C'è del telefono per cena [1]
Mi affaccio da una delle feritoie di casa mia per cercare il catalogo primavera/estate delle angiosperme 2005. Alzo lo sguardo e vedo la signora dell'appartamento di fronte che stende i panni in balcone. Mi soffermo perché quei panni li trovo un po' strani. Deve trattarsi di qualcos'altro. La signora mi vede e sorride, ricambio il sorriso e dal tetto si alza in volo una moltitudine di colombe rosa.
"Sto mettendo ad asciugare mio marito", dice.
Sorrido di più, cerco di comprendere.
Prosegue: "Stamattina presto l'ho fatto a fettine, devo farlo scolare"
Sorrido ancora di più.
"Non poteva farlo nella vasca da bagno?"
"L'ho fatto a fettine sul tavolo della cucina, con l'affettatrice"
"Farlo scolare intendevo"
"Nella vasca da bagno ho messo lo scheletro a bagno maria, in un brodo gastrico"
"Brodo gastrico?"
"Sì, per spolpare le ossa"
"Ah, e funziona?"
"Mi ha assicurato di sì"
"Suo marito?"
"Sì"
Sorrido di più, gli angoli della bocca si uniscono ai canali auricolari in un boomerang orale.
"Ma eravate d'accordo?"
"Certo, ha voluto assistere di persona. Adesso però mi tocca pulire tutto"
"Magari salgo e le do una mano"
"Ma non si disturbi, no"
"Ho smesso di disturbarmi quando ho perso la verginità"
"Si diventa indifferenti agli stimoli a furia di disturbarsi"
"La disturbazione è considerata peccato dai professori del marketing"
"Non capisco chi di noi due sta parlando"
"Io son quello che cercava il catalogo sulle nuove angiosperme"
"No, ero io"
"Allora sto scolando suo marito?"
"Forse lo sto scolando io"
"Vediamoci in casa sua entrambi e non pensiamoci più".
"Casa sua di chi?"
"Vediamoci di fronte all'affettatrice, la stessa usata per affettare un marito"
"D'accordo".
La porta dell'appartamento si apre tramite fotocellula, può entrare chiunque, e si chiude da sola.
"Mi piace l'accoglienza dei centri commerciali", dice la signora, "mi piace far sentire i miei ospiti come nel centro commerciale più vicino a casa propria"
"La invidio"
Sotto il tavolo sul quale è appoggiato il televisore piatto sono stipati decine di giornali.
"Sono i cataloghi delle gimnosperme"
"Ne ha davvero tanti, sono molte stagioni che fa la raccolta?"
"Dal triassico ai giorni nostri"
"Porco dio!"
"Ma ho saltato il pleistocene e i tre anni in cui rimasi bloccata con il dito nel naso"
"Io invece sono un appassionato di angiosperme, mi piace trovare i semi dentro la frutta"
"No, i torsoli li conservo tutti, poi li do ai poveri"
"Per lavarsi la coscienza?"
"La coscienza se n'è andata via con mio marito"
"Dov'è andata?"
La signora mi spinge in cucina. Sul tavolo c'è un'imponente affettatrice, intorno ci sono residui di carne e pozze di sangue. Mi gira la testa. Smetto di sorridere, la faccia mi torna normale, per quanto possibile. Il pavimento è macchiato.
"Là c'è la mia coscienza", dice la signora, indicando il soffitto macchiato da un alone giallo antropomorfo.
"Sicura che non sia quella di suo marito?"
"Mio marito perse la coscienza la notte di natale del 1999, mentre sfilava l'accendino dalla tasca"
"E' terribile"
"In questi anni ho condiviso la mia coscienza con lui, ma era faticoso per me accettare qualcuno che volesse un mondo coperto di pteridofite"
"Capisco, a occhio non sembra, ma capisco"
"Aspetti che le faccio una foto"
"Non sono molto fotogenico quando capisco"
"Non sia timido"
"Quando sono timido è anche peggio"
"Allora si accontenti di capire"
"A dire il vero mi accontento meglio del contrario"
"Non può fare uno sforzo?"
"Ecco, sì, quando mi sforzo divento bellissimo"
"Fotogenico"
"Anche"
"Prendo la macchina"
Mi faccio fare questa foto. Giro in tondo per un po' in attesa di sviluppi fotografici.
"Posso invitarla a cena da me?"
"Chi sta parlando di noi due?"
"Sono la signora"
"Ok. Bene, quasi quasi..."
"Dobbiamo pulire la cucina, liberare un po' il tavolo..."
"Un po' eh, magari metta l'affettatrice di lato"
"Certo, mi serve"
"E cosa prepara di buono?"
"Te"
Faccio finta di aver capito male, non mi piace farmi dare del tu senza permesso.
"Posso usare il bagno?"
"Certo, ma chi sta parlando?"
"Non è casa mia questa"
"Ah ecco, è in fondo a destra"
"Casa mia?"
"Sì"
Entro. Ha ragione. Il suo bagno corrisponde a casa mia.
Devo farmi bello per la cena. Mi spoglio, entro nella vasca facendo spazio fra le ossa. Sono pulite. Sento il formicolìo dei succhi gastrici in azione. Di colpo entra la signora, mi guarda sconvolta.
"Ma lei è pazzo!"
"E' vero, non ho chiuso a chiave"
fine prima parte
27 gennaio 2005
L'odore del sangue Dormivamo e sognavamo di essere lavandini di notte, sotto rubinetti chiusi male per stanchezza, paranoia che a chiuderli bene non si potessero più aprire. E il rubinetto perdeva, le gocce scandivano sulla fronte il silenzioso incedere notturno, poetico quanto una rottura di coglioni. Ci svegliammo infastiditi. Accarezzammo le fronti con le mani, trovandole bagnate. Sudate? No, solo bagnate, scivolose. Accendemmo la luce, sporcando l'interruttore di sangue. Era sangue sulla dita, e sulla fronte. Dal soffitto gocciolava sangue quasi nero, da una pozzanghera stupida e inaspettata. In pantofole uscimmo dall'appartamento. Rivoli di sangue sulle scale, carini come un ruscello appena nato. Bussammo alla porta dell'appartamento di sopra, bussammo invano. Il sangue usciva da sotto la porta. Chiamammo i pompieri. Buttarono giù la porta e ci entrò in corpo il tanfo intimo e amaro. Ogni cosa era coperta di sangue. Guardavamo le piaghe sui muri stando attenti a non scivolare. Nel frattempo giunse l'alba. Il cielo era già bianco e pulito, ma sugli alberi e sui tetti, giù per i tombini e dalle crepe dei muri, scorrevano litri di sangue come se la terra non potesse più contenerne, e il sole scioglieva velocemente la foschia, rendendo sempre più reale il sudario che si apriva ai nostri occhi.
