T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


25 maggio 2004

Il signor Beretta

Verso l'una siamo usciti tutti insieme per andare a mangiare. Beretta, un mio collega, è inciampato per le scale, ha picchiato con violenza tutti e due gli stinchi sullo spigolo del gradino, si è sentito bene quel tonfo dolce dell'impatto osseo attutito dalla carne.
"Quanta violenza, non ne possiamo più!" ha gridato il portinaio.
Il volto di Beretta ha assunto per un attimo le fattezze della Medusa di Caravaggio. Poi gli occhi, il naso e la bocca si sono mescolati con le guance, nel minestrone somatico di un urlo silenzioso. Sembrava Giove. So per certo che Beretta avrebbe voluto bestemmiare libero al mondo intero, ma dal profondo della sua coscienza una voce in falsetto lo obbligava a tacere per poter continuare a pagare gli studi ai suoi due bambini. Da noi c'è addirittura un poster con Formigoni che guarda oltre il fotografo.
Abbiamo depositato Beretta in un angolo del corridoio, solo con le sue riflessioni sul perché Dio gli ha voluto riservare quella brutta sorpresa all'interno del suo piccolo progetto, e siamo andati a mangiare merda in un pub qualunque di corso Magenta. Sì, proprio la merda. Non dico così per criticare. Lo scrivo in serenità e soddisfazione, il martedì a Milano si mangia merda. Però non è specificato di chi, per tutelare la privacy dei donatori, e si mangia gratis, che rispetto ai 3, 4 euro di un panino, sono davvero cose di un certo peso.
Al ritorno dalla pausa pranzo siamo entrati in ufficio e non c'erano più le sedie. Da due ore e mezza stiamo lavorando in piedi davanti ai computer. In piedi, come in Tempi Moderni. Poi ci siamo ricordati di Beretta e sono sceso a prenderlo. L'ho trovato morto, morto di spavento, rannicchiato nel suo angolino, con la testa alzata, gli occhi sbarrati, puntati verso l'altro, la bocca socchiusa, il braccio alzato nel tentativo di coprire la faccia. Sono andato dal portinaio. Era nel suo gabbiotto, che fischiettava, con una mano si teneva la testa, con l'altra sfogliava il TvSorrisiECanzoni. Non l'avevo mai visto in quel modo.
Cosa è successo al mio collega? ho chiesto.
Il portinaio è scoppiato a piangere, e mi guardava. I suoi occhi pulsavano, si gonfiavano e poi si svuotavano lasciando colare le lacrime sulle guance, e puntavano me.
Ho guardato di nuovo Beretta, e me ne sono tornato di sopra, pensando a migliaia di scolopendre in caduta dal cielo sull'umanità, il pianto del portinaio moriva mentre saliva l'ascensore.



24 maggio 2004

One Step Beyond!

Stamattina sono andato in cucina per fare colazione. Avevo in mente di mangiare un po' di carne. Questa notte, infatti, mia sorella ha fatto a pezzi con le proprie mani una sua amica che dormiva da noi, per via di un tic nervoso che mia sorella non riesce proprio a nascondere (è un tic della durata di pochi letali secondi, di cui la USSL locale è al corrente; la popolazione del comune è stata informata e sono tutti pronti a morire in qualsiasi momento; il tribunale di Monza ha garantito l'indennità penale a mia sorella).
Con l'immagine mentale di una bella fetta di gluteo ho aperto il frigo e ci ho trovato dentro tutte le nostre scarpe stipate in perfetto ordine. Nei cassetti per l'insalata c'erano i sandali infradito. Nel cassetto della frutta le ciabatte di mio padre.
Sono andato ad aprire la scarpiera ed era vuota.
Cosa vuol dire? ho chiesto a mia madre e mia sorella.
Mi hanno guardato in silenzio, come se non ne sapessero niente, come se...
Quest'aria di noncuranza casalinga è indice di trascuratezza sulla propria persona, persone con le quali vivo tutti i giorni tra l'altro. Non bastava il fatto che fosse lunedì.
Per calmarmi ho afferrato il bordo del mobile in soggiorno, quello con tutti i soprammobili, bomboniere, bicchieri di cristallo e superalcolici, e l'ho rovesciato per terra. E' stato davvero teatrale.
E me ne sono andato a lavoro.



