proprietà dei momenti, e rimanderei all'interessante trattatistica presente nei Tomi Marroni, presumibilmente consultabili nelle migliore biblioteche brianzole, previa esibizione di una tessera identificativa.
Punto di non ritorno Come tutte le mattine salgo sul treno, anche quando non devo andare a lavorare. E' un po' di tempo che sabato e domenica vengo soffocato da un vuoto che devo colmare, così vado in metropolitana senza alcun motivo apparente.
Non so pił cosa fare Salgo sul treno e mi siedo. Guardo fuori dal finestrino. All'inizio non ci faccio caso, ma poi vedo persone dal volto familiare salire sul treno al binario di fianco, le stesse persone che prendono il mio treno ogni giorno. Scendo, chiedo informazione al controllore dell'altro treno. Avevo sbagliato. Salgo sull'altro treno e mi siedo. Guardo fuori dal finestrino. Vedo altre persone, le solite, che salgono sul treno al binario di fianco, quello dove sono salito prima. Scendo di nuovo, guardo i tabelloni. Entrambi i treni hanno la stessa destinazione, orario di partenza identico, stesse persone a bordo. Mi incammino verso il fondo del marciapiede. Un ragazzo mi viene incontro. Sono io.
Z e suo padre non mangiano frutta da quindici anni Quindici anni fa Z e i suoi genitori andarono a Seveso per comprare la frutta. Si diceva che in una via del centro ci fosse un fruttivendolo con ottima frutta e verdura, che non costava neanche tanto. Il padre parcheggiò l'auto un po' lontano perché non c'era posto più vicino. La madre scese e si incamminò verso il negozio. Z e suo padre la aspettavano silenziosi in macchina. Dopo mezz'ora non tornava. Il padre uscì dalla macchina per andare a vedere, chiudendo Z dentro a chiave. Dopo un quarto d'ora tornò, e sua moglie non c'era. Pensarono che fosse uscita dal fruttivendolo andando nella direzione opposta e cominciarono a girare con l'auto per le vie del paese.
8 marzo
Boh Entro al bar. Dietro il bancone c'è un signore (il titolare?) con un imbuto infilato in fronte, ci sta svuotando una bottiglia di rhum. Incontro lo sguardo della barista. Le indico la casetta delle brioches prendendo un tovagliolo. La barista si avvicina e la osserva attentamente.
"oh, ma quanta violenza di questi tempi!", disse la Frufru.
"Niente paura", esordì il capo, "è colpa dei media. Senza di loro non avremmo mai saputo del terremoto. Tornate al vostro lavoro".
Il Carnazza lanciò un'occhiata piena di odio satanico al capo e disse "devo intervenire". Afferrò la propria camicia e la squarciò. Lasciò cadere i pantaloni, si tolse le scarpe. Era in mutande. Aprì la valigia e sfilò una calzamaglia bianca e un mantello blu, indossò l'una e l'altro. Corse contro la finestra, tentò di aprirla, ma era bloccata, come tutte le finestre di questo palazzo. Staccò il monitor dal computer di Frufru e lo scaraventò contro la finestra, il vetro esplose, il monitor cadde sette piani più in basso.
"Ci vediamo!" disse il Carnazza mentre scavalcava la finestra. In piedi sul davanzale si mise in posizione di lancio con le braccia alzate e i pugni al cielo, chiuse gli occhi e saltò.
Dieci minuti dopo aspettavamo ancora l'ambulanza. Il custode aveva coperto il corpo di Carnazza con il suo stesso mantello blu. Un monitor a pezzi giaceva pochi metri distante. Frufru aveva appena telefonato all'helpdesk per chiedere un monitor nuovo.
"Qualcuno prende un caffè?", domandò il capo.
L'ultima news dell'Ansa informava che l'oceano si stava ritirando dalle spiagge californiane. Il capo andò a prendere il caffè da solo.
