Sui centri commerciali [1] Solitamente frequento i centri commerciali per comprare alcolici. Birre weiss e qualche volta crema di whiskey. Gradisco particolarmente afferrare una bottiglia di vino qualsiasi e scaraventarla a terra. Il vetro scoppia e il vino imbratta il pavimento e le calze delle signore nei dintorni. Mi piace perché se rompi una bottiglia ai centri commerciali non te la fanno pagare. Mi potreste chiedere: che gusto c'è a romperla? Bene, e allora vi domando: che gusto c'è a comprarla per poi berla? A me piace romperla. Assume l'aria di una mosca gigante splatterata e la gente la osserva come se fosse davvero una bestia simile. Un'altra cosa che apprezzo è riempire il carrello al massimo e spingerlo addosso a un'aggregazione di persone con tutta la forza che ho in corpo. Per esempio contro quelli raggruppati a frotte al bancone delle carni. Mi diverte molto questo gesto. Le persone notano subito l'incombente pericolo e cercano di scappare, ma invece di lasciare il loro carrello per allontanarsi agilmente, se lo trascinano dietro, con un esito veramente goffo, dei coglioni completi, dovreste vederli. Non fanno in tempo a scansarsi e il mio carrello pieno le colpisce e si ribaltano. Lo sapevate che se uccidete una persona in un centro commerciale non ve la fanno pagare? Mi potreste chiedere: ma perché uccidere una persona in un centro commerciale? e allora vi chiedo: ma che cazzo di domande mi fate? Si può anche arrivare in cassa con il carrello strapieno, riporre la merce e aspettare che la commessa cominci a passarne un po' sul lettore ottico. Quindi andarsene via come se niente fosse, lasciando che la commessa legga d'inerzia gli altri prodotti, restare distanti qualche decina di metri, nascosti dietro un pilastro e confusi nella folla, quanto basta per godersi la scena della cassiera che si alza in piedi per cercarvi, la merce ammucchiata in attesa, la gente che aspetta, la merce che continua a restare ammucchiata e che qualcuno dovrebbe spostare, quindi uscire e buona notte al secchio. Se ne parlo è perché l'ho già fatto diverse volte e funziona. Mi potreste chiedere: perché compiere un simile gesto? e allora vi domando: perché dovrei usufruire di un centro commerciale limitatamente alla sua funzionalità? ma... ma poi, scusate, non capisco perché avete tutta questa voglia di rompermi i coglioni, ma andate un po' a fare in culo.
Cose semplici e concrete Alcune ore dopo l'alba, entro in ascensore e ci resto tutta la giornata. Mi accontento di chiedere il piano a chi entra e di premere il relativo pulsante. Mi aspetto anche una mancia, che non arriva da nessuno. A fine giornata esco dal palazzetto e sul marciapiede vedo un barbone che chiede l'elemosina. "Accetti carte di credito?" domando. Il barbone si mette a ridere e ridiamo insieme. In qualche modo sfodera una piccola pistola, smette di ridere e mi spara in pancia. Non so se si può dire con tanta disinvoltura, comunque vorrei precisare che al momento sono morto.
Mattine stronze [2] Tengo Buster chiuso nell'armadio dei completi di ricambio perché nessuno noti la sua presenza. Sulla porta d'ingresso dell'ufficio, fuori, è appeso un cartello con scritto "Noi non possiamo entrare". Sotto alla scritta sono presenti il muso di un cane, il volto stilizzato di Satana, la fototessera di un nostro collega licenziato da poco e lo stemma della guardia di finanza. Oggi è sereno ma c'è un lieve pizzicore freddo nell'aria. Non mi piace. Non mi piace per niente. Sono uscito per la pausa pranzo lasciando Buster ad ansimare nell'armadio. Ho mangiato spaghetti al ragù di coniglio, crocchette di pollo e patatine fritte. Alternavo le forchettate: una in bocca, l'altra nella tasca dei pantaloni. Una patatina in bocca, l'altra in tasca. Una crocchetta in bocca, l'altra in tasca. Al ritorno le ho date a Buster. Mi era avanzata dell'acqua minerale nella bottiglietta, non gliel'ho data. L'ho portata alla riunione, per dare l'aria di uno premunito per attitudine. Sotto il tavolo ovale, senza farmi notare, mi sono svuotato la bottiglietta sui pantaloni. Mi sono movimentato sulla sedia per qualche minuto, attirando fuggenti sguardi dagli uomini presenti. Le donne facevano finta di niente. A un certo punto mi sono alzato in piedi lentamente, tutti gli occhi sono piombati su di me, in senso figurato intendo, e con tono imbarazzato e rassegnato ho detto: "Scusatemi, mi sono fatto la pipì addosso".
Mattine stronze [1] Esco dal metro e nella moltitudine incrocio lo sguardo di un giovanotto non più alto di me, il corpo strutturato in parallelepipedi ben misurati, la faccia tonda, con gli occhi rotondi, la bocca rotonda, il naso rotondo, gli occhiali rotondi e i capelli rotondi. Mi fissa. Prendo le scale, lui mi affianca a destra. Osservo i lacci sfribrati delle mie adidas sporche conquistare uno scalino dietro l'altro. So di avere il suo sguardo addosso. Quasi in cima alle scale mi volto e lo guardo. Mi guarda.