Magrezza
Febbre
E comunque i carciofi non mi piacciono a prescindere
Portrait Il sole è irragionevole. Passeri e cornacchie dicono che sia inodore. Credo sia perché sono fatti di sole, sono fantasmi diurni che al calar della notte si trasformano in ramoscelli secchi. Il sole d'inverno dietro la bruma del mattino presto è irragionevole perché ne sento l'odore: il fetore di cani investiti, in decomposizione sul bordo di una carreggiata. Devo aspettare un paio d'ore prima che svanisca questa sensazione, quando il cielo è ormai vuoto, azzurro, pulito, ed evidenzia tutta la merda che fiorisce sulla terra, nascosta di notte, quando è solo annunciata nelle angosce e nei presagi. Mi sembra di assorbire l'essenza di ogni oggetto che mi circonda, di veder trasfigurata la mia personalità nell'incontro con quella altrui. La personalità del treno, per esempio. Mi induce a pensare che debba per forza muovermi per arrivare da qualche parte e scendere. Binari, sassi, palazzi, alberi in coma, gomma, plastica. Avanti e indietro nello stesso tragitto per migliaia di giorni. Alla lunga gli occhi diventano calce, le lacrime fango. La stessa indifferenza della roccia, che viene scalfita solo da tempi disumani. La pelle assume il colore della ferraglia arrugginita. Il respiro delle automobili è lo stesso che esce dalla bocca, guardalo, ha la stessa leggerezza, uguale consistenza. Nel corpo lo stesso calore dell'inverno poco prima dell'alba. Algoritmi semplici, collaudati, sicuri. Potrei vantarmi di un dubbio: sono io che interpreto tutto in questo modo o realmente è in corso una metamorfosi? Veramente non è decifrabile, sono tutte porcate.
Punto di non ritorno Alle sette e mezza del mattino mando in esecuzione un mp3 amatoriale, costituito da bordate di rullante, grancassa e accordi saturi stoppati, della durata di un quarto d'ora. Alzo il volume al massimo e apro la finestra. E' come se un fabbro fosse penetrato in casa mia a picchiarmi sulla testa con una mazzetta rovente. Esco di casa lasciando la finestra aperta da cui erompe la mia fanfara personale in tutto il quartiere. Forse alcun ladro entrerà in una casa piena di musica e basta. Ora so per certo che qualcuno si diverte a lasciare la casa incustodita, aperta, con dentro un fabbro che picchia di mazzetta. Quando sarò un ladro ci entrerò senza indugio. Devo ricordarmi di meditare sulla definizione di ladro, in quali contesti cambia il suo significato, come fare a distinguere cosa è ladro e cosa no - cosa in quanto cosa e ladro in quanto persona - quanto i centri di potere influenzino il sentire comune da indurre a non considerare ladro chi lo è.
L'intenzione fasulla
Suicidati con la patta aperta Il decoro aziendale più d'avanguardia impone cravatta, braccialetto con cravatta, cravatta al dito, cravatta orecchino; ad ogni cravatta una spilla, acuta eleganza. Nei corridoi delle corporation più alla moda in borsa nazionale si usa scambiarsi argute battute, motti di spirito, velati da un tagliente sfottò reciproco, però inoffensivo. E' l'inconscio desiderio di evadere da un rigido ordine estetico che coinvolge il comportamento e sconvolge le naturali predisposizioni mentali. Consolazioni. In realtà senza un contesto in cui confinarsi sarebbe impossibile riconoscere una propria identità, che si disperderebbe nello spazio infinito. Ora sei tu. Devozione e rispetto ai tuoi superiori: il regolamento invita i dipendenti a chiedere un autografo ai responsabili delle diverse aree aziendali. Motivo d'orgoglio è una foto insieme al direttore, da mostrare ad amici e parenti. Non è contingente alla possibilità di carriera. Che tu ti vesta con una cravatta o con una chitarra elettrica, ma chi ti credi di essere? Quanto sai usare la tua maschera polifunzionale? Ritrova te stesso dormendo nudo sotto al letto. Annulla il karma aziendale, interrompi la trasmigrazione delle risorse umane, rinuncia alla carriera ed entra nel mito: suicidati ai piedi della machinetta del caffè durante la pausa delle sedici (ricorda di farti trovare con un puffo nel taschino della camicia), o in ascensore, o nel tre minuti di silenzio di un lutto nazionale. In ogni caso suicidati con la patta aperta, se puoi.
Ghiaccio L'autista a una settimana dalla pensione (*) governa l'autobus con scioltezza, la stessa della neve depositata su un letto di ghiaccio e di asfalto ghiacciato; scioltezze di stessa intensità si respingono, l'una non riesce a domare l'altra, e in curva le mani si inseguono sul volante, la giusta traiettoria è una fantasia dell'autista o un progetto divino sconosciuto ai passeggeri; il culo dell'autobus tenta un sorpasso della parte anteriore, le lamiere rispondono picche; l'autobus si schianta contro uno spigolo urbano di periferia, scoppiano i vetri, scoppia il sangue nelle vene, in perfetto stile paura. (*) Lo ha detto lui appena salito.
Niente luce in fondo al tunnel
Sul fumo
Sensi di colpa Arrivo di corsa davanti alla caserma e vedo due carabinieri addosso a Z, impegnati a tirargli pugni nelle palle. Rimango interdetta, proprio non me l'aspettavo. Quando mi vedono smettono, e Z corre da me piangendo. Mi spiegano cosa è successo: Z si è presentato in caserma, ha detto di volersi costituire in quanto colpevole della morte di una dozzina di soldati in Iraq, vittime di un'imboscata. I carabinieri non intuivano il nesso, ma Z insisteva nel ritenersi responsabile. Insomma alla fine hanno chiamato me per andarlo a prendere, e mentre mi aspettavano sono stati aggrediti e hanno reagito. Così sono andati i fatti.
L'ufficio delle cose perse Ho perso il treno. Lo troverò? In un precedente tentativo l'ho raggiunto con l'auto qualche decina di chilometri più avanti. Per fermarlo ho sostato di traverso nel passaggio a livello. Il problema è che è stato il treno a prendere me, e non viceversa.
