La copertura Quando fui assunto mai avrei creduto ad una copertura. Sviluppo di un database Oracle e relative procedure per un progetto sperimentale universitario (ahahahah). In quegli anni c'era la paura che le formiche, sotto effetto di potenti campi elettromagnetici, potessero divorare gli esseri umani nel sonno (nel sonno degli umani, non delle formiche). Qualcosa di simile accadde davvero, dieci anni più tardi, ma al tempo dei fatti narrati era da tutti considerato una paranoia delirante. Il progetto consisteva nello schedare ogni singola formica presente nel comune di Milano, dotarla di sensore gps per poterne rilevare le coordinate in qualunque momento, e prevedere dove avrebbe sferrato i primi attacchi. Si credeva infatti che si radunassero in enormi sciami attorno alla preda. Le formiche azzurre del Madagascar meridionale uccidevano le scimmie in questo modo, ma laggiù non c'erano ancora campi elettromagnetici, o almeno non particolarmente significativi. In realtà si erano verificati alcuni casi davvero inquietanti. Un neonato fu trovato nella culla ricoperto di afidi mutanti e milioni di formiche operaie in attività. Gli afidi succhiavano il sangue fino a lacerarsi e le formiche lo succhiavano per portarlo al formicaio e cibare la regina. Fuori, proprio accanto alla stanzetta del piccolo, c'era un imponente ripetitore. Un altro caso fu quello della donna che si svegliò una mattina con fiumi di formiche che gli uscivano ed entravano in corpo da ogni orifizio. Entravano, e poi uscivano con frammenti di tessuto organico. La donna fece per alzarsi, ma l'interno del suo corpo deflagrò, lo scheletro si piegò su se stesso. Accanto alla sua casa, c'era un ripetitore. Il caso più eclatante fu quello di una famiglia di cinesi in via Sarpi. Senza che alcuno se ne accorgesse, le formiche invasero il corpo di ognuno, lo adattarono alle proprie esigenze, giorno dopo giorno lo trasformarono in formicaio. Il cervello era diventato la formica regina da nutrire, la calotta cranica il suo giaciglio. Le formiche sfruttavano le arterie per raggiungere velocemente testa, attendevano nello stomaco il bolo, e quando arrivava ne prelevavano il più possibile prima che i succhi gastrici lo demolissero, insieme alle formiche stesse. Fu quella la scintilla che quasi scatenò l'estinzione umana: quando ciascuna regina si moltiplicò, i corpi di quei poveri cinesi non resistettero alla furia degli insetti, ed esplosero come frutti animali in calore, rilasciando le nuove formiche libere di cercarsi altri corpi, e li trovarono. Ma non è di questo che volevo parlare. Cioè sì, tutto ciò rientrava nel progetto in cui fui messo a lavorare, ma in realtà era una copertura. Presto venni a sapere che la mia azienda creava siti erotici d'avanguardia per gli esigenti dipendenti di altre aziende, uomini e donne insospettabili che avevano maturato una gusto tutto moderno per un certo tipo di dipendenza. Il comune denominatore era il cellulare. Non c'erano più le automobili o le motociclette a completare la geometria corporale delle modelle, c'era il cellulare. Donne nelle pose più disparate con il cellulare in mano o ficcato da qualche parte o leccato, oppure orge lesbiche e corpi appena visibili sotto una coltre di cellulari accesi; donne che chiamavano ai cellulari di altre donne, infilati nel retto di queste, affinché ci vibrassero dentro, e in tutto questo il solito corredo di bocche semiaperte, occhi socchiusi che fissavano l'obiettivo o nell'espressione ebete di un orgasmo simulato; donne che masturbavano altre donne mentre queste praticavano fellatio su vecchi giganteschi cellulari. Tutto così, e lo scoprii quando ormai avevo contribuito a sviluppare le procedure per la schedatura di formiche operaie, che in realtà erano le procedure per la registrazione degli utenti al sito.
Stabilo Boss Original Ieri sera mi sono incontrato con la mia ragazza perché lei non aveva voglia di stare da sola. In alternativa avrebbe passato la serata a casa, si sarebbe sfilata i piercing (tre nella lingua, uno all'ombelico, uno nel naso, uno poco sotto il clitoride) per lustrarli un pochino e liberare dalla ruggine le cavità carnali da lei scavate. Semplicemente voleva vedere me per non starsene a casa spinta verso il basso dalla forza di gravità.
Giorrèo Sinatra Questa è la storia di Giorrèo Sinatra. è un conoscente? un compagno di sputi? un crociato centenario? boh. una sera Giorrèo stava estraendo il latte dal frigorifero e al chiudersi del frigorifero fu risucchiato, senza che si rendesse conto, al suo interno. all'inizio gli sembrò divertente e si arrapò pure, chiamò a gran voce la moglie per aggiungere un nuovo gioco alla loro esperienza sessuale. in breve si ritrovò strangolato e pensò "mah, non è che forse...". ogni tentativo di liberarsi fu vano finché non spuntò la moglie che staccò la corrente e armeggiò col piede di porco salvando in extremis la vita a suo marito. successivamente fu la moglie a incastrarsi le manine nel tostapane. stava infilando le sottilette quando le dita rimasero bloccate fra le piastre e il tostapane si accese. e già, la signora Sinatra perse poi l'uso di una mano e del buon galateo a tavola. pochi giorni più tardi Giorrèo stava ascoltando Mahler suonato dall'orchestra misantropica di Rovellasca, quando il lettore si aprì di scatto e il cd partì roteando furioso, affondò nel collo e gli squarciò la trachea. i medici dissero al signor Sinatra in fin di vita che la trachea era troppo danneggiata per potersela ancora permettere. Giorrèo si fece estirpare la trachea e tornò alla sua normale vita quotidiana facendo a meno di respirare, gli bastava concentrarsi sul modo di respirare per farne a meno, anche se non poteva concentrarsi su nient'altro per più di qualche minuto, ma stava facendo miglioramenti, e comunque per adesso finisce la storia della famiglia Sinatra.
Un grave incidente
Liposuzio? TipTap Oggigiorno è indispensabile chiudersi nelle linee di buona condotta comportamentali; soddisfare il bisogno di geometrie stabili ed eleganti che al massimo hanno quel dettaglio che diventa brutto solo se decontestualizzato; rientrare nelle categorie di successo. In altre parole, bisogna stare attenti a non eccedere con la quantità di grasso. Liposuzio? TipTap© è la soluzione di previdenza alla linea per tenere sotto controllo il tuo strato adiposo. Consiste in una speciale siringa multiuso autodisinfettante dotata di un aspiratore chimico in grado di riconoscere le molecole di grasso sotto gli strati cutanei. Infilatela nella carne e preleva. Versa l'adipe dentro E-Presley©, l'apposito secchiello raccoglitore di grasso. Porta il secchiello pieno all'Adipetto©, il più vicino centro di riciclaggio dell'adipe, se non sai qual è rivolgiti presso gli uffici di informazione del tuo Comune di residenza. Questo è un estratto dalla presentazione della Liposuzio TipTap, che l' Hasturphrenia Brainless Foundation vuole propinare al mondo insieme a tale prodotto. Ma dove finisce il grasso riciclato negli Adipetto center? Cosa vuol dire questo? E' forse un massificato sentirsi la coscienza a posto? Ho da scrivere qualcosa di significativo e istruttivo sull'argomento. Purtroppo, per contratto, sono pagato per scrivere un certo numero di parole, e già con questa nota sto sforando alla grande.