23 maggio 2004

Like suicide

Mi sveglio nella nebbia luminosa. Le ombre danzanti si allontanano, mescolate nella luce confusa oltre la frontiera appena valicata. Al solito passano alcuni secondi di angoscia prima che riesca a ricordare la password di ingresso. Il corpo si adagia sul materasso e conosce il suo peso. Senza volerlo davvero chiudo il lucchetto e osservo la nebbia che sparisce oltre il soffitto. Nascondo la chiave sotto il cuscino, insieme al pigiama. I colori diventano immobili, le forme sono inderogabili, come un silenzio spezzato da uno sparo.
Senza più difese mi lascio inondare dalla marea di pensieri latenti. Locomotive in lontananza, ma in avvicinamento; murales sbiaditi; aggregazioni di uomini e donne incatenati alle ringhiere; volti senza saluto; alberi ostinati, in equilibrio tra colonne di cemento; lettere e numeri che scorrono invisibili davanti ai miei occhi su specchi vuoti; cuori nascosti sotto le piastrelle; cellulari perduti; ore senza orologi. Là fuori, mi aspettano.
Dopo otto ore di moto fangoso e inerziale, la soddisfazione di tutto questo, e altro ancora, si chiama soltanto piatto pieno e letto caldo. Nei tramonti gli occhi vorrebbero vedere di più, resistere, eppure si chiudono. Scade il tempo a disposizione, rimane da bere latte cagliato.
All'alba di un nuovo giorno decido che è tempo di morire.
Contatto una prestigiosa Yakuza italo-giapponese esperta in sublimazione del suicidio. Sfoglio decine di pagine patinate. I soggetti fotografici sono un mix tra i pascoli montani di Annette e i corpi squassati di Rotten. Nulla mi torna utile. Al solito si tratta di iniezioni velenose, impiccagione o decapitazone in anestesia totale, abbandoni sulle vette dell'Himalaya, voli nel vuoto da ottomila metri d'altezza, taglio delle vene, spari frontali con telecamera incorporata sulla pallottola per il reality show dei parenti, masticazione di polvere d'ardesia in piazza Castello, proiezione corporale in orbita attorno alla Terra, e altre stronzate simili. Ciò che non dice è quanto coraggio serva, infatti non ce n'è bisogno. Questi depliant servono ai pazzi, non hanno bisogno del coraggio, a meno che quel coraggio non sia una forma di pazzia. Forse.
Esco di casa, affondo gli anfibi nel lago di bava del cane del vicino. Vado alla caserma militare. Il muro grigio segna il territorio inviolabile, il cartello con il soldato e il mitra spianato intimoriscono da un'ampia zona di boschi e cortili, a un passo da casa mia, e che io non ho mai visto. Sono a pochi metri dal muro, in piedi. Le formiche vi si arrampicano in fila indiana. Le fronde tremano al vento. Un aereo attraversa da qualche parte il cielo. Scatto verso il muro, corro e ci sbatto contro con le gambe e le mani. Non mi faccio quasi niente, ho le nocche un po' scorticate, e un dolore acuto nel ginocchio destro. Mi allontano e prendo ancora la rincorsa. Arrivo contro il muro di faccia. Rimbalzo, ma non cado. Sento il sangue, caldo, colarmi sulle labbra, forse mi sono rotto il naso. La terza volta colpisco il muro con la fronte. Cado all'indietro, come un sacco svuotato, batto la nuca per terra. I budini alla vaniglia non erano poi così male.
Eccola: è la nebbia luminosa, la vedo. Non riesco a rialzarmi, anche se ne ho le forze. Un peso ignoto mi schiaccia, un oceano di innumerevoli atmosfere. Vedo sagome che conosco, sento voci, sirene, mani che sollevano. Non riconosco le pause tra le parole, scompare la punteggiatura. Gli eventi accadono senza attese. Tutto succede nello stesso istante, cosa è successo. Avrei da schiantarmi ancora contro il muro, non ho finito, cosa fate, dovete schiantarmi, dove andiamo...