Io, controllore Trenitalia [4]
L'essere tarpati in ufficio Non apro la porta alle signore e se Frank Zappa avesse usato questa frase in un suo testo qualcuno avrebbe potuto gridare allo scandalo pornografico - come infatti si verificò più di una volta. Se qualcuno di fianco a me apre la porta per far passare una signora le taglio la strada e passo prima io. Le signore sono creature molto gentili e schizzinose quando taglio loro la strada agitano le mani come se salutassero e dicono: "questa fetta è troppo per me" con una faccia tale che sembra dire una cosa tipo "ma se ti ho appena visto passare attraverso gli organi in movimento della mietitrebbia di tuo padre..." valga anche in questo caso quanto detto per Frank Zappa. Questo è uno dei motivi per il quale sono in ufficio legato alla gamba della scrivania tramite una catena di appena un metro. Gli altri motivi sono:
Tornammo in casa e sbrigammo le nostre faccende. Poi andammo ad aspettare il treno. Il cielo era terso, azzurro. Non acceccava come quello di certe estati. Ci si affondava lo sguardo. Tutto il resto era rosso e oscuro, nessun altro colore era stato risparmiato. Arrivò il treno, vuoto e con le porte aperte. Quando si fermò si chiusero le porte. Aspettammo un minuto. Il treno ripartì e le porte si aprirono. Scomparve dietro la curva e aspettammo il successivo. Anche questo arrivò con le porte aperte, si fermò e le chiuse. Le aprì dopo essere partito. Fu così con altri due treni. L'odore del sangue mi riempiva la bocca di calore carnale. Ci guardammo tutti scambiandoci occhiate assetate. Ci buttammo per terra e cominciammo a bere.
25 gennaio 2005
Così è da un giorno che non digerisco un cazzo perché tanto lo vomito. Oggi per pranzo ho preparato ravioli al sugo e bistecca di pollo e contorno di pomodori e formaggi vari e mousse di cioccolato e macedonia. L'ho buttato direttamente nel cesso, mica posso mangiarlo. Anche mia madre ha consigliato di fare così: se hai fame fatti da mangiare e butta tutto quanto che sennò poi stai male, ha detto proprio così. Per stasera sto pensando di buttare la mitica pizza fagioli e cipolla, devo informarmi se la buttano a domicilio così non faccio la fatica di alzarmi dal letto, e non intendo la levitazione.
Oggi ho constatato di aver perso un chilo, cioè ho perso le borse sotto gli occhi, non avendo nient'altro da perdere.
Non è grave, ma è successo che mia madre mi ha scambiato per la scopa. S'è avvicinata e fa: 'sta scopa che ci fa al contrario. M'ha girato sottosopra e non ho detto niente per vedere fino a che punto sarebbe arrivata. Ha cominciato a strofinarmi per terra coi capelli arruffati finché calmo e risoluto gli ho urlato cazzo stai facendo mamma, allora s'è spaventata e ha mollato la scopa, cioè sono caduto per terra. Non capiva che era stata la scopa a urlare, e che la scopa ero io, e si guardava attorno cercandomi per casa. Mi sono trascinato fino al letto perché non avevo la forza di camminare, giusto adesso sto esaurendo le ultime risorse per scrivere questa cosa e rinfrescarmi la memoria. Mentre scrivevo è arrivata mia madre, ha aperto la finestra e per poco non venivo pescato dal vento, mi son dovuto aggrappare al materasso, nello sforzo mi son del tutto sfiancato, non so se riusc
23 gennaio 2005
E' la fottuta febbre che arriva ancora, a cadenza regolare, tre giorni in salute, tre giorni in delirio, tre giorni in salute, tre giorni in delirio... non se ne può più. Non era mai accaduto come quest'anno. Non era mai accaduto prima dell'ultimo capodanno. E fosse solo la febbre, no. Sudore continuo, debolezza, che nemmeno si può afferrare una mezza bottiglia d'acqua, ossa doloranti, bocca spalancata, alla ricerca d'aria. Seduto, sdraiato o in piedi, non si sa come stare. Difficile prendere sonno. Resto circondato da una nauseante sonnolenza. Sotto le coperte fa troppo caldo, fuori fa troppo freddo.
In un attimo di tregua, circostanza incredibile, mi salta in mente l'idea di staccare la testa. Di metterla sul comodino e prenderla a calci, sfogarla, e poi riavvitarla. Ho qualcosa che non va, sparso nelle viscere craniche.
Prendo il trapano, il tubo per travasare il vino, una bacinella. Con il trapano mi buco la fronte. Fa male, non l'avevo considerato, chissenefrega. Fa più male quando fermo la vite. Sto per abbandonare e chiamare un dottore, riparare, recuperare... No, insisto: tampono. Infilo il tubo attraverso il foro, lo immergo nel cerebro. L'altra estremità la collego a una pompetta a pistoni e travaso tutto nella bacinella.
Sto bene, ora sto bene, con la testa vuota. Il passo successivo sarebbe preparare l'intruglio di hashish e tavernello, quello usato per rompere i legami sinaptici sui quali attecchisce il virus. Scaldare in pentola la poltiglia cerebrale e versare l'intruglio mescolando lentamente, finché non si raggiunge una consistenza granulosa e l'intruglio non comincia a evaporare. La poltiglia sarebbe costituita da soli neuroni liberi, pensieri sconnessi, ricordi mischiati. Lasciar evaporare completamente l'intruglio, quindi rimettere il cervello in testa. Sarebbe da fare tutto questo.
Mi rendo conto che senza cervello sto bene, come in assenza di febbre. Non mi sembra di poter fare o pensare meno cose di prima. Dove sta la differenza? Ho la testa vuota, e posso accontentarmi di vivere come prima. Eccellente! La poltiglia ha un odore invitante, ma è troppo calda, e odora di bruciato. La lascerò raffreddare del tutto, prima di decidere se rovesciarla nel cesso o utilizzarla per cena.
22 gennaio 2005
Per fare bella figura ai colloqui mi sarebbe bastato non andarci. Invece ci andavo, portando in dono una bottiglia di vino o di whiskey a seconda di quello che mi avanzava a colazione. Ero convinto che non mi avrebbero mai accettato, e mi serviva una buona ragione. Quasi sempre parlavo di me bevendo whiskey che il mio interlocutore rifiutava con ferma convinzione, come se gliel'avessero ordinato importanti esponenti dell'esercito. Mi facevano parlare a lungo e poi tanti saluti. Solo una volta lo scolammo insieme, io e un sessantenne presidente di un'azienda a me ancora ignota, che è quella dove lavoro attualmente. Eravamo talmente ubriachi che firmammo veramente il contratto di lavoro. Poi ci vomitammo sopra.
Un'altra volta capitò che si scolarono mezza bottiglia in portineria, come tassa di passaggio, ed entrai nell'ufficio indicato. Sulle pareti c'erano copie ridotte di Escher e Giger. La scrivania, piuttosto grande, di marmo nero, con una lastra di vetro per ripiano, aveva la solita mostra di cancelleria, più uno strano oggetto che l'uomo dietro la scrivania mi spiegò essere un theremin, lo stesso che i Led Zeppelin usavano in concerto durante Whole Lotta Love. La faccia dell'uomo era quasi identica a questa qui.