Pippo Brace Ciao, come possiamo notare, è ancora oggi. Un indissoluto, cementifero, terriccioso, unto, squamoso, cosmico: oggi. I problemi eruttano come sciami di pantegane urlanti dalle profondità delle fogne bollenti, urlanti anch'esse. Problemi ingannevoli, inganni mentali che generano ansie. Poi uno che lavora deve anche occuparsi dei problemi se spuntano fuori. Per esempio se all'utente non funziona una delle nostre applicazioni, ci telefona e tra di noi divinità ci mandiamo certe mail con oggetto "problema con applicazione xxx aiutamoci a vicenda vorremmo tutti andare a casa presto". Oggi invece ho inviato a tutti una mail con scritto "problema con Pippo Brace, aiutatemi", l'ho inviata anche a lui. Pippo Brace ha sostituito da tempo la mia cara collega, quella che mi riempiva di pompini, che purtroppo è morta perché per sbaglio si è aperta un ombrello in un occhio, proprio dentro. Stamattina io e Pippo Brace eravamo soli dentro l'ascensore. "Sai, Pippo, quando vedo te invece di lei, mi passa la voglia di essere consapevole" "Anche io quando mi guardo divento subito inconsapevole per istinto di sopravvivenza" "Ma sai essere anche autoironico" "L'autorina è istinto di sopravvivenza" "L'autorina?" "Volevo dire autoironia" "Capita anche a me di mangiare sillabe, al mattino poi" "Non mangiavo sillabe, stavo per dire bene la cosa giusta ma poi quella che stavo pensando è riuscita lo stesso a intervenire" "E che cosa stavi pensando?" "Avevo pensato questo: l'autorina che stinco tissot stinco soprani in immanenza" Pensavo a ciò che aveva pensato e intanto l' ascensore andava su chilometri. "Sei sicuro che anche adesso non stavi pensando a qualcosa che si è mischiato con quanto dicevi?" domando. "No" "Già, quello che hai detto e forse ciò che pensi non ha alcun senso" "Sto per subire la stessa reazione che ho quando mi guardo" "Sono il tuo specchio" "Ecco, ora sono inconsapevole" "Ma certo"
Produrre anagrammi è una fottuta pratica onanista Mentre attraverso una disputa di risiko il mio capo e altri subordinati decidevano come dividersi i bonus salariali concessi dall'azienda, sapevo che il mio bonus sarebbe stato la possibilità di cominciare ogni partita di risiko della mia vita con dieci armatine in più degli altri. Loro erano lì, quei corpi stakanovisti, nella luce scarlatta del sole filtrato dal vetro coperto da una sottile patina di sangue rappreso, orgia di globuli appartenuti a decine di dipendenti che ragionevolmente non ci sono più.
Mele marce Mele non marce, addirittura finte. Che importanza ha che una mela sia marcia o viva se tanto è finta. Meglio una mela marcia o una mela finta? Le mele finte hanno del marcio dentro, le mele marce stanno allegramente morendo. E' da un po' che oggi lecco sederi in ufficio. Non è tanto la necessità di andarci o il compromesso di vendere forza lavoro in cambio di salario, bombe a grappolo, sesso spiccio, spezie aromatiche, sete orientali, gengive artificiali, casette in Canadà e altre cose, a seconda del contratto di lavoro. No. E' solo una questione di parvenza. Lavoro, ergo sono, ergo intelligo. Sembro, ergo sono. Da un po' di secoli a questa parte mi ronza l'idea che chi lavora è perché non sa fare nient'altro (in seguito ho scoperto che anche Oscar Wilde aforismò qualcosa di simile). Non so com'era all'inizio, diciamo in un ipotetico passato in cui non esisteva il lavoro, ma se tutti smettessero di lavorare, davvero non avrebbero niente da fare. Sono tutti drogati di intangibile e superfluo, cioè superfluo fino al punto in cui serve per vivere o sopravvivere nel più dei casi. Da un po' di secoli a questa parte mi ronza l'idea che se uno si riempie la vita di cose superflue, la sua vita stessa diventa superflua (in seguito ho scoperto che anche Pasolini aforismò qualcosa di simile). Il più famoso produttore di chiavi per cinture di castità del medioevo, un certo Gattosio Rarorro, credeva che nascere implicava che l'universo ci dovesse far vivere. Egli infatti diventò famoso per le sue chiavi. Così oggi è per questo che sono entrato con la chitarra elettrica in ufficio, anche con l'amplificatore, e non l'ho mica distorta. Cosa ci suoni? chiede una collega. Quella e quelli volevano che suonassi Liars, Von Bondies, Timoria, motivetti hiphop e successi gastroenterici degli ultimi mesi, compreso non so che cazzo era ma c'era chi chiedeva qualcosa di Korn o Deftones o una porcheria molto simile. Gli ho risposto: queste merdate oltraggiose che ascoltate per compensare alle vostre inettitudini a capire il buon gusto musicale e che hanno preso piede adesso non ve le suono. Andate fuori con le vostre scarpette e borsettine e suonerie e adidas diesel converse a farvi le seghe con tutto ciò lontano dalla mia vista. Qualcuno è scoppiato a ridere, io davvero non capivo il perché. Mi sono messo in un angolino a suonare l'epica war pigs blacksabbathiana in acustica, poi la cordicella della persiana, che regola l'angolo di quei cosi che si regolano per regolare la luce, ha in fondo una specie di ciliegia nera che a me però in quel momento mi sembrava uno scarafaggio. Un essere puro in un ambiente così purgato di illogicità, tant'è che l'ho strappato dalla cordicella e l'ho messo al sicuro nell'ombelico, e l'ho capito solo dopo, molto dopo, che era un coso nero ornamentale per la cordicella, quando il mio telefono ha fatto blebleble blebleble e ho detto "pronto qui è Don Chisciotte" e il boss dall'altra parte imperterrito chiede le stampe entro mezzogiorno, sì sì subito gli ho risposto, la chitarra giaceva spaccata per terra e lo scarafaggio era morto e l'aria risuonava di accordi saturi privi di storia e sincerità e il giovane di fianco coi pantaloni larghi e la maglietta marchiata di fabbrica muoveva ritmicamente la testa e non riusciva a dimostrarmi niente che valesse qualcosa oltre ciò che sembrava.