A me piace il canto degli uccelli A me piace il canto degli uccelli il sabato mattina e poi c'è il sole gli uccellini il cielo che brilla la vegetazione luminosa e tutte quelle cose lì stamattina alle 9 mi hanno svegliato saltellavano da un ramo all'altro cinguettavano trillavano fischiavano e tutte quelle cose lì e la cosa che mi dava fastidio è che fossero fuori tempo sì ecco perché mi hanno svegliato non era mai successo prima di oggi e ogni uccellino andava avanti per cazzi suoi non so come spiegarlo perché negli altri giorni si rispondevano e si alternavano mi piacevano ma se uno solo esce fuori tempo e gli altri insistono per andargli dietro succede un casino e stamattina infatti è successo un casino perché li ho dovuti abbattere tutti uno per uno col fucile aziendale no anzi no ne ho lasciato uno solo un fringuello su una betulla mezza sbucciata che si guardava attorno zitto e circospetto come gli spettatori nei giardini qu intorno e un'altra cosa che mi fa imbestialire è lo schiacciamento dei poli oltre che l'inclinazione dell'asse terrestre per non parlare della forza di gravità però lo schiacciamento dei poli è la cosa pù tremenda che l'ho visto per la prima volta sul sussidario di scienze delle elementari e quante ore avrò trascorso a passeggiare da solo calciando sassi lontano dai giochi oratoriali dei miei coetanei per sfogare l'idea opprimente della Terra non del tutto sferica.
Aruspicina Il sottoscritto declina ogni responsabilità derivante dall'uso illecito, dannoso o non conforme alle leggi vigenti di quanto contenuto nella vicenda. Il futuro? cos'è? ciò che viene dopo. anzi, ciò che sarà. il futuro non esiste e non è detto che esisterà. oggi alle 16 l'universo si potrebbe inceppare. se non succede niente non esiste niente, nemmeno il tempo. ma come si fa ad essere sicuri di questo? ieri a pranzo il mio capo mi ha chiesto "e nel week che farai?", gli ho risposto "non ne ho idea, non so nemmeno cosa farò questo pomeriggio, vuoi che sappia cosa farò nel "week"?" e mi ha guardato molto male. gli ho spiegato che a guardare male, i bulbi oculari assumono posture sbagliate. hai presente la schiena? poi ti viene la scoliosi al nervo ottico, le pupille si ingobbiscono, l'ernia all'iride. proprio così gli ho detto. ha terminato le orecchiette prima di me, si è alzato ed è andato via senza salutarmi, trattandomi come un estraneo, sembrava felice di perdersi nella folla, senza condividere un tavolo con me. ripenso a tutto questo mentre disinfetto la lama del coltello, quello che mamma usa per tagliare i quarti di manzo. per comodità scelgo il tavolo della cucina, anche se queste cose dovrei farle in bagno. l'anno scorso mi tagliai il pene per piantarlo nel vaso in balcone, accanto ai gerani di mamma. ero curioso di vedere quanto potesse allungarsi in un vaso. agii direttamente in balcone, imbrattando di sangue un po' dovunque, piastrelle e muri. per due giorni lo innaffiai con sangue, si allungò fino a cinquantadue centimetri, oltre ogni aspettativa. poi il surplus famigliare di sangue terminò, ci rimase lo stretto necessario per la nostra sopravvivenza. per non farlo morire, gli praticavo qualche fellatio al dì. pochi giorni dopo non bastò nemmeno quella, il pene si ritirò alle dimensioni di partenza e me lo feci riattaccare. se avessi potuto innaffiarlo di più, forse sarebbero arrivate le api a bottinare lo sperma. mi sarei lanciato nella produzione di una nuova varietà di miele, qualcosa di nutriente e corroborante, una sorta di pappa reale. ma sto divagando. inalo un po' di desflurane per anestetizzarmi l'addome. attendo qualche minuto. con il coltello pratico un taglio circolare avente come centro l'ombelico. stacco il disco di carne. eccolo, l'intestino, avvolto in una fanghiglia mucosa e informe di sangue e tessuti. lo sviscero fuori, lo appoggio sul tavolo, sto attento a non srotolare troppo e a non lacerare i collegamenti del duodeno allo stomaco e del colon al retto. anche se non ho toccato arterie, il sangue fuoriesce copioso, copre tutto il tavolo, cola sul pavimento. e non avevo mai udito il rumore acqueo e carnoso delle viscere fumanti che vengono estratte, è unico, esiste soltanto per le viscere fumanti che vengono estratte e sbattute da qualche parte. stringo l'intestino con le mani, lo spremo. sento grumi di materiale spostarsi all'interno. l'odore è intollerabile, è pura follia, un miscuglio di oscenità carnali cui un uomo dovrebbe essere risparmiato a vita. nonostante tutto cerco il giusto raccoglimento per l'analisi del mio futuro. conviene l'assicurazione sulla vita? farò a bene a investire in fondi previdenziali? apro un mutuo o vado in affitto? dovrei cercare un lavoro più appagante? esiste un lavoro più appagante? quali disgrazie subirò da qui alla vecchiaia? ci arriverò, alla vecchiaia? faccio a bene a spendere tutto quello che guadagno? meglio un conto in banca o il materasso? e mi chiedo: come facevano gli antichi? eccolo il mio errore. pensavo che a tenere in mano viscere vive, la mente disegnasse da sè le immagini del proprio destino, per chissà quale processo chimico o metafisico. col cazzo. l'effetto dell'anestesia comincia a scemare. sento un intenso brulichìo che dall'addome si dilata in tutto il corpo, come di insetti impazziti imprigionati nel nido. eppure qualche intuizione gli antichi dovevano averla, un punto di partenza innato alla base dello studio, una scintilla, diciamo così. forse... forse sì. improvvisamente sento freddo. in più punti nell'addome, o forse lì sul tavolo, non saprei dire, mi arrivano flash di dolore circostanziato, come se mi gocciolasse addosso del magma rovente. arrotolo l'intestino senza riuscire ad infilarmelo dentro com'era prima. la previsione, no, la sensazione, l'idea subitanea di quell'intuizione degli antichi mi assale in tutta la sua potenza. "Tu hai visto la luce!", mi direbbero i fratelli Jake e Elwood Blues. Riuscirò ad affrontare gli studi necessari per predire il futuro? quanti anni mi servono? e quanti anni mi sono rimasti a disposizione? 300 secondi, eccola la risposta. 300 secondi. 299. Cosa? 298. 297. 296. no, aspetta un attimo. 295. ma aspetta chi? 294. 293. l'immagine della mia famiglia, gli amici. 292. le rose in giardino. i vermi sottoterra. 291. le aquile, la figa, una piscina di idrogeno sul tetto. 290. 289. una diga alimentata a sangue, i denti trasparenti. 288. i castelli lego, la fobia per le ringhiere basse, gomme da masticare già masticate. 287. 286. la suora dell'orfanotrofio. 285. 284. 283. vaffanculo. 282. 281. 280...