Mi chiese delle mie esperienze passate. Prima di cominciare lo avvisai che non ricordavo nulla che fosse accaduto prima dei tre anni di età. Rispose che avrebbe chiuso un occhio, e lo fece veramente. Per esporre senza interruzioni il mio curriculum, lessi i passaggi salienti su alcuni bigliettini che scrissi a casa. Se ne accorse e me li strappò di mano. Scena muta: lo informai che non avevo studiato. Rispose che potevo arrivarci ragionando un pochino. Mentre ragionavo e parlavo con fatica, poiché non so fare le due cose contemporaneamente, sedeva ingobbito, con un occhio chiuso e la bocca deformata in un bieco sorriso. Per alcuni minuti non si accorse che smisi di parlare, ma poi si riprese. Armeggiò sotto la scrivania e si alzò. Fu di fianco a me, in piedi, io seduto. Mi guardava sorridente e lascivio, dall'alto in basso. Sorseggiai veloce dalla bottiglia e capii.
Dopo pochi secondi avevo il suo pene in mano. Sapevo che avrei dovuto infilarmelo in bocca, e mi sembrava una cosa molto stupida. Un pene in bocca. Gli rovesciai sopra del whiskey.
"Oh, bravo, ancora ancora!".
Svuotai quasi tutta la bottiglia, bevvi l'ultimo goccio e aprii la bocca sul suo glande. Poi serrai i denti.
"Idiota! non così!".
Non avevo idea di come si facesse, non mi ero mai trovato dall'altra parte. Francamente mi stavo pentendo dell'iniziativa, avevo la bocca infuocata dal whiskey e volevo tornare a casa. Mi prese la testa fra le mani e se la schiacciò sul pube, sussultai. Il pene mi arrivò in gola. Trattenni i conati. D'istinto agitai a caso la lingua. Probabilmente si trattava di un riflesso innato, ma non sapevo minimamente cosa stessi facendo. Pensai alla distanza che mi separava da casa, pensai alla Sicilia, al buco nell'ozono, ai posaceneri a forma di Australia, alle interminabili attese di treni sotto il cielo nuvoloso, pensai ai negri che raccoglievano cotone in Lousiana, a Carlo Giuliani, e al parmigiano reggiano sul risotto ai funghi. Poi sentii un aspro sapore, credevo fosse carciofo, la bocca piena di quel micidiale sapore. Lui gemette, lo guardai in faccia: con grande sforzo teneva chiuso un occhio, l'altro spalancato. Gli tremavano le labbra. Mi levai di bocca quell'affare.
"Ingoia, cristo! ingoia!".
Non ce la facevo, volevo sputare tutto.
"Avanti, ancora uno sforzo!"
Lo guardai implorante. Non gli feci nessuna pietà: con la mano mi tappò la bocca, e il naso, per non farmi respirare. Pur di farla finita ingoiai tutto.
"Bravo ragazzo".
Uscii da quella stanza, percorsi il corridoio senza badare a niente, "Le faremo sapere", disse una segretaria, ma l'avrei ricordato quella sera a letto, insieme ad altri dettagli, mentre mi addormentavo. Ricordo che a distanza di ore, nonostante avessi lavato i denti e fossi arrivato al punto di bere candeggina, sentivo ancora quel sapore di carciofo. Il mattino dopo trovai ancora tracce del suo sperma incastrate tra la guancia e la gengiva. Le sputai nel lavandino mentre l'acqua scorreva al massimo. Lo vidi per un attimo prima di essere risucchiato veloce dal gorgo. Lo sperma, non io. Mi ricordò una volta, anzi più di una volta, in cui mi sparai una sega mentre mi facevo il bagno. Lo sperma sott'acqua aveva quella stessa consistenza. Sembrava una medusa spossata. Chiamai perfino mia madre per farle vedere quella roba strana.
21 gennaio 2005
Il ritorno alla realtà: le urla di un impiegato dell'ufficio adiacente fanno tremare le pareti divisorie di plastica. Lo stanno inculando con una cornetta del telefono. I miei colleghi abbandonano le scrivanie, vanno a vedere lo spettacolo. Rimango da solo in ufficio. Mi alzo, vado alla finestra. Le finestre non si possono aprire. Credo per far suicidare la gente da qualche altra parte. C'è l'aria condizionata, altrimenti niente. Levo la griglia, mi arrampico ed entro nel condotto dell'aria. Striscio dentro fino a trovarmi sopra una terrazza, svito una griglia e sbuco fuori. Scendo le scale, arrivo al pianoterra, esco fuori dal palazzo, torno a casa a suonare.
20 gennaio 2005
A volte la mattina presto sento l'odore di un'imminente invasione degli ultracorpi. Mantenere un aspetto normale fino alla nausea e nascondere l'identità segreta, che diventa identità secreta non appena trova una via di fuga nel mondo esterno. Nel frattempo continuare a importunare i colleghi con svolazzi della propria cravatta nel loro padiglione auricolare, al puro e nobile intento di rompere le palle. Continuare per scommettere che nessuno mi caccerà fuori a calci in culo, ma seguirà una rigida procedura di richiami e minacce formali intimidatorie al fine di evitare un impatto carnale che possa rompere l'equilibrio esistente. C'è un punto di non ritorno raggiungibile solo carnalmente.
20 gennaio 2005
Ascoltiamo per ore Into The Void dei Black Sabbath rifatta dai Kyuss, sdraiati dove capita con gli occhi rivolti senza intenzione verso il soffitto sotto una nebbia di fumo. Gio si alza di scatto. "Dobbiamo uccidere mia madre, cazzo, mi sono rotto i coglioni". Mi ordina di seguirlo. Usciamo dalla stanza lasciando la musica da sola.
In sala troviamo sua madre. Gio è innocuo. Entra in cucina, riempie un bicchiere di latte e ci mangia dentro dei biscotti al cacao. Poi, dopo, beve anche della birra fresca di frigo, se c'è. Io mi accontento di acqua, se c'è, altrimenti punto all'acqua nel vaso delle piante, se c'è. Prima di uscire,. Gio passa a salutare sua madre, si baciano.
Camminiamo sotto la luce dei lampiomi. Non riesco a dimenticare i motivi e le armonie delle nostre canzoni. Gio dice che non gli importa, che non dovremmo prenderci molto seriamente. Succede così ogni sera che ci incontriamo. Non parliamo mai delle cartine lunghe, infatti finiscono piuttosto spesso.
19 gennaio 2005
Unico pensiero prima di tornare in apnea: ricordarsi di mettere un bavaglino prima di parlare.
19 gennaio 2005
Il prezzo da pagare vale il costo del biglietto, la prossima volta ne acquisto uno anch'io.