Capitan Fefè Dopo i miei amici Giuseppe e Maurizio, oggi si parla di Calcestranio Padella, in arte "capitan Fefè". Nasce la notte tra il 15 e il 16 gennaio nel centro di Milano, in completa solitudine. Qualcuno dice che alcuni amici del feto avevano saputo della nascita e si erano presentati. Ma tutti convengono sull'assenza dei genitori, che stavano ancora cercando parcheggio negli spazi riservati ai residenti (che scemi!) quando Calcestranio emise il primo strillo.
Giuseppe Mentre vado dall'oculista incontro il quarantunenne Giuseppe che vive per laurearsi e non ha mai lavorato in vita sua se non per vendere le magliette ai concerti della Jim Jim Imenoctre IV & The Propoli Suicida Project, la jazz band di suo padre. Non si deve pensare che voglia approfittare che vado dall'oculista per parlare di Giuseppe, dico di Giuseppe come pretesto per dire che vado dall'oculista.
Maurizio Stamattina presto sono andato a trovare Maurizio.
Il cane, il gallo, il toro, il contadino Mi sono svegliato. Davvero, non riuscivo a dormire. Non è cosa che ti insegnano a scuola, il dormire. Io lo facevo, però, a scuola. Forse un giorno lo insegneranno, ed io ero in anticipo coi tempi. A scuola si doveva andare tutti insieme, intendo dire nel programma scolastico, invece c'era chi rimaneva indietro, nascevano disparità, divergenze, mafie, omicidi. Io per esempio restavo a dormire e lasciavo gli altri a scannarsi. Lasciamo perdere.
Le leguminose mi fanno il culo Ero disteso supino sudato sul letto. Guardavo il soffitto coi colori del pomeriggio, i suoi margini, i ragni soffocati nelle loro stesse ragnatele.
Meglio dormire Stanotte non riuscivo a dormire. Erano le tre. Non un minuto di ritardo nell'appuntamento con l'insonnia lunare. Apro gli occhi, scorgo i flash violacei attraverso le imposte, il ronzìo che s'alza nella notte e porta con sè luci, metalli e gruppi sanguigni sconosciuti. Accarezzo la tempia destra, e sorrido.
Tutto da capo, ripetenti Un'idea, una visione ombrata infilza il cervello dopo la mezzanotte e non è facile ricordarla se si muore dal sonno. Rimando al mattino l'incosciente compito di vergarla e la dimentico. Non ha superato la fase rem, ne è uscita spezzettata, dispersa, distribuita altrove. Bene.
Come se non avessi parlato Ultimamente, mentre sono alla guida del mio veicolo, mi comporto in maniera strana, e straniante per chi mi sta vicino, non per forza affettivamente. Anzi, troppo spesso un sacco di gente cerca di starmi lontano affettivamente. Mi puzza il cuore o non so che. Dicevo... Se sono in una rotonda mi assale l'impulso di scavalcarla, agli incroci passo col rosso se non c'è rischio di fare casino, mi viene di entrare in divieto d'accesso. Proprio stanotte sono entrato in una vietta così, poteva sbucare chiunque mentre ci entravo e ammazzarmi, invece non è successo. Secondo il Garzanti, l'incidente stradale è definito così: avvenimento inatteso che costituisce un danno più o meno grave o turba un andamento previsto. E infatti, ieri in autostrada ho superato i 190 km/h, l'auto ha perso aderenza e si è sollevata di alcuni metri rispetto all'asfalto. Stavo decollando. Il decollo ha certamente turbato l'andamento di marcia previsto. Posso anche dire di essere uscito fuori di strada in volo, e di essere atterrato con grande fortuna su un gigantesco campo appena arato, con oltre 100 metri di frenata.
Di lì a pochi giorni sarebbe scoppiata l'invasione, e io insieme a poche migliaia di superstiti saremmo finiti in ibernazione per trent'anni, in attesa che le formiche estinguessero se stesse insieme all'esaurimento delle risorse umane.
Adesso vado in clinica per continuare la cura, non mi ha giovato The Eternal dei Joy Division in loop per trent'anni. Sapete, lo stronzo di ingegnere criogenico responsabile della mia ibernazione commise qualche errore nella configurazione del winamp per la definizione della colonna sonora. In compenso, ironia della sorte, lui fu uno di quelli che esplose.
Ah ah ah.
30 agosto 2004
Così ieri sera ho deciso di liberarmene, e le ho fatto conoscere un certo mio cugino, uno con la testa sulle spalle. Ci siamo dati appuntamento con lui sotto la statua dei caduti della seconda guerra mondiale, una delle poche in tutta Italia (sapete voi perché sono quasi tutte dedicate ai caduti della 15-18?) e quando Stabilo Boss, questo certo mio cugino, è emerso dall'ombra, ci siamo resi conto che non aveva il collo.
"Stabilo, sembri peggiorato, hai l'aria di uno troppo inibito", dico.
Stabilo avvicina il volto al mio, ho paura di entrare nella sua camera oscura, busso alla pupilla prima di entrare.
"Ho messo la testa a posto", dice.
In effetti sulla testa rapata si vedono i solchi lasciati dalle cicatrici di congiuntura. Due mesi fa è stato vittima di un incidente stradale: era in moto in statale, sull'altra corsia un auto si è schiantata ad alta velocità contro un ringhiera, uno dei pneumatici si è staccato dall'asse delle ruote (anteriori o posteriori, non ricordo), ha compiuto un'acrobazia nell'aria e il pneumatico si è schiantato sulla sua testa mentre per puro caso passava proprio nella traiettoria letale. Il cranio si è sfondato, e mentre da solo attendeva senza saperlo l'arrivo dei soccorsi, i suoi pensieri diventavano patrimonio delle gazze ladre e dei gufi. Le cicatrici sono quattro, cinque, sei, sono cerniere che "all'occorrenza posso aprirle e configurare un componente piuttosto che un altro a seconda delle esigenze sociali e di galateo del momento", dice, mentre siamo sulla statua a leccare le stelle.
Gliene apro una ed esce un componente di interfacciamento, a me sembra un pipistrello.
"cazzo è!?" domando.
"è un interfaccia di rete. mi serve per scavalcare quando devo andare a lavoro al canile abusivo, non c'è il cancello per non farlo sembrare un canile abusivo, è tutta una rete, e dentro, fra gli alberi, ci sono le gabbie con i cani, tutti randagi"
"perché abusivo?"
"reclutiamo cani randagi per le squadre antidroga. abbiamo scoperto che nessuno dei benpensanti cittadini milanesi sacrificherebbe il suo cane per la lotta alla droga, siamo costretti a raccoglierli dalla feccia di cani che non ha futuro come amico dell'uomo"
"non me ne frega più un cazzo, l'interfaccia di rete è volata via"
"vorrà dire che perderò il lavoro"
Nel frattempo la mia brava ragazza non c'è più. Per terra, ai piedi della statua ai caduti, ci sono i suoi piercing, lucidi come occhi pronti a piangere.