Furia cieca Tutto è cominciato con il cieco alla fermata dell'autobus. Era rimasto giù senza che i suoi colleghi lo aiutassero a salire. Non so se avessero fatto apposta o fatto finta di niente o fatto finta di far finta di niente o ignorato senza rendersene conto. Per ignorare così bene la presenza di qualcuno bisogna saper ignorare anche se stessi. Insomma, se n'erano sbattuti i coglioni. Il cieco sul marciapiede muoveva a caso il bastone alla ricerca dell'entrata dell'autobus. Mi sono avvicinato e l'ho salutato, gli ho offerto il braccio, l'ho guidato nella navetta, gli ho perfino indicato, a voce, il sedile libero dove mettersi, e così se l'era cavata anche questa volta.
Una mail ha valore legale
Del mio corpo Cosa ricordo della sera passata?
Oggi... in ufficio, è stato un giorno difficile. In particolare mi giravano le palle. I miei colleghi sentivano il ronzìo, staccavano gli occhi dai grafici o dai solitari e lanciavano sfuggenti occhiate intorno, ma facevano finta di niente. Questa sera a casa sono sceso a controllare la bici, così come concordato con lo Stato. Già quando faccio le scale mi devo fermare a metà perché vedo la porta della cantina aperta, qualcuno l'ha aperta. E' strano, le chiavi di casa le ho solo io. Mi fermo a metà scala perché ogni volta che vedo ciò non posso permettermi di scendere subito qualche scalino, mi sembra una mancanza di rispetto nei confronti delle forze del destino. Che sia io ad aprire la porta prima di me senza rendermene conto?
Ieri... Subito dopo essermi svegliato mezz'ora prima che suonasse la sveglia, ho cercato di riprendere sonno e per mezz'ora l'idea di non riuscire a prendere sonno in tempo per farmi svegliare non mi ha fatto riprendere sonno. Quando la sveglia è partita ero sveglio, già, il maschio della sveglia, e l'ho lasciata ballare sola per dieci minuti, mentre le lacrime rigavano il viso fino al cuscino. Ripensavo alle parole di mio zio Gaudio in punto di morte, un attimo prima che andasse a capo. Disse: "fatti trovare pronto quando suona la sveglia". Avevo 5 anni e non capii se blaterava o meno, magari aveva atteso tutta una vita solo per dire quella frase, magari la disse suo padre e prima ancora suo nonno. Io ce l'ho una frase potente e profonda da dire in punto di morte, la tengo pronta per l'occasione, giusto per avere qualcosa da dire ai presenti. Vorrei parlarne con qualcuno colto perché ho un dubbio su un verbo, ma come faccio? per scaramanzia preferisco tacere, poi magari me la copiano e quando la dirò io in punto di morte salterà fuori qualcuno dicendo "è vecchia", sicuro, e non è che avrò chissà quanto tempo per pensarne un'altra. E se poi sbagliassi il verbo... forse è meglio restare in silenzio. Lo so che non è bello andarsene senza un'adeguata frase educativa commemorativa di commiato, senza nulla da dire, ma quando avrò trascorso tutta la vita senza nulla da dire, che volete che dica quando arriverò alla fine, "fatti trovare pronto quando suona la sveglia" ? Naaa. Comunque, a 18 anni circa ripensai alla frase di mio zio, e non capii se intendesse dire che dovevo farmi trovare già sveglio per non sobbalzare oppure nel sonno per non far venir meno il ruolo della sveglia, e piansi. Ecco, questo più o meno è il motivo del perché il mio sonno è disturbato, in realtà volevo parlare di un'altra cosa. Ieri sono andato a lavoro con una bottiglia di vodka nello zaino. A metà mattina vanno tutti a prendere il caffè, io no che ero arrivato in ritardoe non mi andava di abusare. Sono lì solo in ufficio e sento provenire dal corridoio dei rumoracci, attriti pesanti come di gente che si trascina con pesanti palle al piede, la sensazione era quella di bocche spalancate e unghie che raschiano lavagne scolastiche. Ogni tanto il rumore sforava negli ultrasuoni, le gengive mi si gonfiavano e ho rischiato seriamente che mi esplodessero i denti. Come diceva il sig. Bandini del blogghino, se non sono io che vado alla macchina del caffè... proprio così. Eccola lì, sulla soglia, grande quanto un armadio, a emanare fumi d'aromi cafferotici e cacaotici - non mi viene il termine, ma a me del caffè non me ne frega niente. Sono andato nella stanza delle distrazioni con la mia vodka. Tutti guardavano sbigottiti lo spazio vuoto lasciato dalla macchinetta del caffè e non sapevano come affrontare la situazione. Mi sono messo ad un tavolino in fondo, da solo, a bere la vodka. Dopo un po' ricompare la macchina del caffè, dopo un'estenuante traversata uditiva del corridoio. Ritorna al suo posto e tutti si sbloccano, bevono caffè, cianciano come se nulla fosse accaduto. Finisco la vodka che la stanza è vuota, così torno alla mia postazione in ufficio. Mi pareva che la risoluzione sullo schermo cambiasse in continuazione, che i muri interni dell'ufficio fossero quelli esterni del monitor, che le lettere sulla tastiera rimanessero appiccicate ai polpastrelli, che il mouse cercasse di infilarsi su per il culo, non so bene di chi. Mi sembrava comunque tutto nella norma, non sentivo la