Ora sto bene. In ospedale mi hanno fatto visita molte persone tra amici e parenti. Fra i tanti regali ho ricevuto una sacca con tre mazze da golf. Vere, mica finte. Secondo i medici mi son già ripreso completamente. Sono d'accordo con loro.
Alcuni giorni fa ero in bagno. Mentre mi pulivo le orecchie usciva una quantità straordinaria di cerume, che la testa sembrava piena solo di quello. Sono andato a farmi visitare di corsa. Non era cerume. I medici han detto che quando i lettighieri mi hanno sollevato da terra, gran parte del cervello si è rovesciato sull'asfalto attraverso lo squarcio sulla nuca. Non si erano accorti che avevo la testa aperta. Ho chiesto gran parte quanto? Gran parte tutto, han risposto. Per evitare spifferi d'aria da un orecchio all'altro mi hanno riempito il cranio di purè di patate. Va bene, ho detto, non c'è problema. Va bene. Le perdite di purè dalle orecchie sono normali, han detto, e se le orecchie cominciano a fischiare, nel senso che il fischio è udito anche da chi è nelle vicinanze, devo farmi introdurre qualche cucchiaiata di purè per impedire all'aria di passare.
Un tempo pensavo che chi perde il cervello, per travaso in bottiglie con spremute di meningi o per incidente qualsiasi, fosse destinato a vegetare per sempre, finchè qualcuno o qualcosa non avrebbe interrotto il funzionamento delle macchine per tagliare i costi sanitari e di corrente, anche perché d'estate la linea è già sovraccaricata dai condizionatori.
Invece io sto bene. Non è che proprio non ho il cervello, ce l'ho in purè di patate, anche se qualche mio amico bastardo ha definito la cosa come lobotomia integrale. Sarà pure una lobotomia, ma adesso mi sento veramente felice. Ho tutto quello che un uomo possa desiderare: un lavoro, un letto, cibo. Nel tempo libero incontro amici, la ragazza, cugini, guardo un film o vado a bere una birra. Della chitarra non so più che farmene, mi fa solo perdere tempo, e quando la suono dopo il lavoro mi fa venire sonno. La vita è lunga, e dovrò lavorare ancora per una trentina d'anni, e anche più. Spero di non perdere il lavoro perché altrimenti non saprei proprio cosa mettermi a fare dalla mattina alla sera, a meno che non si inventeranno qualcosa di nuovo quei geni della televisione. Fra poco ci saranno le elezioni e penso che voterò per la sinistra. Non che abbia in antipatia la destra, come invece ce l'hanno in tanti, ma perché secondo me un po' per uno non fa male a nessuno, soprattutto ai cittadini. Magari fra un po' di anni voterò la destra. Anzi, sicuramente. Adesso lustro un po' le mazze, anche se non ce n'è bisogno, e vado a giocare a golf. E' una giornata magnifica, chissà che non conosca la mia futura moglie, l'unica cosa che mi manca. Stamattina mia madre ridendo mi ha detto che se trovassi moglie sarei a posto completamente, un uomo perfetto. Ma secondo me non scherzava mica. Magari una che le piace cucinare purè di patate tutti giorni, le ho risposto io.
Sticazzi, avrebbe potuto dire mia madre, ma non l'ha detto, nemmeno pensato.