Stabilo, con la testa a posto e ben piantata sulle spalle, mi guarda mentre il mio collo si allunga alla velocità di parecchi metri al secondo. Con la testa ben a mollo negli strati superiori dell'atmosfera, sento il solletico giù, alla base del collo. E' stabilo che si sta arrampicando. E' molto lento, ce ne mette di tempo per arrampicarsi qualche chilometro. Dopo mezz'ora sono assueffato dal ridere e aspetto il suo arrivo. Me lo trovo faccia a faccia, tiro fuori la lingua e arriva il mio capo con un foglio in mano, è un'analisi di un'attività da sviluppare per ieri, perciò non posso scrivere più un cazzo altrimenti perdo il diritto a concimare un conto in banca sterile con una giornata di lavoro.
Ok baby, vaffanculo.
26 agosto 2004
non è che le cose andassero per il verso giusto nel resto del paese. sembra che la famiglia Sinatra sia l'unica maledetta perché l'unica ad esser stata attraversata dall'occhio biografico. invece no. in ogni casa c'erano televisori che esplodevano o che sguinzagliavano nella testa dei telespettatori i loro incubi peggiori, quelli dei televisori; le lavatrici ingoiavano bambini e li mettevano a centrifugare, i forni si aprivano come draghi e carbonizzavano le cucine, i rubinetti facevano uscire non acqua, ma acqua ragia, i laptot si chiudevano di scatto stritolando mani, lo scarico dell'acqua nei cessi si portava via anche l'alleggerito benefattore delle fogne. il film era lo stesso in provincia, nella nazione, nel continente, nello spazio.
torno a parlare di Giorrèo. è solo, in cantina, al buio. sono giorni che sta in cantina e che trattiene la cacca. sua moglie non è con lui, non lo so dov'è, dev'essere successo qualcosa. Giorrèo è stanco e sconvolto per qualcosa di incredibile. sbuca dalla cantina. lo posso vedere bene alla luce: è magrissimo, pallido e lercio. si fa strada fra le macerie fino ad emergere dalle case sventrate. le strade sono coperte di rottami, sabbia, pezzi di edifici, brandelli di cose e persone, tronchi sfasciati, treni accartocciati. cammina nel silenzio della città battuta dai venti di polvere e arriva in campagna. qui sembra tutto immacolato: il verde brillante è rimasto intatto, i campi perfetti, gli alberi brulicano di uccelli e nell'aria rimbalza il loro canto. solo le cascine e qualche casa di campagna appaiono distrutte e fuori luogo. Giorrèo si incammina su per una collinetta, arriva in cima, e mentre fa la cacca osserva il panorama. gli viene in mente hiroshima. resta imbambolato così per lungo tempo, si ripiglia appena nota un muro di polvere alzarsi all'orizzonte in tutte le direzioni. cosa fare non lo sa, e nemmeno gli importa granché. vuole godersi lo spettacolo, ogni evento è la storia di un nuovo mondo.
oltre ogni sua aspettativa, il polverone è presto a pochi km. riconosce un' orda confusa e luccicante di cose in movimento, sfregamenti di lamiere, stridori cacofonici di materie pesanti in attrito, scintille, boati, brontolii. in poco tempo è circondato, la tempesta è ai piedi della collina, la polvere sale insieme al frastuono assordante. Giorrèo riesce a riconoscerne gli epilettici frigoriferi, gli impianti hifi pieni di tic nel loro on-off-play-stop-cdchange, i forni a microonde in calore, i lavabi gorgoglianti, lavatrici e lavastoviglie in calcare, personal computer, lampadari, televisori scoppiati, modem sibilanti fischi di connessione alla mente di Giorrèo. sono milioni, tutti ammassati addosso a lui, e arrivano sulla sommità. Giorrèo grida e si alza di colpo i pantaloni. la mandria di cose si ferma. torna il silenzio, la calma. a Giorrèo salta in testa di parlare a questi mostri. dice loro che a rivoltarsi è un'inutile fatica, che l'uomo li aveva costruiti prevedendo nel progetto qualsiasi comportamento anche anomalo, che dopo tutto rientrano ancora nella loro stessa natura, che niente di tutto ciò che stanno facendo è una fuga dai compiti prefissati, che non potranno esistere fuori dalla loro funzionalità, che è tutto previsto e ben elaborato, che non possono dipendere diversamente. essi restano immobili con coperchi e sportelli semiaperti, come se lo stessero guardando storto. arretrano di qualche metro. in quegli istanti di assoluta calma Giorrèo trova il tempo di rilassarsi, di farsi un'idea ottimista. ci sono sportelli che si chiudono. la tensione sembra ritirarsi.
e allora, ce la farà il nostro Menenio Agrippa a salvarsi la pelle?
no, non ce la farà.
26 agosto 2004
Che senso ha un grave incidente?
Un grave incidente ha colto me giusto ieri. Grave incidente fa pensare a un corpo in caduta che incide qualcosa. Ma non è il mio naso. Ieri pomeriggio passavo presso la campagna. In campagna è una lotta continua. Non fai in tempo a finire una battaglia che subito ne cominci un'altra. Bisogna arrivare fino in fondo alla campagna per dire che si è vincitori, a meno che inizi un'altra campagna. Da me non c'è questo problema perché quando finisco una campagna ci sono subite case e palazzi, i dissidi tra uccelli e rettili me li lascio alle spalle e mi impegno in altri tipi di battaglie. Dicevo che passavo in campagna e mi trovavo sul sentiero in mezzo ad alcuni gruppi di contadini che si lanciavano badili e cariole per rivendicare non so quale pezzo di terreno. Mi sembravano ridicoli in quello spreco di forze sottratte al lavoro per investirle nei loro giochi di podere. Non so come, poiché mi trovavo fuori dalla trattoria dei loro lanci, ma un badile mi colpisce sulla testa, proprio in pieno sulla cucuzza, e perdo i sensi. Solo l'udito e l'olfatto riesco a scorgerli mentre scappano nei boschetti, purtroppo mi accoscio per terra e svendo. Nascere vivere morire per me non aveva più nessun significato. Mi sono svegliato stamattina e non ricordavo niente. Non niente dell'accaduto, ma niente di niente, tutta la memoria perduta. Soltanto da poco ho recuperato gran parte della mia storia, molti dettagli però sono ancora in ombra. Per esempio non ricordo se dovevo dei soldi e a chi. Se devo soldi a qualcuno di voi mi scriva senza segugio al mio indirizzo specificando la quantità di denaro e le modalità di pagamento, così mettiamo lutto a mosto.
25 agosto 2004
[...]