25 marzo 2005
Mi allargai tra i corpi per uscire dalla ressa. In piazza del duomo c'era una manifestazione contro l'ozio. La gente aveva paura di restare senza nulla da fare. Gli slogan erano eloquenti: basta guardare soffitti e cielo per giorni, basta fissare i passeri sui cornicioni, basta girare per casa, basta con i silenzi. La gente voleva fare, praticare, operare, qualcosa che tenesse la mente occupata, sempre, un fatto che li facesse parlare, che li punzecchiasse con qualcosa da raccontarsi, che desse l'idea di avere opinioni, che non li lasciasse soli con la domanda "e adesso?".
Naturalmente mi dissi di smetterla.
Spensi il flusso musicale alle orecchie. Questo Frank Hoes, acquistato illegalmente in un sottopassaggio, sapeva di già sentito, mi ricordava qualcuno, niente di nuovo insomma, una sola.
Tututututututun, che cazzo è? Non è un esperimento futurista. Mi voltai verso il rumore. Tututututun, tutututun. Erano le automobili, avevano le gomme bucate, tutte. Tututututun. Andai all'edicola all'angolo.
Tutututu - Ce l'ha Il corriere delle fogne? tututututu.
- Come? tutututun.
- Il corriere delle fogne! tutututun.
Tutututun - l'ho finito! tutututun.
Mi voltai verso il flusso di veicoli. Tututututun. Guardai l'edicolante, sorrideva. Indicava le auto e sorrideva proprio a me.
Tutututun - Com'è che faceva quella canzone là? chiese l'edicolante, tututututun.
Mi guardai attorno per capire dove fosse quella canzone là.
- Quale canzone? tutututun.
Tututututun.
- Com'è che faceva, aspetta, tutututututun, ecco, eh: gomme sgonfie eppur bisogna andar, disse.
Tututututun.
- ahahahah, già, tututututun.
- ahahahah
- ahah
- ahahahahah
Tututututututun.
- ahahahahaha
ahahahahahahahah tututututun.
23 marzo 2005
E tu cosa fai?
Gioco a fare il profanatore, risponde il bambino.
Lo osservo scavare e dopo un po' spunta una mano, mi spavento.
Mi ritrovo con una paletta in mano e scavo anche io.
Ci troviamo il bambino sdraiato di prima.
Ma siete scemi? volete ammazzarlo?
Signore, guardi che è già morto, sta solo giocando.
Lo scuoto un po', gli levo la terra da dentro la bocca. E' freddo, è grigio. Non respira.
Basta giocare! Aiutatemi, fatelo smettere!
Signore, guardi come si diverte, ci lasci giocare un altro po'.
Siete dei pazzi! Dove sono i vostri genitori?
Si sono uccisi ieri.
Eh?
Abbiamo giocato agli orfanelli.
Non ho parole. Prendo in braccio quel poveretto e corro fuori dal parco a cercare aiuto.
Signore! grida uno dei bambini, poteva dircelo subito che voleva giocare a fare il rompicoglioni!
Ma andatevene affanculo, bambini!
Una folla di bambini urlanti si riversa nel parco attraverso il cancello e corre contro di me. Sono solo bambini, penso. Tuttavia non riesco a passare e mi buttano a terra. Mi mordono le braccia, mi tirano il naso e le labbra, mi spogliano. Affondano i denti nella carne e la strappano con le unghie. Non riesco a gridare, li ho addosso, mi sento soffocare. Credo di perdere i sensi. L'immagine successiva che ricordo è quella di me con la sensazione di un torpore bruciante su tutto il corpo, i sorrisi di quei bambini che mi guardano dall'alto, terra e sassi gettati sul mio volto.
Non si preoccupi signore, è solo un gioco.
Quando una zolla di terra oscura l'ultimo spazio di visuale rimasto mi sveglio nel buio della mia stanza.
Già, non so cosa pensare. Quando non so cosa pensare pesco a caso dalla memoria, o almeno io ho l'impressione di pescare a caso, e lego pensieri e ricordi uno con l'altro in modo del tutto casuale, o credo sia così.