16 gennaio 2005
Come promesso a me e ai lampadari con i quali discorre, il signor Z è stato in conferenza, ha tenuto banco a circa ottanta noti personaggi della rete possessori di un blog, finché questi non hanno utilizzato i foglietti degli appunti per raddrizzare i banchi sotto una delle gambe. Il signor Z è uno che mantiene da anni le promesse, ma ultimamente ha chiesto gentilmente loro di cercarsi un impiego - non di trovarlo, solo di cercarlo, e di inventarsi uno scopo per tenerle sulla buona strada, perché non ha più i soldi per mantenerle, le promesse. Infatti è vero, è banale, che tante promesse si possano mantenere davvero solo in virtù di un buon capitale. Pare che non riesca più a mantenere nessuna promessa perché i suoi mecenati hanno visto - dopo l'abbondante aperitivo - e sentito - in conferenza - per la prima volta cosa esce dalla sua bocca. Comunque, il suo discorso non è durato molto. E' stato davvero culminale quando ha detto, testuali parole:
"...ci stiamo riuscendo, davvero: smetteremo finalmente di usare i mezzi per raggiungere lo scopo. Lo scopo diventerà il mezzo. Lo scopo sarà il cellulare. Lo scopo sarà una bella vettura. Lo scopo sarà il tasso di interesse. Lo scopo sarà la griffa. E' fenomenale, sì, come sarà presto facile raggiungere uno scopo semplicemente comprandolo al centro commerciale. Cosa c'è di più facile? Per esempio elargire promesse a destra, nemmeno a manca, solo a destra. Non è un mezzo la promessa? Ma un mezzo di cosa? Una promessa è solo un mezzo, mantenerla è solo un altro mezzo, insomma una promessa mantenuta è in totale un intero. [...qui si è interrotto, per cantare Bad To The Bone e sudare, poi ha ripreso]. I possessori di blog entreranno in tempi bui [e su "tempi bui ha tirato fuori un post-it con stampato questo simbolo: "*"]. Se il blog si è rivelato un mezzo almeno all'apparenza, mentre il possessore del blog l'altro mezzo sempre almeno all'apparenza, succede e continuerà a succedere che il blog diventerà un fine, la fine. Interessante che nonostante genere differente, il "fine" suoni un po' alla stessa maniera de "la fine", che una coincida con il raggiuggimento dell'altro? Per questo che sono così tanto abituato a non portare a termine mai un cazzo, e scusate il linguaggio, non fosse per esso me ne starei zitto, mica è colpa mia. Il blog posseduto va liberato, esorcizzato. Chiamare un prete? Non lo so, è ancora presto per dirlo. Magari più tardi lo dico: "Chiamare un prete?", e sarà il momento giusto. I blog posseduti possono essere un pericolo per la comunità, possono contagiare altri blog, quelli non posseduti, silenziosi, con tutta la punteggiatura pulita, mai usata, che raccontano la verità, indecifrabile. La verità o fa tanto schifo da fuggirne o è zitta, che parla solo in lingue sconosciute o perdute per sempre chissà quando e dove. E' temuta perché il silenzio nasconde qualcosa che potrebbe far tremare una certezza o una tiepida abitudine. Io che pretendo di parlare di cos'è la verità sono un coglione e voi anche che mi state ad ascoltare. Coglioni!"
A tali parole nessuno se l'è sentita di applaudire. Il signor Z è uscito dalla sala e solo quando anche la sua ombra ha oltrepassato la soglia sono esplosi gli applausi - i giornali parleranno del suo atto d'andarsene come il più grande favore meritevole di ricompensa -soltanto- formale. Se ti parlano alle spalle ti fischiano le orecchie, e se ti applaudono? Non che ti applaudono le orecchie, intendo dire: se qualcuno ti applaude alle spalle cosa ti fischia? Ancora le orecchie? Non lo so, non ci crederei. E' quando qualcuno ti fischia alle spalle che le orecchie ti applaudono. E se ti fischiano alle palle? Non lo so, non ci crederei.
Il signor Z è stato visto nei seminterrati insieme ad esperti dell'acne che ci pontificano sopra da mattina a sera, teorizzando che serrare i denti, trattenere il respiro e sforzarsi faccia esplodere i brufoli, pluck pluck pluck, uno dietro l'altro nella faccia paonazza dallo sforzo, dicevo è stato visto nei seminterrati a un banchetto dove pubblicizzava un suo film porno amatoriale girato per festeggiare la sua laurea, intitolato proprio Magna Cum Laude. Eccezionale, e dopo ore e ore si è poi ricordato del foglietto con l'asterisco, è tornato in sala interrompendo gli applausi e ha mostrato il foglietto, dicendo, testuali parole:
"Tempi bui. Sono tempi bui per quei complessi rock alle prese con batteristi incapaci, che sanno andare a tempo solo con il proprio sangue. Per eseguire una rullata devo aspettare un attacco tachicardico, per eseguire uno stacco devono soffrire di soffio al cuore. Se il tempo di un batterista è scaduto potrebbe provocare rigetto nei suoi compagni di gruppo. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah. Blah blah blahblahblah blah blahh bleh. Bleh. Blah blah blahblah blah bleh blah".
Applauso. Mentre tutti battevano le mani finché eran calde, il signor Z ha detto:
"Ogni giorno recido parte del filo che tiene il lampadario appeso al muro, ciao".
Applauso.
"Chiamare un prete?"
Applauso.
Applauso.
"Le ultime cose che avete applaudito senza un minimo di senso comune, nessuno riesce a capire di che cosa state applaudendo".
Applauso.