necessità di dovermi trovare nel mondo così come lo avevo sempre conosciuto. Ma quando il computer ha cominciato a sanguinare copiosamente dalle sue fessure, e nel monitor è comparso mio zio Gaudio ad ammonirmi per la posizione errata della mia schiena, ho aperto la bocca per urlare e invece ho vomitato, un litro di vodka e molte altre cose. Credo che molti dei miei colleghi non abbiano mai visto un ubriaco in ufficio, o del vomito in ufficio, o un computer sanguinare con mio zio Gaudio sul desktop. L'ufficio ce lo si immagina in un certo modo. Prevedibile, asettico, inoffensivo, mentalmente accessibile. Il mio vomito, il vomito di un ubriaco in ufficio, aveva distrutto l'ordine delle cose. Sembra una cazzata che l'ordine possa svanire così, invece è così. Ricordo le ventole dei pc che giravano nel silenzio, l'incapacità altrui di affrontare la situazione, io avrei saputo cosa fare, se solo fossi riuscito a mantenere l'equilibrio. Ecco qua, un ubriaco in ufficio. Stamattina due colleghi mi hanno telefonato per ringraziarmi. Mi hanno detto parecchie cazzate, del tipo che gli avevo aperto gli occhi, che ora vedevano solo disordine ma che trovavano tutto, che l'ordine di prima era tutta falsità. Ma andassero tutti in culo. Non ce l'ho con loro, è che il sabato non vado a lavoro, e il venerdì sera vorrei ricordarmi di spegnere la sveglia. Per giunta dimentico di spegnerla anche per la domenica. Ma almeno il lunedì sono sicuro di sentirla suonare, so già che mi dimenticherei di accenderla per il lunedì, allora meglio così, sì, meglio così. Stavo pensando che forse, invece della frase, in punto di morte sarebbe il caso di offrire da bere a tutti i presenti e sbronzarsi per bene, sempre che domani non m'arrivi un colpo sulla soglia e tanti saluti. Voglio dire...
Passato contro Futuro Estranei si radunano subito fuori la porta della mia stanza. Li vedo, la porta è di vetro o il muro è squarciato. Li vedo guardarsi prima di bussare, battiti di palpebre come punteggiatura. Decidono di non bussare, entrano. Cinque estranei di cui due poliziotti. Chiedono di una certa videocassetta, di una certa intervista a una testa tagliata ad un uomo per bocca della sua donna. So qualcosa che loro ignorano. Sono circondato, seduto, loro sono molto alti. Succede sempre così quando hai finito di essere braccato? Mesi chiuso in quella stanza, (in) una videocassetta, una scatola di tonno. Vogliono la videocassetta. Prendetevela, è sulla mensola. No, vogliono che vada a prenderla io. Come faccio? mi stanno addosso. Chiuso nel pentagono soffocante. Un lato si apre. Il poliziotto va allo stereo. Estrae dalla giacca un cd. Lo infila nel lettore, play.
Tu ci fai schifo
Il richiamo Erano le tre del pomeriggio, lo ricordo bene perché alle tre del pomeriggio la lista di winamp arrivava sempre a Black Napkins di Frank Zappa e cominciavamo a sudare sulle assicurazioni da pagare, gli affitti, le bollette, i biglietti dei mezzi pubblici, le rate dell'auto, del soggiorno, la spesa, le sigarette, l'alcool, il cellulare, i libri, il giornale, il satellite, internet, la benzina. Alle tre e un minuto sentimmo fischiare l'aria. I fischi andarono avanti per un bel po'. Erano insopportabili. In cortile, tre piani più in basso, una banda uomini con testa di vespa o di ape -forse esiste un nome per questo tipo di deformità, imenottenoidi, fischiavano al cielo a braccia protese. Giravano su se stessi in un ballo muto e disordinato, i piedi nudi sull'asfalto. Scendemmo a guardarli da vicino. Molta gente proveniente da altri uffici si era radunata per studiarli meglio. I fischi rimbalzavano tra un edificio e l'altro, sembrava che fossero i muri di vetro a emanare quelle frequenze. Il cortile era circondato da giardin ben curati. Camminai sull'erba intenzionato a sedermi su qualche fiore. Mi spogliai, nudo. Infagottai i vestiti lì sull' erba. Mi piegai su un fiore e infilai un po' di nettare sotto le ascelle. Feci la stessa cosa con altri fiori. Alla fine avevo tanto nettare che sotto le ascelle non ci stava e mi scivolava giù per i fianchi. Mi resi conto che decine e decine di autorevoli personaggi dell'azienda facevano la stessa cosa, nudi e sparsi per il giardino. Corsi in ufficio e versai il nettare sulla scrivania. Scesi, ripetei l'operazione più volte, ogni volta che salivo notavo sempre più nettare anche sulle scrivanie altrui. Avanti e indietro a bottinare. Al tramonto ci fermammo. Gli imenottoidi continuavano a ballare fischiando. Salimmo in ufficio e riempimmo tutti i bicchierini del caffè che riuscivamo a trovare con il nettare raccolto. Io ero destinato alla produzione del miele, qualcun'altro al propoli, alla cera o alla pappa reale. A notte inoltrata chiusi con della cera i bicchierini colmi di miele e all'alba avevamo tutti i prodotti finiti. Gli imenottoidi smisero di ballare ed entrarono in ufficio. Riempirono borse con i bicchierini, mangiarono tutta la pappa reale e prelevarono qualche confezione di propoli. Uscirono dall'ufficio e non tornarono mai più.