Penso a quelle persone che quando vedono un bambino in un passeggino gli sorridono e incontrano il sorriso complice della mamma. Che coglioni, loro e la mamma. Quelli con i capelli pettinati o più in generale con i capelli mi sembrano dei coglioni. Quelli pelati che piglian spaventi da farsi venire i capelli bianchi mi sembran dei coglioni. Quelli che si lavano i denti tre volte al giorno mi sembrano dei coglioni. Quelli che bevono caffè liofilizzato mi sembrano dei coglioni. Tutti quelli che lavorano mi sembrano dei coglioni. Quelli che si spostano da un punto all'altro di una città mi sembrano dei coglioni. Quelli che discutono del tempo che farà mi sembrano dei coglioni. Quelli che guardano i film di guerra mi sembrano dei coglioni. Quelli che affermano di credere o di non credere in dio mi sembrano dei coglioni. Quelli che dicono mi sembrano dei coglioni. Quelli che urlano mi sembrano dei coglioni. Quelli che aspettano le feste mi sembrano dei coglioni. Quelli che parlano dei sogni brutti mi sembrano dei coglioni. Quelli che parlano di sogni irrealizzabili mi sembrano dei coglioni. Quelli che fanno figli e quelli che non li fanno mi sembrano dei coglioni. Quelli che perdono i treni mi sembrano dei coglioni. Quelli che prendono sempre lo stesso treno mi sembrano dei coglioni. Quelli che giocano mi sembrano dei coglioni. Quelli che fanno sul serio mi sembrano dei coglioni. Il pianeta Terra è un coglione. I corpi celesti nei sistemi solari sono dei coglioni. Nell'universo girano i coglioni.
22 marzo 2005
19 marzo 2005
Guido in autostrada ascoltando la rubrica di profilassi sanitaria di radio maria. E l'unica frequenza che posso ascoltare da quando la radio non si accende più. Dice che il rutto libero potente può provocare uno squarcio tracheale o rendere meno automatico il processo di respirazione, fino a farlo diventare manuale. Ho la sigaretta in mano tenuta fuori dal finestrino per non farla spegnere grazie all'effetto del vento, altrimenti dovrei soffiarci sopra o fumarla tutta in un tiro, e intanto ascolto quella voce benedetta. Dice che gli starnuti trattenuti possono provocare l'esplosione del naso, finché non degenera con una coglionata dietro l'altra senza spiegare niente: le lacrime trattenute defluiscono nella vescica urinaria; il muco tirato col naso e ingoiato non viene mai digerito e si deposita per anni nello stomaco fino a riempirlo del tutto; la gola secca trascurata si sente abbandonata e accentua il rischio di desertificazione del corpo; in caso di ingestione accidentale di chiodi e martello è sconsigliato andare a battere, non se l'ingestione è volontaria, perché in quel caso sai cosa stai facendo; soffiarsi il naso stringendo forte le narici provoca lo sgusciamento dei bulbi oculari; roteare troppo gli occhi in un solo senso può svitarli o bloccarli per troppo avvitamento.