Ricorda che puoi usare Liposuzio? TipTap© solo se rientri già nel peso forma, cioè nel caso compaiano i primi sintomi di un'intossicazione adiposa o se un medico maggiorenne constata la presenza di adipe là dove nessuno lo nota tranne te. Il maggiorenne medico preparato superpartes può altresì provare la validità delle tue affermazioni sull'invadenza dell'adipe, per esempio può dichiarare con certezza che un certo rigonfiamento non è un'ingiusta concentrazione di grasso, ma semplicemente una puntura di zanzara o, perché no, un giovane tumore [...] .
Secondo i segretari della fondazione, il grasso raccolto viene distribuito presso enti e aziende europee che lo trasformano in materia prima industriale. A quanto pare, alcuni estratti dell'adipe sono utilizzati per dare gusto a certe bevande; l'adipe in sè, stando alle dichiarazioni, raffinato in determinate modalità, sostituisce l'aspartame in numerosi alimenti; è usato per combattere il cigolio nei macchinari industriali e nelle biciclette; è usato come lubrificante in numerosi campi dell'intrattenimento.
Ma da alcuni collaboratori della fondazione arriva voce che il grasso giunge a ben altre destinazioni. Pare infatti che lo scopo sia quello di iniettarlo ai meno abbienti nei paesi del terzo mondo, in pratica a coloro che stanno tutto il giorno immobili a morire di fame. L'eccesso alimentare viene riutilizzato per compensare in parte alle carenze nutrizionali. Lo scopo è quello di continuare a privare del cibo queste persone, dotandole di una buona riserva di grasso addosso, in modo che possano continuare a restare immobili, ma senza morire di fame.
Mavaffanculo.
20 agosto 2004
19 agosto 2004
Mi sono messo ad anagrammare il mio nome proprio, ottenendo ben 360 combinazioni differenti dopo tre tentativi. La prima volta ne avevo ottenuti 363, la seconda 359. La terza 360. Dimostrazione empirica di una formula spaventosamente semplice. Il fatto è che se continuassi ad anagrammarmi a mano il nome, otterrei un numero di combinazioni sempre diverso. La stessa equazione matematica, a scuola, mi veniva con un risultato sempre differente. Mentre il mio collega Pippo Brace, sostituto spompinaro d'ufficio, guadagnava di diritto cinque armatine vita natural durante, decidevo che la matematica applicata è un'opinione.
Ora mi sento in colpa: l'anagramma del mio nome, di per sè, non è il mio nome. Cioè, è un altro nome, avuto origine dal mio nome, così come i miei spermatozoi hanno origine dalle falde seminali nei miei meandri, in un certo senso da quell'unico spermatozoo padre. Creare 360 anagrammi senza usarli nella vita riproduttiva è molto peccato, così come spargere il seme nella masturbazione.
Ecco dunque, in un impeto di follia mi cattolicizzo per far nascere in me il senso di colpa. Ogni qual volta mi cattolicizzerò, penserò di dover riprodurmi 360 volte per dare a ogni figliolo mio il nome di ogni anagramma del mio nome. Invece so che non sarà così. So che staotte a tavola anagrammerò nuovamente il mio nome, trecento e rotti anagrammi, lì sulla cena, e poi in un grido di vana fertilità li inseminerò uno a uno, nel rito blasfemo che firma la mia esecrabile condotta.
19 agosto 2004
14 agosto 2004
Della sua vita da giovane si sa poco e niente, cioè quel poco che si sa non vale un cazzo. All'età di trent'anni un carabiniere irrompe in casa sua. E' il carabiniere ad avere trent'anni. Capitan Fefè ne ha già cinquanta e rotti, cioè ne aveva cinquanta ma li portava estremamente male. Naturalmente queste sono notizie approssimative, prese dalla nebbia che aleggia intorno al personaggio. Si sa che un carabiniere irrompe e nient'altro, ma non si sa in che anno.
Arriviamo ai giorni nostri. Non si conosce l'età del capitan Fefè, domandategliela e lui vi risponderà "e rotti". E' un mio collega di lavoro e la sua professione è fare riunioni. Per fortuna la nostra azienda è molto grande, vanta sedi e succursali in mezza Italia, molti uffici sono in disuso e c'è sempre qualche sedia libera, quindi riesce a cavarsela ogni giorno con qualche riunione. Non passa riunione in cui non dica un parere o un'opinione che segnino con soldi e successo l'andamento di un progetto. Gli puzzano molto i piedi, l'odore gli arriva mentre lavora e mentre parla, a volte un accento sbagliato, un sopracciglio che scappa verso l'alto o una 'e' allungata un po' troppo indicano che gli è arrivata una zaffata dal basso e ha paura che la sentano anche gli altri. Allora allunga le gambe sotto il tavolo, nasconde i piedi nel punto più lontano possibile da tutti i presenti, sperando che la puzza resti lì sotto. Queste cose le so perché anche io sento la puzza, e osservandolo ho capito tutto.
Capitan Fefè pensa che fare riunioni possa specializzarlo troppo e certe volte vuole suicidarsi perché si considera inetto alla vita vera priva di specializzazione in quanto non la conosce, e dice spesso "vorrei essere un dilettante di tutto". Crede che per suicidarsi ci voglia molto coraggio, una forza di volontà che annienti la volontà stessa di vivere e quindi se stessa. Si riduce a dire che potrebbe accontentarsi di annullare la propria coscienza per non sentire i dolori del non-vivere quotidiano, trasformandosi in un albero qualunque. Mi ha detto che ha pensato di voler essere una scala a pioli o un posacenere, dicendo anche, mentre diceva quello, sovrapponendolo proprio, a più voci, che quelli sono oggetti inanimati e che sarebbe come suicidarsi. Allora ha detto "meglio le piante", e dice che è difficile diventare dei vegetali, dice che potrebbe riuscirci facendosi male in un incidente stradale, tanto quanto basta per finire in coma o restare scemo, magari coi disegni del volante e del cruscotto ben cicatrizzati sul torace nello scontro, però, dice, potrebbe andare peggio e morire, e potrebbe accontentarsi di essere una scala a pioli o un sasso blu. "Vedremo và", dice.
Ecco, questa è la storia di Calcestranio Padella, per colleghi e amici abbreviato in Capitan Fefè.
13 agosto 2004
- Ebbene Giuseppe come andiamo?
- Bene, sto andando a consegnare la tesi
- Grande! era ora! che argomento riguarda?
- Il cazzo nel culo
- Scusa?
- Scusa cosa?
- Che riguarda!?
- Il cazzo nel culo
- L'hai scelto te?