30 settembre 2004
Molti mesi prima di ieri ero in ufficio. L'aria era alterata dal calore dei pc accesi. Intorno aleggiava il sentore di fogli caldi stampati o fotocopiati. L'aria condizionata era al massimo. Da ore scorrevano sui monitor i caratteri indicanti valorizzazioni relative a strumenti finanziari. Il cuore del motore finanziario risiedeva nelle ioniche strutture di codice sospese nell'etere, immaginarie personalità digitali che lavoravano al posto nostro a ritmi frenetici e senza soste. I significati di quelle percentuali, delle equazioni finanziarie, i numeri che scorrevano sui display, nulla di ciò poteva dirsi esistente, eppure viveva nel quadro mentale in cui ci eravamo immersi. Bastava spegnere tutti gli interruttori per vederlo scomparire, e con essi veder svanire tutta quella porzione di umanità plasmata sulle più estreme aberrazioni mentali, le droghe irrinunciabili per la dipendenza da alienazione.
Dopo un'ora di catalessi ero in grado di distinguere tutti i microscopici led del monitor all'interno di un cm quadrato. Mi alzai lentamente e attraversai la sala passando in mezzo alle colonne di scrivanie. I corpi dislocati in ufficio pulsavano al ritmo degli aggiornamenti azionari. La sudorazione veniva in qualche modo celata da un'ampia difesa di deodorante, percepibile attraversando la stanza da una parete all'altra. Non era regno nel quale le leggi della natura potessero manifestarsi con successo, sebbene ad un livello più basso, libero da qualsiasi corruzione mentale, prima o poi avrebbero preso il sopravvento. Era la decadenza della carne, delle ossa e del sangue, che vinceva sul potere temporaneo della mente. Ma il potere della mente era solo un'illusione, fintanto che la mente lavorava.
Lasciai la sala, presi l'ascensore, uscii dal palazzetto, attraversai la strada e camminai alcuni km nella campagna padana. Di fianco a una strada secondaria vi era un capanno, costruito in un angolo di un piccolo appezzamento di terreno incolto di circa cento metri per lato. All'interno del capanno si trovavano alcuni arnesi. Presi la zappa e cominciai a sollevare zolle di terra. Dopo un centinaio di zappate non sentii più il contatto del manico sulle mani lacerate. Non sentii più la schiena, non sentii più la terra sotto i piedi. Le braccia lavoravano per conto loro. Quando mi fermai mi resi conto che era tramonto inoltrato. Il sole allungava di diversi metri la mia ombra e quella della zappa. Avevo completamente arato il campo. Di lì a poco avrei ricevuto l'esplosione di dolore globale, per adesso assopito dallo stordimento causato dalla dose di fatica che il cervello si era imposto di tollerare. Osservai il risultato e pensai: "e la semenza? dove sono i semi?". In mancanza di semi, avrei potuto continuare a zappare finché non si sarebbero resi disponibili da qualche parte a portata di mano. Avrei potuto, ma come incantato rimasi costretto a contemplare la terra infuocata dal sole. Un'altra ombra si avvicinò e affiancò la mia e quella della zappa. Vidi l'ombra di un braccio in movimento, di una mano appoggiata alla mia spalla, senza che la potessi sentire. Le parole mi giunsero distanti.
"Non fa niente, non ti preoccupare"
"No, non fa niente", risposi.
Aprii la mano e mollai la pala.
"E' finita. Va bene così"
"Sì, va bene così", risposi.
Mi voltai e vidi il mio capo.
"Dai", disse, "torniamo".
Ci incamminammo verso la strada. I miei colleghi ci osservavano e mi aspettavano in piedi, poco distanti dalle auto parcheggiate.
27 settembre 2004
Dopo alcuni secondi di silenzio frastagliato di risatine smorzate, un capo a me sconosciuto pronuncia divertito:
"Poteva chiedere il permesso di uscire, giovanotto"
"Siamo in una riunione", risponde il mio capo.
"ahah, vada, vada a pulirsi, su", aggiunge il capo a me sconosciuto.
"No, siamo in riunione e nessuno può uscire!", urla il mio capo.
"Prego?"
"NESSUNO PUO' USCIRE!"
"Calmati Gianluca...", aggiunge un'altolocata aziendale.
"E quanto a te, cazzone" dice il mio capo, "adesso chiedi scusa a tutti i presenti"
"No, scusa devi chiederlo tu a me, che con i tuoi metodi nazisti ci tieni in ufficio per 8 ore senza darci possibilità di andare al bagno"
"NON E' VERO NIENTE!"
"Calmati Giancula..."
Già, non era vero niente. Ma questo che importava. Nessuno dei presenti, a parte il mio capo, condivideva il mio stesso ufficio. La mia parola valeva quanto la sua, ma dalla mia contavo sulla compassione di chi stava assistendo alla scena.
Un consulente a me sconosciuto si alza in piedi, si aggiusta la giacca, osserva negli occhi il mio capo e dice: "Se non porge immediatamente le dovute scuse ai suoi dipendenti per il trattamento che riserva loro, mi piscerò addosso qui davanti a tutti"
"Mi associo anch'io", aggiunge il capo a me sconosciuto, alzandosi in piedi.
"E anch'io", dice uno che non so cosa sia e che non conosco.
"Sì", aggiunge una impiegata del sesto piano, quella so chi è, e mi manda un simpatico sorriso.
Dopo due secondi di disorientamento, il mio capo così pronuncia: "oh, ma certo, fate, fate pure!".
E' stato fantastico.
27 settembre 2004
Dico: "Lo sai che c'hai proprio una faccia a culo?"