Smoccolo e la sigaretta mi sfugge di mano a 120 km/h. Inchiodo istintivamente. Quello dietro di me anche, sterza per non andarmi in culo e colpisce un'auto sull'altra corsia. La radio parla di decorazioni natalizie create con cordoni ombelicali. Entrambe le auto si schiantano addosso il divisiorio di cemento tra le due carreggiate. Accelero, penso di parcheggiare, ma non c'è spazio, nemmeno la corsia d'emergenza. Continuo qualche chilometro ascoltando il racconto telefonico di una donna che in un ristorante comasco ha trovato un esofago nella zuppa di calamaretti. Ecco una piazzola. Mi fermo e scendo. Mi accorgo che è troppo lontano per tornare a piedi. Risalgo, faccio inversione e percorro contromano l'autostrada. Il segreto sta nel scegliere una corsia e restarci per sempre, restarci nel senso di non cambiare corsia durante la guida. Saranno gli altri a scansarsi, e funziona, lo garantisco. Arrivo sul luogo dell'incidente, le due macchine sono rovesciate sulla corsia più a destra, della gente fa cose lì attorno, altre auto sono ferme, non c'è polizia, né ambulanza, l'autostrada è ancora libera. Fermo l'auto, scendo. Dopo mezz'ora trovo la sigaretta, spenta e schiacciata. Ci soffio dentro per gonfiarla e me la fumo lo stesso (c'è molta gente che non può fumare e si adegua alle sigarette gonfiabili, ma quella è un'altra storia). Ora c'è la polizia, l'ambulanza è già passata. Saluto i poliziotti e mi presento, chiedo un autografo che non mi fanno e ci scambiamo il cellulare. Torno a casa guidando il furgone della polizia a sirene spiegate. Arrivo davanti casa e le ripiego per bene.
In serata esco con Z cui racconto tutta la storia e mi risponde che era meglio se mi fermavo in quella prima piazzola e mi facevo quindici chilometri a piedi, gli ho risposto che la carreggiata non aveva spazi laterali, è un tratto molto pericoloso, e lui mi fa: vabbè fa sempre come cazzo ti pare mi raccomando.
16 marzo 2005
Appena entro in casa sua vengo subito colpito dal lampadario. Proprio così, mi arriva in piena fronte. Non desidero essere accompagnato all'ospedale, so andarci da solo, e non mi lavo da due giorni, sarebbe una magra figura, a prescindere dalla costituzione. Ritengo sufficienti le scuse del signorotto. Quindi mi soffermo sui giganteschi acquari.
Avvicinabile all'acquario con i dipendenti del megadirettore galattico fantozziano (grazie alle gambe provviste di rotelline oliate) qui sono contenuti giovani studenti vestiti all'ultima moda, con in braccio una chitarra, un basso o seduti su una batteria. Naturalmente suonano. Ci sono tre acquari, ognuno con più band contemporaneamente. La musica non è udibile, sono visibili i ragazzi dimenarsi, sudare, far finta di svenire e tutto il resto, ma niente musica. Il signorotto svela di essere il direttore di una casa discografica mainstream, e quelli sono i suoi ragazzi preferiti. Perché nell'acquario? "Te lo dico il perché, giovanotto: Sai com'è, si dice il peccato, ma non il peccatore".
"Cosa c'entra?"
"Cosa?"
"Il peccato, il peccatore..."
"Non trovi ci stia bene?"
"Vorrei andare in bagno"
Mentre cago penso a quante tonnellate di fogna producono i cinesi in un giorno e mi sento una goccia nel mare. Esco dal bagno cantando "om mani padme hum". Attraverso lentamente il corridoio, arrivo sulla soglia del soggiorno. Senza essere notato osservo il signorotto che distribuisce le provviste di birra ai ragazzi. Ha un'aria assorta, gli occhi persi nel vuoto delle sue cavità oculari. Secondo me è malato, forse si droga. Mi avvicino.
"hey giovanotto", dice, continuando a versare birra nell'acquario, "perché mi guardi in quel modo: io non mi drogo, né sono malato". Noto altri ragazzi seduti in un angolo, immobili, con lo sguardo perso, secondo me sono malati, forse si drogano.
"Quelli aspettano il loro turno. Appena gli altri esauriranno le forze si daranno il cambio, ogni dodici ore", dice il signorotto.
Forse si è dimenticato della mia estinzione. Guardo i mobili della sala, c'è una strana palla come soprammobile.
"Cos'è?", chiedo.
"E' una palla di cicche, quelle per pulire i denti. Una trentina di cicche masticate tutte insieme, diventano pongo, e ci ho fatto quella palletta lì. Prendi pure, giocaci".