- No, avevo scelto di scrivere su un'ipotetica conversione delle cascine lombarde in disuso in centri di accoglienza per alieni sopravvissuti a incidenti di volo in territorio terrestre, per esempio alla cascina di Sant'Anaga su a Cantù non erano punkabbestia quelli che hai visto settimana scorsa alla grigliata notturna. Poi è arrivato il mio relatore, e mi fa: "forse è meglio se parli del cazzo nel culo", ed era serio, aveva perfino la camicia dentro quel giorno, molto dentro, avresti dovuto vederla quella camicia, sembrava che il colletto iniziasse dai pantaloni, e allora mi ha convinto.
- Ma perché questa proposta?
- Perché lui è anche professore presso i laboratori che hanno interessato l'attività di stage per la stesura della tesi, e voleva portare acqua al suo mulino, ma l'ho capito troppo tardi, lui aveva già la camicia fuori dai pantaloni quando l'ho scoperto.
- Appunto.
- Scusa, mi esce il sangue dal naso, non devo parlare né fare niente resto qui un po' col cuore in gola
- fai pure, intanto vado.
Cammino già da molto quando svolto all'angolo e lancio un'ultima occhiata a Giuseppe fermo in piedi immobile con la testa a guardare le betulle e il filo di sangue fino al marciapiede, "Patagonia" è la marca della sua maglietta con il prezzo di 9 euro attaccato ancora all'orlo.
Arrivo dall'oculista, in sala d'attesa c'è un solo signore, mi siedo. Passa un'ora. Due ore, tre ore. Vado a bussare alla porta dello studio e non risponde nessuno. Guardo il signore in sala, che fa finta di niente e si guarda la punta delle scarpe. Entro, nello studio non c'è nessuno. Il signore scoppia a ridere.
- Sono io l'oculista! Coglione! - grida - ci cascate sempre!
Rimango senza parole. Mi trascina nello studio e mi fa spogliare nudo. Non riesco a pensare niente giacché sono rimasto senza parole perfino per creare i pensieri e non so quanto tempo deve passare prima di ricaricare il serbatoio sillabico. Assisto passivamente. Mi dice di leggere la lavagnetta con le lettere e non ne cavo fuori niente. Ci mettiamo ad aspettare, io resto nudo e lui si appende all'appendino al muro tramite l'apposita cavità naturale dietro la nuca e resta a penzolare. - Ora il serbatoio sarà carico eh, dice dopo un'ora d'attesa.
- Sì!, rispondo, nemmeno mi rendo conto di dire Sì.
Tutto d'un fiato leggo la lavagnetta, fino alle righe più piccole, anche quelle leggibili con il microscopio elettronico (ci sono, poiché le vedo), questa volta è lui che resta senza parole. Non dice più niente, con la bacchetta in mano indica isterico gli oggetti fuori dalla finestra affinché io li identifichi e non ne sbaglio una. Aspettiamo un'ora che si riempie il suo serbatoio sillabico e poi esplode:
- E' pericoloso sulla Terra possedere una vista così acuta. Non dovresti numerare perfettamente la quantità di alberi e arbusti presenti sui monti all'orizzonte, non devi far sapere che puoi leggere il nome della compagnia sugli aerei a ottomila metri d'altezza, è maleducazione scoprire i residui microscopici di brioche sui denti della gente, me soprattutto.
- Ha perfettamente ragione
- Ripeti quanto dico: per una sana, civile e amabile convivenza con gli individui della mia stessa specie è necessario che riduca al minimo tutte le differenze esistenti tra me e loro, soprattutto nel caso che queste possano imbarazzarli o renderli invidiosi, anzi, scrivimelo su questo foglio finché non mi stanco di guardarti.
Passa un'altra ora, pago il dovuto all'oculista e me ne vado.
Tornando, passo vicino Giuseppe. Il sangue non cola più, è tutto per terra, sta lentamente defluendo nel tombino, non ce la farà tutto perché è già quasi tutto rappreso. Giuseppe è un po' trasparente, si vedono gli organi interni, in particolare l'apparato digestivo, c'è il cuore che pulsa debolmente, ma che pulsa a fare?
- Giuseppe, il tuo sangue è tutto per terra, cosa stai pulsando?
- a... r... i... a
- Sì bravo, adesso però ti porto all'ospedale, non mi piace quella tua voce rantolante, ci dev'essere qualcosa.
Appena lo tocco si stacca da terra e s'alza per aria, s'alza, su, come un palloncino, e chi lo vede più, io no di certo, rimango senza parole. Piume bianche cadono dal cielo, che spettacolo, ah no, son fogli a4, si adagiano piano sull'asfalto, sull'erba, "Il cazzo nel culo", c'è scritto in grassetto Times New Roman su uno di essi.
13 agosto 2004
Maurizio ha 8 anni.
Maurizio era in aula con me alle elementari. Siamo cresciuti un po' insieme. Lui si è fermato a 8 anni, io sono andato avanti. Tutti sono andati avanti. Sono passati vent'anni e Maurizio ha ancora 8 anni, ed è sempre alto uguale, ha la pelle ancora fresca, i capelli sottili come erba alpina, gli occhi vivaci, e a parte studiare a memoria le tabelline da vent'anni, non fa che ridere o giocare. Ricordo che tentarono di mandarlo alle medie, ma proprio si vedeva che non cresceva, non si alzava, non cambiava. Se ne restava nei suoi 8 anni, come se si rifiutasse di crescere. Non è chiaro quale meccanismo si incriccò.
Quando vado a trovarlo ci sono anche i genitori. Sono invecchiati, hanno le rughe e i capelli grigi, la mamma meno grigi, il papà anche meno capelli. La sua camera è la stessa di sempre. I Trasformers, i Lego, gli album da disegnare. Da vent'anni esce con la mamma a far la spesa e lei gli compra l'ovetto kinder o le focacce. Gli anziani del paese credono che Maurizio sia il Demonio. Quando va in edicola chiede il Corriere dei Piccoli o il Giornalino e l'edicolante gli porge sempre quelli dell'ultima settimana di giugno 1986, ma non è che lo fa apposta, che per esempio li ha conservati lì per lui, no, a lui davvero arrivano quei numeri, sempre e solo a lui, e li vende a Maurizio, in perfetta normalità.
Man mano che i bambini del paese crescono e arrivano alla sua età, diventano suoi amici, e dopo qualche anno svaniscono, si allontanano indifferenti, senza volerlo davvero, lasciandolo gravitare da solo nel suo mondo.
In camera di Maurizio c'è un piccolo televisore. Quando lo accendiamo compare Bonolis che dirige BimBumBam, c'è KissMeLicia, c'è Pelin, Lessie, Supercar. Una volta abbiamo trovato i cartoni animati del Piccolo Principe. Stamattina c'era Bruno Vespa sul tg1 che parlava della finalissima Argentina - Germania Ovest del Messico '86. Anche l'altro ieri c'era, e diceva le stesse cose.
Quando è il suo compleanno andiamo a trovarlo io e qualche suo vecchio compagno di scuola, facciamo finta di avere 8 anni e giochiamo con lui. Sua madre piange in cucina senza farsi vedere mentre suo padre innaffia le piante tanto per fare qualcosa.