Ci fermiamo. La gente in salita si scosta, braccia e spalle e borse mi sfiorano.
I cerchi sulla sua faccia si aprono, tremolano, sembrano velati da una sottile tenda d'acqua, la bocca ricorda un'eruzione dell'Etna vista dal satellite.
Aggiungo: "Volevo solo constatare quanto vedevo... sono obiettivo, senza cattive intenzioni".
Il giovanotto smette di guardarmi da quando è sceso dal metro. Porta la mano agli occhi, il mento sul petto. Sembra che pianga. Le scale son vuote, il metro è partito, siamo soli. Laggiù oltre i tornelli c'è un dipendente atm che si gratta il culo mentre ci lancia un'occhiata indifferente.
Dico: "Scusami, non volevo"
Aggiungo: "Perché mi guardavi?"
"Sono il tuo cane", risponde.
"Ok bello, vieni, su"
Sfilo la cintura dai pantaloni. La lego al collo del giovanotto come guinzaglio. E' troppo corta. Allora la lego al polso. Ok, può andare. Esco dalla metropolitana, mi dirigo alla fermata dell'autobus. I pantaloni cominciano a scendere.
Domando: "Ti posso chiamare Donald Lexington Brubeck?"
"Un po' troppo lungo per un cane"
"Ok, per abbreviare ti chiamerò Buster"
Buster abbaia felice. Saliamo sull'autobus. Cinque minuti dopo sto per entrare in ufficio, con una mano tengo a bada Buster, con l'altra tengo alzati i pantaloni.
25 settembre 2004
24 settembre 2004
21 settembre 2004
In ufficio mi chiama S. e mi fa "Cosa ho scritto?"
Io penso, magari non è sicuro che il suo documento abbia una logica finanziaria. In realtà, a una lettura appena superficiale, noto che sul monitor ci sono scritte un mucchio di stronzate, cioè, non si capisce cosa c'è scritto, sembra scritto a caso senza aver avuto idea, per ore, di ciò che toccavano i polpastrelli.
"Hai scritto grandi cose, continua così", rispondo.
"Sì?", domanda S. Non è che mi guarda in faccia, punta un luogo indefinito della parete. Lo cerco con gli occhi e li incrocio, non mi sembrano neanche vivi. Però sono ben lucidi, posso specchiarci i miei.
Torno al mio pc, un po' innervosito da queste burle cretine. Pochi minuti dopo è C. a dire la sua.
"Non posso continuare così! Ma cosa sto scrivendo!", urla.
Gli altri si voltano in direzione della sua voce, pare che vedano la voce, non chi l'ha emessa. Anche M. ha scritto più o meno le stesse insulsaggini. Lettere, sillabe, frasi casuali... S. si alza per venire a vedere. Prima di centrare il percorso sbatte più volte le ginocchia contro altre scrivanie, arriva piegato per terra.
"Siete qui? siete voi?", chiede.
Penso: certo che è noioso l'ambiente, ma arrivare a questi giochetti e simulazioni per distrarsi e non impazzire è davvero ridicolo. Senza dire niente vado a prendermi un caffè, cioè non è che vado davvero a bere il caffè, ma qui da noi si dice così quando si va a fare la pausa. S. mi dice qualcosa credendo che io sia ancora vicino a lui, M. si aspetta che io risponda, invece sono già altrove.
Che cosa vedo nella stanza del caffè... uomini e donne normalmente dignitosi che si scontrano e si schiacciano i piedi, che si aggrappano alla cravatta di qualcun'altro che brancola in mezzo alla stanza, che cercano il buco dove infilare le monetine, che non trovano il bicchierino col caffè, che strisciano per terra alla ricerca di una sedia, dopo essere caduti perché finiti addosso al distributore di bibite, che si scontrano col carrello delle pulizie e lo smontano nel tentativo di non farlo cadere...
Vuoi vedere che...
vado a trovare il dirigente commerciale nel suo ufficio. Lo trovo in piedi con le mani contro il muro, come se dovesse sorreggerlo. Mi ha sentito entrare ma non ha capito chi sono. E' sudato, cristo avreste dovuto vederlo, era nel panico.
"Dov'è il mio cellulare?", chiede.
"Al muro non è appeso", rispondo.
Stacca le mani dal muro, indietreggia, colpisce la scrivania con il tacco della scarpa, si meraviglia pure, come se lì non dovrebbe esserci la scrivania. Si volta, viene verso di me, in mezzo c'è la sedia, ci va addosso, ci cade sopra. Faccio il giro e vado dall'altra parte.
"Dov'è?", chiede.
Apro la patta e faccio pipì sulla scrivania.
"Cosa sta facendo?"
E' calda, il vapore sale, ed è tanta, la stanza si riempe dell'odore, trabocca dalla scrivania, gocciola per terra, i vetri si appannano.
"Ma questo è piscio!"
Finito, mi rimetto a posto. Lo lascio sulla sedia, passo a lavarmi le mani, e ci tengo, che non si dica che sono un lordazzo. Esco, vado via, fuori. La strada è cosparsa di rottami, macchine fumanti sottosopra, coinvolte in scontri frontali, carrozzerie stropicciate, macchine fuori strada, immobili con dentro conducenti che non sanno cosa fare. La gente vaga a caso per le strade e i campi, si scontra coi semafori, inciampa sullo scalino dei marciapiedi, nelle lamiere delle proprie auto, inciampa nei corpi inerti sull'asfalto, si scontra con altra gente, si cerca, si disperde, i treni in Centrale non si fermano quando finisce il binario, gli aerei atterrano sulle case popolari, i muratori cadono dalle impalcature, i boscaioli tagliano i pali della luce, una massaia sbaglia appartamento, un impiegato si mangia le mani invece della bistecca, c'è chi salta un pranzo pensando che sia un tombino aperto, un carabinieire punta la sveglia invece della pistola, c'è chi fa jogging sui binari della metropolitana e chi butta i soldi invece della pasta.