E' dura, solida, secca. Ci sputo sopra, ci sputo ancora. Diventa molle, come fresca. Me la infilo in bocca e mastico. E' bellissimo. La tiro fuori, le do la forma di un orecchio di gatto e la rimetto a posto.
"E questa storia delle cicche per pulire i denti? Che troiata è?"
"Hai mai provato a masticare uno spazzolino? e non parlarmi con quel tono, belin"
Così va la vita laggiù.
14 marzo 2005
Oggi è lunedì.
Lo spazio vitale ridotto sotto la soglia minima mi permette di sentire gli odori dei capelli altrui, delle giacche, dei trucchi sulle facce. Le mie labbra possono anche trovarsi a due centimetri dall'orecchio di una donna, potrebbe scapparmi uno starnuto, un conato di vomito, potrei usare la bocca come una ventosa e risucchiarle l'udito. Posso spingere il mio corpo contro altri corpi senza essere respinto.
Il treno arriva al capolinea e si libera di centinaia di spore. Salgo le scale senza guardare dove trovarle seguendo involontariamente il flusso umano. In un altro giorno qualsiasi saremmo emersi senza badare alle gigantesche strutture in cemento. Avremmo partecipato inflessibili come automi al gioco dei semafori, alle regole delle strisce pedonali. Avremmo camminato per centinaia di passi guardando per terra, alzando la testa per aspettare il verde. Saremmo arrivati alla cara portineria senza preoccuparci del come.
Oggi no.
Dopo l'ultimo scalino le scarpe affondano nella sabbia. Dopo qualche metro di sabbia c'è una scogliera a strapiombo, oltre la scogliera c'è il mare, fino all'orizzonte. Nessuna traccia di edifici o strade, niente auto parcheggiate. Non c'è più Milano. Qualcuno si spaventa e torna in metropolitana, ma il binario è vuoto. Qualcun altro ride, pochi. Ci spieghiamo cosa stia succedendo, ci guardiamo intorno. Da una parte il mare, dall'altra il deserto. Quelli che non hanno trovato il treno si incamminano a piedi nel tunnel nero e spariscono nel buio con l'eco dei passi. La maggior parte resta fuori. Ci sono i primi che scendono goffi il sentiero tra le rocce, con la valigetta in mano. Arrivano giù alla spiaggia, si spogliano, si tuffano contro le onde. Altri li imitano. La spiaggia sembra una discarica di giacche, cappotti, cravatte, scarpe coi tacchi, borse, valige, ombrelli... trascorriamo tutto il giorno a prendere il sole e fare il bagno. Si fanno amicizie così, in circostanze improvvise, più che in treno.
Il sole tramonta in fretta da queste parti. La pelle scotta, nessuno aveva creme opportune. Recuperiamo i vestiti e qualche senso di colpa, ci arrampichiamo su per la scogliera. La fermata della metropolitana non c'è più. Ci sono sassi, al suo posto. Non sappiamo cosa dire. Sassi e sabbia per chilometri. Laggiù, oltre il nostro silenzio, il rumore del mare.
10 marzo 2005
"Ma..."
"Ma..."
"Tu sei me, o..."
"Tu sei me, o..."
"Non è possibile"
"Non è possibile"
Ci muoviamo allo stesso modo, siamo vestiti uguali. Siamo ridicoli.
"No..."
"No..."
Mi giro e torno indietro. Mi volto camminando. Lo vedo voltarsi camminando. Salgo in treno e mi siedo. Apro il finestrino e guardo fuori. Lo vedo guardare fuori dal finestrino dell'altro treno. Chiudo il finestrino e guardo fuori. Aspetto la partenza, parte prima l'altro treno.
Dopo un'ora sono davanti casa. Quello che è successo non mi appartiene. Ho già vissuto in passato circostanze senza che nessuno mi spiegasse cosa succedeva. Semplicemente non mi appartengono, lascio dimenticarle.