14 gennaio 2005
Molti ma molti quanti e chi? discuterebbero ore sul fascino trasmesso dal fumare una sigaretta o dal semplicemente tenerla fra le labbra fumarla senza aspirare cioè non fumarla ovvero lasciando che si consumi da sola e in questo caso vorrei verificare se in presenza di forte vento la sigaretta si consuma prima
io secondo me penso che sia uno stato mentale indotto dalla nicotina così come tutte quelle sostanze presenti nelle bevande o negli oggetti che usiamo, per esempio allora si può parlare del fascino che ha chi tiene in mano una bottiglietta di coca cola, chi passeggia leccando un chupa chups, chi è seduto al tavolino sotto un portico in piazza in mano ha un gin tonic, chi vaga di notte nelle cittadine vuote con mezza bottiglia di vino in mano, e per mezza intendo dire spaccata a metà cioè il fascino di chi potrebbe tagliarsi da un momento all'altro ma non succederà, per non parlare del fascino di chi fuma la pipa in pantofole con vicino il cane, il caminetto in mano, il libro "il codice da vinci" o ken follet o perfino la bibbia, il fascino della divisa, il fascino di chi legge giornali freepress alla fermata del tram (a proposito ma perché fuori dalla stazione continuano a offrirmi questi giornali ma pare che debba leggerli per forza), il fascino di chi legge delitto e castigo in primavera sdraiato sotto le fronde verdi del parco sempione, e insomma
questa incombenza di fascino verrà sempre più minata dagli attacchi del proibizionismo e di chi vorrebbe depurare l'umanità intera del vizio ma in realtà come tutti sappiamo c'è sempre ben altro interessi beceri e
tanto per dire è già sul tavolino il progetto di limitare per bene il consumo di alcool e a me questa faccenda fa venire in mente l'assurdo proibizionismo che si scatenò in america negli anni venti, non so se avete sentito, Sirchia ha detto che vuole intervenire sulla fellatio
avevo appunto trascurato il fascino della fellatio, milioni di persone in tutto il mondo si prodigano in pompini o si mettono ad ammirare foto di palati riempiti di cazzi, secondo recenti studi attestati non so da chi, pare che lo sperma acceleri il ritirarsi delle gengive, Sirchia vorrebbe vietare la sborrata in bocca anche a casa tua, io me lo immagino Sirchia che discorre di queste cose con i suoi colleghi o cugini a cena bevendo valpolicella e mangiando brasato, in realtà a Sirchia da solo fastidio il sesso orale e per uno sfogo o capriccio vuole imporre la sua visione del mondo a tutti quanti con il risultato che
un'altra cosa poi molto dannosa è lo smog cittadino di cui non se ne può fare più a meno, io vorrei sapere quanti rinunzierebbero ai muri degli edifici coperti dal lenzuolo nero, al bruciore nelle narici, ai passeggini spruzzati dal gas di scarico, io credo nessuno, è fantastico osservare l'orizzonte marrone o le colonne di esseri umani sui marciapiedi mentre dalla strada migliaia di macchine
ci sono siti per esempio dove è possibile arraparsi guardando volti di modelle che fumano la sigaretta, così come ci sono siti dove ci si arrapa osservando gente normalissima, di quella coi capelli in testa o magari no, comodamente seduta su una panchina mentre a tre metri di distanza muratori versano il catrame le cui esalazioni
poi trovo assolutamente privo di senso il detto che praticare il cunnilingus sia come leccare un posacenere, ma comunque
13 gennaio 2005
Di Z sono la migliore amica, credo, e viviamo insieme nello stesso appartamento. Z ha un problema: quando sente o legge di calamità, stragi e cronaca nera, si sente responsabile dell'accaduto, come se non avesse potuto fare abbastanza per evitarlo, o come se si fosse dimenticato di fare qualcosa da qualche parte. Alcuni giorni fa ha visto in televisione il disastro lasciato dallo tsunami e si è catapultato da me affermando di non essere stato abbastanza accorto da avvisare i governi in tempo. Per prima cosa gli ho ordinato di rimettere a posto quella dannata catapulta, e per secondo gli ho detto di non preoccuparsi, che tanto tutti non sono stati abbastanza accorti. Anni fa è andata anche peggio. Quando ha visto gli aerei entrare nelle due torri ha pensato che ce l'avessero con lui, che fosse una sorta di avvertimento a quello che gli sarebbe potuto accadere se non fosse stato attento a qualcosa. E così è negli innumerevoli casi di omicidio. "Dovevo stare più attento", è il suo commento più comune alla cronaca nera dei telegiornali, "non mi sono trattenuto", "forse dovrei nascondermi", e via così.
Io e alcuni nostri amici stiamo riuscendo nella folle impresa di recuperarlo. Gli abbiamo spiegato che nulla di tutto quello che viene detto nei giornali e in tv è vero, che è tutta finzione, un palcoscenico messo in piedi dai giornalisti per garantirsi uno stipendio, un mondo surreale costruito giorno dopo giorno per distrarre le menti degli esseri umani e stordirli. Gli abbiamo spiegato che l'unica realtà ammissibile è presente solo nella sua testa ed ha origine da essa, e che a tutto il resto deve restare indifferente, che l'uomo ha vissuto per millenni senza sapere cosa accadeva dietro la collina, e lui può fare altrettanto, tanto l'influenza che ha nel mondo non va oltre la sua ombra, gli abbiamo proprio detto così e lui l'ha accettato. Gli abbiamo detto queste cose, ripetute centinaia di volte, anche in coro. Gli telefoniamo in piena notte per destarlo dai sogni e fargli ricordare la verità della finzione. Lo bombardiamo di messaggini. Lo abbiamo convinto che è per il suo bene, e infatti è così.
Già oggi, alla notizia di 16 alunni morti nell'incendio a una scuola in Iran, ha guardato impassibile il televisore masticando i fagiolini verdi, come se ascoltasse i numeri di una schedina non giocata. Abbiamo ancora qualcosa da fare per quanto riguarda la cronaca locale, perché a causa della vicinanza geografica si sente come dire coinvolto, ma crediamo che sia solo questione di giorni. Sussiste un problema, però: non dovendo più interpretare le notizie di cui è bombardato, si sta riempiendo il cervello di informazioni apparentemente sterili, aventi come unica qualità il suono delle parole di cui sono composte, e nient'altro. Questo alla lunga potrebbe essere nocivo, potrebbe confonderlo e privarlo di punti di riferimento, insomma alla lunga potrebbe ritrovarsi a nuotare in un mare di cazzate. Sarebbe opportuno debilitare del tutto l'assunzione di notizie. A Consonno c'è una clinica dove praticano lobotomia frontale, parietale, temporale, occipitale e svariate altre a seconda dei risultati che si vogliono ottenere. Per dire, è possibile effettuare una lobotomia misurata, tale da lasciare al soggetto la padronanza delle circostanze esclusive e importanti, per esempio la necessità di non perdere i treni, l'importanza di trovare qualcosa da fare a capodanno o il sabato sera, la capacità di non lasciare nemmeno un secondo del proprio tempo a oziare, e tutto il resto è lasciato affanculo.
11 gennaio 2005
Poi ci sono altri rischi nel voler recuperare un treno con l'auto. Può essere che lo si raggiunga oltre la stazione dove bisogna scendere, o che strada facendo si decida di guidare fino a destinazione. Bisogna capire cosa si vuole veramente: usufruire del treno ad ogni costo o arrivare a destinazione? Personalmente scelgo il vaffanculo e torno a casa.