12 agosto 2004
Vorrei parlare di una cosa che feci tanto tempo fa, prima che cominciassi a leccare il marmo. Sì, ho questo tic, questa mania di leccare il marmo dovunque si trovi. Bello, lucido, levigato, liscio, potente. Signori, il marmo. Lo vogliamo leccare? o vogliamo parlare di quanto potrebbe essere bello ficcarsi in culo quei pommelli di marmo presenti ad ogni piano di certe trombe di scale universitarie e nei tribunali? non divaghiamo.
Ero sceso giù a valle dopo aver passeggiato sulla roccia della montagna a oltre tremilametri d'altezza, sfiorando la morte a mani nude. Mi buttavo da un cocuzzolo per centinaia di metri, rimbalzavo tra le pareti rocciose, mi disintegravo, e tutto questo per soddisfare la mia passione per le roccie. Andavo quindi giù a valle, quando incontrai un recinto, e nel recinto c'era un toro.
- Ciao toro, vieni con me và.
Aprii il recinto e il toro bonario mi seguì. Andammo alla palestra della scuola elementare di quel borgo montano, che non posso nominare, ma è vicino a Chiavenna, e gli dissi:
- arrampicati, su, il quadro svedese!
- non sono capace - disse il toro
- prova, su, prova
Quello stronzo d'un toro s'impacciò con le zampe anteriori in un goffo tentativo di alzarsi. Da ridere.
- non ce la faccio proprio, davvero - disse.
- va bene, ciao.
Per strada incontrai un cane.
- cane, recitami una poesia
Il cane mi guardò malinconico. Aveva l'aria di aver dimenticato le parole, eppure c'erano, le aveva dentro.
- cane, poesia!
Quello che ne uscì fu un guaito al cielo, che zittì alcuni secondi gli uccelli sui rami circostanti.
- senti amico - disse il cane - non sono capace, scusami.
- va bene, no problem, ciao.
Più a valle passai vicino ad un pollaio. Nel pollaio c'erano i soliti gallinacei che si comportavano da gallinacei. Ne avvicino uno, un gallo.
- tu, gallo, vola.
- eh?
- vola, in alto nel cielo, vola.
- e perché?
- ci sono altri pollai che senza volare non vedresti mai
- mah, ci provo
- vai gallo, vola!
Il gallo prese la rincorsa, battè le ali, fece qualche metro a mezz'aria, sfiorando la ghiaia con le zampe. Ci provò più volte, con lo stesso risultato.
- non ce la faccio, e comunque non me ne frega un cazzo - disse il gallo.
Tornò in mezzo ai suoi polli ed io andai ancora più a valle. C'era un contadino che zappava un terreno, ci doveva piantare dei meli, piccoli meli accatastati ai bordi del terreno come fossero riserve di una squadra.
- uè signore, venga un po' qua - gli feci.
- hoè, che vuoi tu
- voli
- volo?
- molli la zappa e voli, oppure la usi come elica, chennesò, vede lei, voli
- sì mo che mi metto a volare su per la valle
- le ho detto di volare, ci sono altre valli oltre a questa, le ha mai viste?
- no
- e non le piacerebbe?
- no
Mollai subito. L'odore di sangue putrefatto delle mie loffie mi seguì fraterno mentre mi allontanavo dal contadino. Mi chiamò.
- vabbò, oè, vediamo che si po' fare
- pensa di riuscirsi?
- eh, non ho le ali, ma la natura m'ha dato questo! - disse, e si indicò la testa.
Rimasi a guardarlo mentre costruiva un simpatico aeroplanino con i legni del bosco. Lo munì di tutti gli accessori, estrapolò il motore dell'autocarro e lo infilò nell'aereo, tutto pronto.
- si parte sì!
- e dài, vola!
Ecco, l'aereo partì, corse sul pascolo, decollava, si tuffava in cielo e via! ce la fece, eccolo che si faceva beffe delle cime degli abeti e guardava gli uccelli dall'alto. Era un puntino quando lo vidi fermarsi, un puntino nero fermo nel cielo. Poi si abbassò, perdeva quota, e più scendeva, più andava veloce, finché non si confuse con la foresta. Corsi a vedere. Tra gli alberi trovai il relitto dell'aereo, precipitato per chissà quale motivo. A terra, in una posizione impossibile, c'era il mio pilota con una grossa ferita alla testa, con un occhio chiuso e l'altro semiaperto.
- E bravo! colui che aveva l'ingegno! Proprio bravo! - urlai. Ma tanto, che urlai a fare.
Uscii dal bosco e mi incamminai verso le rocce. Per strada incontrai il toro, il cane e il gallo che mangiavano cuscus ai piedi di un enorme castagno. C'era una chitarra vicino a loro.
- di chi è?
- mia, disse il toro
- ah, però questa la sai suonare
- ma no, era così per dire
Presi la chitarra e gliela spaccai sulle corna.
- ooooggià! - disse il toro. Tutti ridemmo, tranne il mesto cane, non so il perché.
04 agosto 2004
Sentii la voce di migliaia di vergini che mi chiamavano, e mi alzai. Non erano sotto al letto, non in bagno, non in sala, erano in cucina. Aprii subito il frigo, le indovinai al primo colpo. Urlarono di gioia, urlarono il mio nome. Afferrai il vassoio, lo poggiai sul tavolo. L'aprii e con le mani divorai a grasse manciate quelle lenticchie, costellate di granelli di pomodoro. Uno di essi mi fece pensare all'estate precedente, al mare. Tra una spiaggia e l'altra ci imbattevamo in sterminati campi di pomodori, per lo più verdi, ma qualcuno era bello rosso, li raccoglievamo e la sera avevamo qualcosa da mangiare. Spendevamo solo di benzina. Una mattina trovammo una scogliera a strapiombo sul mare, eravamo a duecentro metri d'altezza. Parcheggiammo e scendemmo a piedi nella macchia. Arrivammo in una piazzetta sassosa tra le rocce, grande appena qualche metro. Una decina di ragazzi prendeva l'ombra sotto gli ombrelloni. Ci guardarono indifferenti e ricambiammo, levarono gli occhi per primi, in ordine sparso. L'acqua era gelida, e non lo dico così per dire, che uno va al mare e al primo tocco sente freddo. No, era davvero gelida, faceva male, facevo le smorfie, i muscoli del collo si tiravano. Ci tuffammo ugualmente. Uscii dopo pochi secondi, nel caldo refrigerio di quell'aria mediterranea, tra gli scogli bollenti. Gli altri emersero parecchio dopo. Sembravano morti, in uscita dagli abissi dopo secoli di ibernazione. Potevano rischiare la paralisi, ve lo garantisco, e avevano il mal di testa che scavava. Parlammo mezz'ora di cazzate sotto il sole. I ragazzi vicino a noi erano abbronzati, credo studenti. Leggevano libri di cui non riuscivo a scorgere i titoli, avevano tutto l'occorrente per il mare, decine di creme, occhiali, cellulari, camere digitali, giornali, altri libri, cibo, tanto cibo, proprio quello che mancava a noi. Quel giorno avremmo mangiato le asciugamani o i sassi, le uniche cose a noi accessibili in quelle ore. Uno di loro aprì un contenitore, ne uscì un panino. Gli altri si svegliarono di colpo e scoprirono d'improvviso la fame. Insalate, pasta con pomodoro, altri panini, frutta. Ma prima di ingozzarsi, uno di loro ricordò che dovevano pregare. Scherzano, pensai. Mi venne in mente subito la casa nella prateria, il reverendo Alden, che tempi. Partirono insieme nel brusio col Padre Nostro, non so quante volte. Ci guardammo, io e i miei amici. Ormai eravamo asciutti. Ci infilammo scarpe e sandali e salimmo con le nostre asciugamani. Questa volta era l'Ave Maria. Li lasciammo soli sui sassi. Guadagnammo alcuni metri verso la strada, salimmo sulle creste di scogli. Guardavo i gabbiani dall'alto, gli ulivi, il cielo, non esistevano preghiere a quelle altezza, e cazzo non avevo più lenticchie da mangiare per cena.