Suono il citofono. Rispondo, dico chi sono. Me lo chiedono più volte. Dopo molti secondi si apre il cancello, ho un strano presentimento mentre percorro il vialetto. Entro in casa. Mia madre mi osserva sconvolta. Dietro di lei ci sono io, lo guardo, gli parlo.
"Cosa ci fai qui"
"Cosa ci fai qui"
"Siamo in due"
"Siamo in due"
"Non capisco..."
"Non capisco..."
"Chi sei?"
"Chi sei?"
Mia madre ha un espressione che non le ho mai visto. Le dico "cosa cazzo succede?"
Lui dice: "cosa cazzo succede?"
Vorrei dire qualcosa, non so cosa. Esco di casa.
Sono in strada. La via è deserta, l'aria è fredda, le macchine sono parcheggiate. E' buio, e tutti sono nelle loro case.
09 marzo 2005
La cercarono per ore. Era quasi mezzanotte ormai, le strade erano deserte, le auto tutte in fila parcheggiate. Il padre denunciò la scomparsa e tornarono a casa. Nessuno dei due dormì, e per diverse notti di fila.
La madre di Z non fu mai più trovata. Sarebbe il caso di precisare che in quindici anni è stata vista più volte da molte persone, compresi Z e suo padre. A volte capita di vederla dal treno in corsa, mentre cammina sul marciapiede con le borse piene di frutta, ma vai tu a spiegare al controllore che quella era tua madre e tutto il resto e che il treno si deve fermare. Capita che Z e sua madre si trovino sullo stesso treno, ma su vagoni diversi, e Z non guarda mai chi scende dai treni insieme a lui. Capita di vederla in mezzo alle folle metropolitane riprese dai telegiornali che devono riempire lo spazio catodico mentre parla un giornalista. Capita che perda per un pelo lo stesso autobus che prende Z ogni mattina. Capita che la madre di Z passi da casa sua, suona il citofono, non c'è nessuno, così pensa di aver sbagliato casa e riprende a camminare.
08 marzo 2005
Oggi mi sentivo bella mi sono svegliata con uno strano colorito sulla faccia come se avessi dormito con la testa in tasca
esco di casa e per le strade trovo un mucchio di stranieri sorridenti con le mimose in mano ogni volta che li vedo penso al Bangladesh e all'India posti splendidi dove mio marito non mi porterebbe mai e penso perché mai questa gente dovrebbe venire in un posto brutto come l'Italia
uno di loro mi offre una mimosa dico grazie però non c'ho soldi e me la porge lo stesso e allora la prendo ed è incredibile, non vuole soldi
faccio un po' di passi e mi aspetto che arrivi a chiedere moneta invece no, penso che dovrebbe essere l'8 marzo tutti i giorni ma forse sono quelli dell'India ad essere più buoni o del Bangladesh tanto è lì la stessa cosa
anche in ufficio ci hanno riempito di mimose a me e le mie colleghe ne ho una dozzina, di mimose intendo
tutti gli anni arrivo a casa e le metto in un vaso con l'acqua ma dopo un giorno devo buttarle perché a me dopo un po' l'odore di quei fiori fa starnutire e mi voncio tutta di muco e di saliva sul mento sulle mani non faccio mai in tempo a prendere il fazzolettino così oggi ho pensato bene di usarle un po' per un decotto e un po' bollite da mangiare per cena coi naselli, a mio marito gli ho detto che erano una varietà di asparagi che ha solo il fruttivendolo di via Amendola poi dopo gli ho detto la verità e non ci ha creduto
comunque lui mica me l'ha regalata la mimosa, però sono gustose davvero vorrei che fosse 8 marzo ogni giorno così faccio le mimose bollite ogni sera da mangiare col secondo che di solito non lo faccio mai molto ricco perché mio marito mangia un casino già in mensa a pranzo e io pure un bel po' perché nei pub dove vado con le colleghe c'è sempre un mucchio d'olio e cucinano grasso vabbè, dovrei mangiare meno ma il ticket devo usarlo tutto e allora
stasera andrò con due amiche a vedere uno spettacolo in una discoteca non usciamo mai e almeno ci sono queste feste che viene fuori l'occasione per fare qualcosa di diverso e poi quei maschi
poi al cellulare mi sono guardata lo spogliarello di Costantino gliel'ho detto anche a mio marito mi ha detto che ho l'intelligenza di una foca, ovviamente non è vero ma lui non deve sapere che non so maneggiare una palla bene come fanno le foche al circo diciamo che sono più una foca da scogli, quelle monache che insomma stanno a contatto con la natura sono più essenziali, ma esistono? come fa ad esistere una foca monaca forse è una leggenda tipo il mostro di Lochness forse sono vittime anche loro dell'indottrinamento forzato della chiesa comunque non voglio parlare di queste cose, uno ci crede o non ci crede va a messa oppure no cioè sempre due sono le cose, hey qualcuno mi squilla.