Oggi però sono passato dall'ufficio oggetti smarriti per la prima volta. Come recita una targa all'ingresso, "Oggetti smarriti" è molto riduttivo. In realtà le competenze dell'ufficio riguardano animali, persone, cose, pensieri ed ectoplasmi. Fortunatamente non c'era molta coda. Ho aspettato che un segretario del governo americano finisse di parlare con l'impiegato, riuscendo a carpire le parole "triangolo", "Bermuda" e "pan di spagna". Al mio turno ho chiesto all'impiegato informazioni sulla mia lista delle cose perse. Siamo entrati in un ufficio vuoto, pareti spoglie, luce soffusa, nessun odore particolare. Al centro di un muro c'era un terminale simile a un bancomat. L'impiegato smanettava sul tastierino e io lo guardarlo. Sul video è comparsa la galleria di tutto quello che avevo perso. Questo cos'è? domando. E' il treno di oggi. Lo prendo. Bene. La sua mano viaggia tra le icone e sceglie quella del treno, preme Invio e l'icona si annerisce. Le faremo avere lo stesso treno domani, cerchi di essere puntuale; desidera altro? Scorgo un viso familiare. Chi è? E' Gipeta.. Ah, Gipeta! la mia compagna delle elementari. Perché è qui? Questa bambina sarebbe potuta diventare sua moglie. Oh, la riprendo. Non può prenderla da sola però, c'è anche il suo attuale marito. Non mi interessa suo marito. Mi spiace, ci sono dei limiti al recupero delle cose perse. Fa niente, superiamoli! Mi spiace, il software del terminale non permette tali operazioni. Cosa accadrebbe? Un gran casino, mi creda; altro? Sì...
guardo le icone scorrere sul video.. cristo, sono migliaia. E quelli cosa sono? Neuroni. Ah, neuroni? Già. Ho perso dei neuroni? Così risulta. Ma tanti? Un bel po'. Li riprendo. Bene. E quella? Quella è un tre di bastoni. E che ci fa lì? E' la briscola di una partita persa quindici anni fa giocando con suo nonno materno. Potrei riaverla? Posso chiederle perché desidera vincere una briscola già persa? Boh, così, per divertimento, e poi non sia indiscreto. Comunque non può riaverla, suo nonno materno è morto da anni. E allora? Non possiamo cambiare l'idea che ha di quella partita un morto, perché non c'è più nulla da cambiare. Cambierebbe solo per me! No, cambierebbe anche a suo nonno, ma nel passato, e si correrebbe il rischio di stravolgere il presente all'improvviso. I paletti del software immagino... Certo. E quello cos'è? Uh, è un cuore. Il mio? E già. Che significa. Uhm, lei ha perso la vita. Uh, quando? Adesso; le confesso che non mi piace. La preoccupa? Sì, molto. Ma le pare, mi guardi, sono vivo. E con ciò? no no, c'è qualcosa che non va, mi segua.
Usciamo dall'ufficio. Troviamo i nostri corpi a terra, il pavimento è chiazzato di sangue. Una rapina.
Io e lei siamo morti, dice l'impiegato.
Morti?
Già.
Fisso il mio corpo incredulo. Da qualche parte in fondo ho la sensazione che sia un sogno, mi aspetto un risveglio, e non mi preoccupo. Esco dall'edificio, non si vede niente, c'è nebbia dovunque. Nebbia fitta immobile, e silenzio.
E adesso che facciamo? domando.
Non lo so, siamo morti, che vuole fare? Io vado a farmi un giro.
L'impiegato si allontana, sparisce nella nebbia. Per qualche secondo sento il rumore dei suoi passi allontanarsi, poi torna il silenzio. Ed io non mi risveglio.
08 gennaio 2005
Ho notato che in treno molte persone si annoiano. Per lo più rivolte verso il finestrino. E' curioso, no? Si possono fare molte cose in treno. Ascoltare musica, leggere un libro, viaggiare di mente, dormire. Invece no, molte non hanno assolutamente voglia di applicarsi, e sprofondano nel sedile, annebbiano gli occhi il naso e la bocca, sembrano uova, perdono la cognizione del tempo. E' successo anche a me per un certo periodo. Erano i tempi delle superiori. Non ascoltavo musica per paura dei messaggi satanici. Libri non ne avevo più, le pagine le avevo strappate per soffiarmi il naso. Senza il pigiama addosso non riuscivo a dormire. La gente aveva paura a parlarmi. Se mi perdevo in viaggi mentali dovevo pagare il supplemento al biglietto ordinario.
Per rompere la noia, una mattina salii a bordo vestito come un controllore. Mancava solo lo stemmino trenitalia sulla giacca. In mano, uno schiaccianoci. Incontrai il vero controllore e lo salutai dsinvolto, lui ricambiò, chiedendomi quale fosse la mia commessa. Gli risposi la terza da sinistra davanti al reparto calzature, scoppiammo a ridere. Io ridevo per finta perché la battuta mi faceva cagare, ma lui era proprio divertito. Mi chiese chi fosse il mio responsabile materiale rotabile, gli risposi che ero autonomo, un collaboratore trenitalia che obliterava biglietti a cottimo. Rise di nuovo, mi diede due pacche sulla spalla e andò ad occuparsi delle sue cose.
Mi spostai di qualche vagone e gridai "buongiorno, biglietti prego!".
Ecco le mani che frugavano nelle borse, nelle tasche delle giacche e perfino nelle scarpe. Tutti con il loro bel biglietto. Li obliteravo con lo schiaccianoci, qualcuno me lo faceva notare, rispondevo che era così per ridere, oppure che era in corso una forma di protesta contro il mancato rinnovo della cancelleria professionale.
A un certo punto mi capitò un ragazzino senza biglietto. Si inventò che arrivò di corsa e che non fece in tempo a passare dalla biglietteria. Gli dissi di renderne conto a Dio e passai oltre.
Poi un ragazzo extracomunitario, anche lui senza biglietto, doveva essere marocchino o tunisino, algerino o egiziano, libico, insomma non lo so di dov'era esattamente. Disse che era senza soldi. Un distinto signore vicino a lui gracchiò che come al solito loro potevano viaggiare senza biglietto. "Davvero?" domandai, e rivolto al ragazzo: "scusami, non lo sapevo, non ho letto l'ultima circolare per il personale rotabile, questo signore è più informato di me", e andai oltre.
Incontrai un'intera famiglia di zingari, tutti senza biglietto. Le donne avevano in braccio questi bimbi col muco che colava giù dal naso, mi guardavano imbambolati senza tradire alcuna emozione. Puzzavano tutti di merda, non so perché. Mi dissero che non sapevano di dover acquistare il biglietto, pensavano si viaggiasse gratis. Gli risposi che no, il biglietto bisogna acquistarlo, e chiesi loro cortesemente se volessero farlo subito. No, dissero. Non avete soldi? domandai. No niente soldi, risposero. Una signora seduta poco distante, presidente di un rinomato istituto di credito o massaia di provincia, non saprei dire con esattezza, disse: "questi stranieri, sempre senza biglietto, e noi a pagare, come fessi... ma cacciateli fuori".
Il treno correva in aperta campagna. Signora che facciamo li buttiamo dal treno in corsa? domandai. Ce li hanno i soldi ce li hanno anche per pagare le multe, rispose. In questo caso, dissi rivolto agli zingari, sono costretto a farvi una multa, siete d'accordo? Fecero di no con la testa, e ridevano, sembravano trovare il tutto molto divertente. Signora in questo caso devo chiederle di pagare la multa, dissi, rivolto alla direttrice o massaia.
- Prego?
- Io la multa devo farla, è la legge, e qualcuno la deve pagare
- Ma và và và valà và
- No signora, senza scherzi. Mi dia un documento
- Che storie! la paghi lei!