20 settembre 2004
Quando c'è tutta la squadra presente non si ha niente da dire. Più persone mancano, più argomenti di conversazione ci sono. Sembra che appena uno di noi oltrepassa il confine dell'azienda, diventi oggetto di scherno e pettegolezzo e i rimanenti se ne trastullano, e venerdì il nostro dirigente commerciale non c'era. Senza che i miei colleghi seduti intorno a lavorare se ne accorgessero, mi sono alzato, mi sono allontanato dalla sedia, facendo involontario rumore di passi, ho aperto la porta, sono uscito, ho richiuso la porta. Non capisco cos'abbia fatto affinché non se ne accorgessero. Comunque, entro nell'ufficio del nostro dirigente commerciale, vado al suo computer. Mi chiede la password, non la so. Appoggio una mazzetta di banconote sul monitor e come per magia si carica il sistema operativo. Apro la posta, la sua posta, e comincio a scrivere una mail.
Riassumendo, scrivo che considerato l'ampio margine di profitto dell'ultime trimestre, considerata la soddisfazione delle banche per la qualità dei nostri prodotti e considerata l'evidente professionalità della nostra squadra, io, dirigente commerciale con nome e cognome, mi adopero personalmente di attribuire alla busta paga di ogni dipendente dal più autorevole al più infimo, busta paga relativa a settembre corrente mese, una somma bonus di cinquemila euro netti quale premio produzione e stimolo a continuare su questa strada per raggiungere i futuri obiettivi. Corredo il tutto con cordiali saluti, titoli professionali, recapiti, aguri, firma digitale e invio a tutti quanti, amministratore delegato, dirigenti, quadri, e anonimi dipendenti. Spengo il computer, mi riprendo la mazzetta di banconote e torno alla solita postazione.
18 settembre 2004
Dopo aver trascorso la serata da solo a letto con un sismografo collegato all'intestino (sono cazzi miei), mi sono connesso e in msn ho incontrato il mio pusher.
"Ti cercavo, dov'eri?", domando.
"Ero con te", risponde.
"Impossibile", penso. Davvero, mi sono spaventato, pensando che il sismografo, il mio retto o la sedia fossero il mio pusher. Peggio ancora, credevo di non essere presente lì con me. Questo tipo di sensazioni ti fa sentire inutile, quindi spensierato, liberato dal fardello delle responsabilità.
Adesso è mattino, mi sveglio con l'unica possibilità esistente: guardare il soffitto. La casa è immobile, l'unica cosa in movimento sono i suoni di fuori. Mi concentro con l'intenzione di alzarmi e non ci riesco. Passano i secondi, le sensazioni nascono nel giro di un minuto. Prima, la consapevolezza di non poter guardare cosa c'è intorno a parte il soffito; dopo, la consapevolezza di non sentire il letto, né le lenzuola. Sentire le membra addormentate, inesistenti. E' un mistero? No, è semplice: qualcuno mi ha fottuto il corpo, questa notte. Da bambino mi addormentavo in fretta apposta per non sentire i ladri che avrebbero invaso casa nella notte. Questa notte mi hanno sottratto il corpo.
Non è vero che senza corpo l'anima o chi per essa può librarsi nell'aria, vacillare, volare, fluttuare, sfiorare i confini dell'atmosfera, attraversare muri e corpi, dilatarsi... tutte cazzate. Rimane lì così com'è, libera dai vincoli della materia e della chimica, prigioniera nella metà che rappresenta. Sembrava un compromesso del cazzo, il corpo.
Mia madre entra in stanza. In qualche modo mi vede, ma cosa vede? Si ferma, mi osserva, mi squadra dalla testa ai piedi (?!).
"Che ne è stato del tuo corpo?", domanda.
Vorrei tanto risponderti, mamma. Mi cerca con le mani, mi vede e non può prendermi. Entra anche mio padre. Tentano invano di afferrarmi. Ci provano in tutti i modi: mi riempiono di farina, usano perfino l'aspirapolvere. Credevate fosse così facile addomesticare un'anima, eh?
E' difficile da spiegare la situazione in cui trovo. In mancanza del corpo non posso interagire con la materia circostante, e viceversa. Forse, se mio padre si togliesse il corpo, potrebbe comunicare con me, anche abbracciarmi. E poi saremmo due, due stronzi senza corpo. Dovrebbero tutti quanti levarsi il corpo e passare da questa parte, in condizione di eterna immobilità. Ma com'è che senza corpo riesco ugualmente a vedere e sentire tutto, come se avessi occhi e orecchie? Non lo so, vai tu a capire la struttura dell'anima o le concessioni di potere da parte della materia.
In mezz'ora arrivano dottori, pompieri, giornalisti, parenti. Tutti lì a crucciarsi su come prendermi in mano. Mio zio vorrebbe toccarmi, vuole che gli levino il corpo, non sta più nella pelle. E' scemo, mica son tutti professionisti, rischiano di scuoiarlo a morte. Non è che se ti strappi il corpo trovi subito l'anima, cioè, non credo, forse devi scuoiare quanto basta.
Comunque, è una situazione di merda, vorrei tanto cagarmi addosso.
15 settembre 2004
Quando le palle girano, alla lunga fanno male. Apparentemente non è chiaro se la palla è solo il testicolo o tutto quanto. Lo sfregamento divora le pareti interne dello scroto, che si infiamma e si ferisce. Le vene dello scroto si rompono e il sangue lo riempie pian piano. Ben presto ne hai le palle piene. Alle undici e trentaquattro del mio pc, orario che ricordo bene perché per puso caso lo guardo proprio in quel momento, mi scoppiano le palle. I pantaloni si inzuppano di sangue. Improvvisamente sono tutti interessati alla mia salute, alla mia vita, ed anche alla mia morte. I testicoli sono a terra, rotolano lentamente ancora un altro po', prima di fermarsi del tutto. Fortunatamente vengo assistito da un veterinario, per caso presente tra i miei colleghi.