(altrove...)
03 marzo 2005
Barista: "Qualcosa non va? l'abbiamo disinfestata proprio ieri", domanda.
Io: "Veramente volevo intendere che volevo un cornetto"
B: "Questi in vetrina non sono in vendita, sono da esposizione. Abbiamo finito le scorte in magazzino, bisogna aspettare fine mese."
I: "Mi creda, voglio proprio uno di quelli, anche se è finto"
B: "Ma non si mangia! non è buono!"
I: "che ne sa lei, mica devo mangiarlo"
B: "Cosa ci deve fare? no, non m'interessa, tanto non è in vendita"
I: "Perché?"
B: "E' da esposizione"
I: "Perché mettete dei cornetti in esposizione"
B: "Perché questi son venuti meglio degli altri"
I: "Ma ha detto che erano finti"
B: "Già, ci sono venuti bene, non può essere vero"
I: "Qui si mangia solo roba scadente?"
B: "Tutto è scadente"
I: "Allora dovreste mettere la data di scadenza, poi quando scadono li mettete in esposizione e togliete la data"
B: "Ma quelli scaduti non sono mica buoni"
I: "E che le interessa, tanto non si devono mica mangiare"
B: "No, è una questione di rispetto verso i propri clienti"
I: "Ma fanculo và"
Il signore (il titolare?): "moderi il linguaggio prima di tutto, e lasci stare mia figlia"
I: "Voglio solo un cornetto"
S: "Antonella, dà un cornetto a sto cretino"
B: "No papà, sono gli unici che mi son venuti bene"
S: "Fa come ti ho detto"
B: "No!"
S: "Cazzo Antonella!"
B: "..."
S: "Va bene."
Il signore (il titolare?), con una manata, rovescia per terra la casetta dei cornetti, compresi i bomboloni che non c'entravano niente.
Io: "Anche i bomboloni eran finti?"
Il signore (il titolare?) mi guarda un secondo, schiaccia col piede tutti i bomboloni...
S: "No, quelli erano veri"
...abbassa i pantaloni alla figlia e la picchia sul culo, così, davanti a tutti. La figlia stacca l'imbuto dalla fronte del padre (il signore?), da cui esce un rutto.
Esco dal bar rassegnato scavandomi un passaggio nella neve. Un auto emerge dalla neve, ne esce un uomo. Mi chiede una mano per mettere le catene all'auto. Nessun problema. Mi porge il lucchetto, lega le catena alle ruota e ad un lampione. Mentre tiene la catena annodata mi dice di chiudere il lucchetto lì e io lo faccio. Speriamo che questa volta non me la rubino, dice, e se ne va.
Resto lì, in piedi, senza una mano.
Passando davanti la vetrina di un ristorante vedo i commensali con i piatti pieni di neve. Entro. Un cameriere arriva ad un tavolo, posa un vassoio pieno, "presto, prima che si scioglie". Tutti si strafogano di neve. Un cartello appeso alla cassa dice: "Produzione propria".
Boh.