- E' vero signora, non ci avevo pensato...
Cercai nella giacca il blocchetto delle multe e non c'era. Già, certo che non c'era. Torno indietro a chiedere al controllore? No. Signora, dissi, sono costretto a farla scendere alla prossima stazione.
- Ma scenda lei!
- Non posso, ho una missione da compiere io
- Comunque, dovevo già scendere alla prossima stazione!
- Ah. Bene, allora siamo a posto così
Dissi agli zingari che non c'era problema e qualche minuto dopo venne una ragazza appena salita a chiedermi che doveva fare il biglietto perché la biglietteria era chiusa.
- Io non sono mica la biglietteria - risposi.
- Ah
- Faccio il controllore, io controllo sa? a limite faccio le multe. Ecco, il massimo che posso farle è una multa
- guardi, le ripeto che la bigliet
- Però adesso che ci penso non ho il blocchetto delle multe, non me ne sono proprio accorto stamattina, altrimenti avrei preso qualche post-it. Signorina sono costretto a gettarla dal treno in corsa
- ahahahah
- No, senza ridere, facciamo le cose seriamente
- vabè, mi siedo
- no no, si alzi. Deve scendere alla prossima stazione?
- Come?
- Scende alla prossima?
- Sì...
- Ecco appunto, m'hanno già fregato una volta. Dai, aspetti che abbasso il finestrino
- Ma cosa fa, mi lasci il braccio!
- Ecco fatto, pensa di passarci?
- Cosa?
- Le do una mano.
- Non mi tocchi! Ma per favore!
- Non si agiti
- Basta! Aiuto, aiuto!
Un paio di signori mi furono addosso.
- Sono un pubblico ufficiale io - dico.
- Lei non si sente bene
- Fatemi vedere i vostri biglietti
La ragazza e i signori si lanciarono occhiate divertite e spaesate. In quel momento partì un lungo fischio dalla locomotiva. Il treno frenò all'improvviso, perdemmo l'equilibrio, mi aggrappai ai sedili. Il fischio continuò, la frenata anche. Fui scaraventato verso la parete laterale. Fuori dai finestrini vidi andare tutto sottosopra. I finestrini di destra strisciavano sui binari e i vetri scoppiavano, a sinistra si vedeva il cielo nuvoloso. Il treno si fermò. La ragazza era sdraiata a faccia in giù, non si muoveva. Non vedevo nessun altro. Mi alzai, afferrai la ragazza. Mi accorsi di avere la manica della giacca destra inzuppata di sangue. Da uno squarcio aperto sulla lamiera del treno vidi gli zingari correre per i campi. Sentii un lamento provenire dal vagone vicino, e poi alcuni gridi d'aiuto. Mi feci forza per prendere in braccio la ragazza, la feci passare attraverso lo squarcio e la gettai fuori, sui sassi. Ecco, ero soddisfatto. Smisi i miei abiti di controllore e rimasi in mutande. Mi guardai intorno. C'era fumo e puzza di bruciato. Mi girava la testa. Sedetti e chiusi gli occhi, arrivò la nausea. Vomitai. Fissai per alcuni minuti il pavimento, o la parete, non si capiva bene, era tutto fuori posto. Le grida aumentavano di numero. Il braccio destro mi faceva male, sempre di più. Vomitai ancora. Presi lo schiaccianoci e lo strinsi forte pensando questo è lo schiaccianoci ed io sono ancora vivo. Non riuscivo a reggere la testa. Mi lasciai svenire e basta.
05 gennaio 2005
- due tentativi di stupro e uno riusciuto a spese di colleghe degli uffici tangenti, cioè confinanti con il mio ufficio in un solo punto della parete. I tentativi falliti sono da attribuirsi all'intervento dei loro capi lì presenti che spinti da sentimento paterno volevano correggere alcune mie imprecisioni tecniche da autodidatta.
- aver vomitato più e più volte Tavernello sul tavolo apparecchiato con documenti, portatili e cellulari, durante le riunioni aziendali del lunedì mattina. Avrei potuto spostare il solito tranquillo brindisi con gli amici al giovedì sera invece di venerdì, perché i miei capi credevano che poi avrei vomitato venerdì mattina solo sulla mia scrivania e lontano dai pasti (quelli cannibali, cioè le riunioni). Invece non sapevano che dopo il brindisi ho bisogno di due giorni in coma per tentare di smaltire e un terzo per vomitare tutto, quindi venerdì non sarei potuto andare a lavoro con i miei piedi e non ho ancora delle protesi per i casi come questo, e poi avrei vomitato tutto domenica mattina davanti ai fedeli, e per me la parrocchia alla quale mi dedico solo la domenica per hobby, faccio il prete sbronzo nel tempo libero, ha priorità su tutto, perfino su Satana.
- essere stato colto sul fatto mentre riempivo i lavandini del bagno per i maschi con secchiate di fagioli cotti.
- essere stato sorpreso dal mio capo in treno mentre chiedevo biglietti. Ho dimostrato a me stesso (e anche al capo) che se mi vesto con una camicia blu, gilet nero, cravatta blu scuro, giacca e pantaloni verde scuro, con uno schiaccianoci in mano, e passeggio per il treno dicendo "biglietti prego", la gente mi porge il biglietto. Avrei numerosi aneddoti da raccontare sull'argomento. Soltanto questo: una volta ho detto "biglietti prego" ed ero vestito normalmente, avevo perfino la chitarra a tracolla perché stavo andando in sala prove, e la gente ha estratto lo stesso i biglietti. C'è qualcosa che non va.
- aver inserito, in un discorso sulla possibilità di vedere scoiattoli nei boschi, il termine "bolscevico".
- aver passato intere giornate lavorative in ascensore, a schiacciare il tasto del piano su richiesta, allungando la mano per la mancia.
Questa catena impedisce la libera circolazione di idee e in tutto il piano destinato all'azienda. Non posso più tornare a casa a dormire, non possono venire a trovarmi amici e parenti ai consueti orari di ricevimento nella dedicata saletta aziendale (ogni azienda che si rispetti ne ha una), poiché non posso andarci, non posso sgranchirmi le gambe. Quando mi sveglio sono già in ufficio e devo solo lavorare. Per venire incontro alle mie esigenze primarie mi sono stati forniti dal sindacato della manodopera informatica, cui peraltro non sono iscritto, i seguenti accessori:
- catetere e vasino, usare uno o l'altro è mia discrezione
- ciotole varie
- riserve di Ciappi e Whiskas, a mia discrezione
- acqua
Per protesta mi sto rifiutando di bere, mangiare e andare di corpo, cioè di corpo e basta, visto che non posso muovermi da nessuna parte, e mi sto tenendo tutto dentro. Solo adesso ho avuto il coraggio di parlarne.