Entro in cantina e sorprendo la ruota della bici nel suo solito show solitario di autodistruzione. Perché le ruote della mia bici si bucano? Qual è il loro disagio? La siringa è ancora ben piantata nella camera d'aria. Il copertone è consumato, appiattito. Estraggo la siringa. La camera d'aria si sgonfia. Scopro il filo del freno legato attorno alla ruota come un laccio emostatico. Mentre abbraccio il manubrio, piango in silenzio, il grasso cola copioso dagli ingranaggi per la catena.
Non saprei dire. A me piacciono i vestiti ammucchiati sulla sedia: i jeans sotto la camicia spiegazzata, la camicia spiegazzata sotto la maglietta, la maglietta sotto una felpa. La sera è così e al mattino ci si veste con quella roba. La vita è facile perché tra l'istante del risveglio e l'uscita di casa passano solo dieci minuti. Perdere un treno significa farmi sputare in bocca dal capo, che non è un maschio, ma una donna con dei mostruosi piercing ad anello istallati alle labbra vaginali, tali che si notano gli spuntoni da sotto il cavallo dei pantaloni attillati. Quando arrivo in ritardo, mi fa aprire la bocca, raccoglie la saliva e ci sputa dentro. Francamente non mi fa schifo. Credo di essere posseduto da lei. Come un tossico con il suo pusher. Mi tengo in bocca la sua saliva, me la rimiro insieme alla mia.
11 settembre 2004
05 settembre 2004
Futurism vs Passeism parte seconda, Blonde Redhead. I cinque si mettono a ballare. Girano strofinando le scarpe sul pavimento, le braccia lasciate andare sui fianchi, la testa reclinata, gli occhi socchiusi. La musica continua, termina in dissolvenza, poi di colpo ricomincia. Il sole scappa a migliaia di km al secondo, i cambiamenti di stagioni avvengono nel lasso di pochi minuti, i raggi solari si spostano a vista d'occhio, resta sulle pareti bianche la scia luminosa ancora più bianca e accecante. A 3:14 della traccia si ferma tutto, continua solo la musica. La frequenza dell'arancione copre il resto dello spettro, via via che passano i secondi si fa sempre più intenso. La mia testa rotola sulle mattonelle. A 4:00 si ritorna a zero, lo spettro di colori è di nuovo normale e la musica ricomincia. I cinque ballano, il sole corre. A 3:14 si ferma tutto... la mia testa rotola sul pavimento, a 4:00 si ricomincia da zero, a 3:14 si ferma tutto, la mia testa rotola nell'arancione, a 4:00 si ricomincia, a 4:00 si ricomincia da zero.
01 settembre 2004
Arriva il metro. Si aprono le porte, scende chi deve scendere, turisti, studenti, consulenti, maniaci, flautisti, attori, casalinghe, modelle, agenti del sisde, androidi. Salgo io, scendono tutti, le porte si chiudono, il treno riparte. Il vagone dove sono io è ora vuoto. Arrivo in Cadorna, scendo. Un controllore sta per chiedermi il biglietto, gira sui tacchi e vola via.
Salgo sul bus, l'autista non è ancora arrivato. Tutti i passeggeri già presenti scendono, restano fuori, alla fermata. Arriva l'autista. Sale, mi vede, scende, si mescola agli altri. Scendo anch'io, e salgono tutti. L'autista mette in moto. Salgo appena in tempo. L'autista inchioda, apre le porte, scende, tutti lo seguono. Resto solo. Mi siedo al posto dell'autista e guido il bus fino alla mia fermata. Scendo. Mentre vado all'ufficio penso a quanto era bello guidare il bus. Torno indietro. Il bus è invaso da formiche con la testa di lupo, grandi quanto un lupo, sniffano residui di forfora e gel sui sedili per darsi la giusta carica quotidiana. Ecco cosa succede alle briciole urbane abbandonate, non lo sapevo. Salgo e comincio a guidare. Le formiche lupo scappano spaventate. Faccio più volte il giro del quartiere. Ad una curva perdo il controllo del mezzo, invado il marciapiede e distruggo un'edicola. L'edicolante agonizzante stritolato nella saracinesca si trasforma in un medaglione da 500 punti. Ci passo sopra e faccio miei 500 punti.
Entro in ufficio. Tutti si alzano educatamente e vanno via. Resto solo. Vado alla stanza delle distrazioni. Due ragazze bevono il caffè. Gettano i bicchieri mezzi vuoi nel cestino ed escono. Hanno lasciato una chiave nella macchinetta. Esco, i corridoi sono vuoti, si sente solo il ronzio di un condizionatore, un clacson lontano, i miei passi. Torno in ufficio. Non c'è nessuno. Uno stormo di cornacchie gracchianti passa davanti alla finestra. Scarico la posta. L'omino delle pulizie entra in ufficio con il carrello. Non capisco se è del Bangladesh, dello SriLanka o dell'India o se nei suoi sogni c'è l'idea di diventare baronetto. Quando mi vede ha già la scopa in mano. Ripone la scopa sul carrello, esce e chiude la porta.
C'è una mail proveniente dal responsabile risorse umane. In copia ci sono un po' di indirizzi, tra i quali scorgo la segreteria del partito democratico statunitense, la mia ex e l'indirizzo privato di Nick Cave. Leggo. Lo mando in stampa. Leggo il foglio, leggo e rileggo.
Dice: "Tu ci fai schifo".
01 settembre 2004