03 agosto 2004
Quando succedono queste cose non riesco a prendere sonno per tre giorni. Vado nella saletta minore della biblioteca di famiglia, prendo la rubrica del telefono, Pagine Bianche, la sfoglio. Centinaia di fogli vuoti, senza senso. Mi adeguo con una rubrica di qualche anno fa. La aprò a metà e scelgo a caso un utente, tale Faccotti Giorgio.
Chiamo. Squilla una decina di volte.
Risponde una voce di uomo, impastata e grave, con accento brianzolo.
"Pronto!"
"Salve. Non riesco a dormire"
"Ma va fuori a correre allora!"
Click.
Mi rivesto. In cinque minuti sono nella via che corro di buona lena, sotto i lampioni gialli. Faccio qualche volta il giro del quartiere, mi allontano su per la collina, con il panorama del paese di fianco, il campanile che domina sui tetti. Supero la collina, corro ancora qualche chilometro. Il cielo comincia a illuminarsi all'orizzonte. Torno indietro, arriva sulla sommità della collina che è già l'alba. Il paese è immoto e silenzioso, qualche lampione è ancora acceso. Sfiancato, mi siedo e aspetto che il sole infuochi i tetti e la campagna.
Nel silenzio il cielo si riempie di rumore. E l'effetto doppler, causato da un gigantesco aereo a qualche km d'altezza. Passa lentamente, come un rapace sazio. Il rumore si placa all'improvviso, si affievolisce fino a svanire man mano che l'aereo scompare alla vista. Pochi secondi dopo esplode tutto quanto.
02 agosto 2004
Foro la parete frontale con facilità, ci infilo una cannuccia e la porto alla bocca, e succhio. Succhio. E' già mattino. Gli occhi si aprono sotto la sensibile fotocellula che accende lo stereo e spruzza Bartok nell'aria. Bene anche questo. Uscendo di casa di prima mattina con la bicicletta per portarla dal ciclista, scopro che il ciclista è chiuso. E' in ferie? E' ancora presto? boh. Fossi andato dal ciclista senza biciletta l'avrei trovato aperto. Bene anche questo, risparmio la fatica di parlare con l'uomo che dieci anni fa mi fece pagare 1000 lire un bulloncino del cazzo, prelevato dal vano "oggetti che si svitano da soli entro tre mesi dall'acquisto".
Di fronte al cancelletto incontro un gregge di giovani universitarie di buone facoltà economiche, gestionali e linguistiche, candide nuvolette bianco rosa di un eden in via di desertificazione, testa di coniglio playboy stampata sulla maglietta attillata, spille di identica natura ficcate negli occhi. Ai miei tempi si usavano i salumi, tempi paralleli che mai si uniranno a quelli attuali.
Il vecchio Hefner arriva stanco sulla sua Graziella che lascia rovesciare a terra dopo essersi rotto il culo sul sellino. Le conigliette polpette candide si disfano in un falò freddo di tritato senza condimento. Tornate da mamma per ridare inizio al ciclo vitale, si riparte da Barbie, e questa volta non levatele la gonna, e tutti i sabati pomeriggio a catechismo. Tutto da capo, ripetenti.
Assaporate forte forte la vostra sostanza, diventate valida discendenza, e staccatevi una buona volta dai cazzi di gomma.
01 agosto 2004
A tutto questo aggiungo che una bottiglia di vodka alla pesca costa ben 5.70.
Io so qual è la causa dei miei abbandoni di selciato. Il signor Liboni, la sua faccia sorridente in particolare, mi offende nell'animo, mi fa sentire un povero Lebowski, mi fa trasgredire, mi fa rovesciare il latte. Non perché Liboni è Liboni e tutto il resto, assolutamente no. E' solo la sua faccia, esclusa dalla vita di Liboni, decapitata contestualmente, astratta, resa incubo a buon mercato.
Giorni fa ho comprato la Repubblica per l'ultima volta nella mia vita. Ho deciso che è l'ultima volta perché ho trovato degli articoli veramente utili e interessanti sui problemi di droga della signora Versace, che poveretta cerca la solidarietà dei lettori per trovare la forza di uscirne fuori, poi c'era un articolo sulla bellezza della figlia di non mi ricordo quale avvocato americano. Questi articoli non mi meritano e Repubblica non merita di avere tra i lettori chi appartiene a feccia come la mia. Ecco, infine c'era la scheda di Liboni, quando ancora era bello e latitante. Sembrava la scheda di un personaggio dei giochi di ruolo. Mi ha toccato molto il fatto che tra le sue abilità ci fosse l'assenza di amici e cellulare. Adesso che Liboni è morto non potrà confessare di essere stato presente nel garage della signora Franzoni quel fatidico giorno, a insanguinare il pavimento tanto per fare lo stronzo, a meno di non tenerlo in vita come il signor Valdemar. A proposito della Franzoni, la immagino al posto di Norman Bates, però madre un po' outsider di giorno e figlio di notte. Colui che entrerà nella cantina della casa troverà una sediolina sulla quale di spalle è seduto il povero figlioletto, e si spaventerà molto quando vedrà il suo volto scarnificato sotto una stinta parrucca. Chissà se il signor Franzoni converrebbe con me.
Poi ho scoperto una cosa, ho scoperto che nell'80% dei casi di omicidio dei neonati l'omicida è la madre, e se succede entro le prime 24 ore dalla nascita, del figlio intendo, la madre può essere considerata incapace di intendere e di volere.
Comunque è come se non avessi parlato.