17 maggio 2004

Hey Sbarbo

Stamattina mi sono fatto la barba dopo un mese, e il risultato mi ha fatto ridere molto, ma ridevo molto già dal risveglio, non so perché. Il lavandino era coperto di pelame nero e rossiccio. Mi sono anche ricordato di raccoglierlo e gettarlo nell'immondizia, ma non l'ho fatto, per vedere se davvero avrebbe intasato il lavandino. Ho lasciato scorrere l'acqua e non si è intasato niente. Mia madre dice che intaserei il lavandino perché è successo davvero l'ultima volta che mi sono tagliato i capelli, cinque o sei anni fa. Ma erano capelli, si annodano per ancorarsi al tappo e penzolare nel vuoto del gorgo. Comunque, metà della barba mi cresce color ruggine, non so perché.
Mi piace la mia faccia senza peli, sembro un adolescente gravemente anemico. L'ho avvicinata allo specchio, mettendo a fuoco la superficie lunare delle guance scavate, bombardate da un'antica varicella. E lì, sottopelle, ho scoperto nuovi nevi. Due, piccoli piccoli e vicini, subito a sinistra del mento; uno sul lato sinistro della fronte, poco sopra la tempia; uno al centro della guancia destra, e quello sulla tempia destra si è ingrossato ulteriormente. Preoccupato, sono uscito di casa. A metà strada mi sono accorto di essere a torace scoperto, con addosso solo i pantaloni del pigiama. Son tornato indietro, mi son vestito e sono uscito leggermente più serio.
Sono entrato in ufficio con molto ritardo, naturalmente, questa volta perché son passato dal dottore. Gli ho detto di questa storia dei nevi. Ha risposto che se continua così potrei rischiare un melanoma quando sarò più grandicello. Mi ha consigliato di farmi espiantare la faccia prima che sia troppo tardi.
Non può farmi qualche rimozione in anestesia locale? ho chiesto.
No, fa lui, e io: perché?
Perché la tua faccia mi sta sul cazzo e non so perché, ha detto.
Mi può star bene, ho risposto. Sono andato via, dimenticando per l'ennesima volta di chiedere perché i miei peli crescono un po' rossicci.
In corso Magenta ho comprato una cravatta per contrastare la caduta d'immagine in faccia, 25 euro, e non indossando la camicia l'ho impiccata al collo sopra la maglietta dei Madness.
In ufficio nessuno ha notato i piccoli nevi, la reputazione è intatta, ma la mia autostima è stata già abbastanza compromessa.
E comunque ho paura.



14 maggio 2004

Il cazzozziere & figli, talvolta il suocero, ridono di me

Questa notte ero in auto che tornavo a casa. Avevo passato la serata a casa di Don Samuele, guardando con lui i suoi cortometraggi. Don Samuele è il prete della nostra parrocchia. Nel tempo libero che gli rimane si diverte a invitare i fedeli per recitare nei cortometraggi, ma quelli che accettano sono soltanto gli insegnanti di catechismo, e non ho capito perché. I cortometraggi di Don Samuele riprendono sempre persone che mangiano la pastasciutta imbrattandosi di salsa come porci e durano almeno mezz'ora per ogni pasto consumato. La velocità è rallentata apposta per far sembrare l'atto del mangiare un evento epico. Come colonna sonora c'è sempre Wagner.
Passo le ore con Don Samuele a guardare i suoi cortometraggi senza dire una parola. Non vuole che si parli durante la visione, e non accetta alcun tipo di commento, nemmeno complimenti. Dopo la quinta videocassetta si addormenta ed io sgattaiolo fuori da casa sua. Succede sempre così ogni volta.
Vado sempre a trovarlo a vedere i suoi cortometraggi per ringraziarlo di quando mi salvò la vita. Era il giorno della cerimonia della Comunione. Mi feci infilare in bocca da lui la mia prima particola ufficiale, di fronte ai miei parenti e a quelli dei miei compagni di catechismo. La risucchiai, come un aspirapolvere. La particola mi andò di traverso e cominciai ad agitarmi. Non riuscivo a respirare e mi prese il panico. Mi gettai a terra, scalciando e menando i pugni. Pensai di morire. Tutti mi stavano addosso. Gesù stava sulla croce, ecco, ricordo bene questa figura inquietante che rispetto a tutte le altre presenze umane era impassibile alle mie sofferenze, quasi mi guardava come per dire "ma che cazzo fai...".
Don Samuele urlò "Tu non vuoi respirare! Tu non devi voler respirare! Tu non hai bisogno di respirare!", ripetè queste frasi finché non mi calmai. Ero immobile a terra, decisi di non voler respirare, fissai Gesù sulla croce con gli occhi sbarrati. Nella chiesa scese il silenzio. Dopo pochi secondi, ma forse erano minuti, non ricordo, ruttai clamorosamente, in un modo che un bambino non potrebbe mai riuscirci, tanto che alcuni fedeli scettici credettero che a ruttare fu quell'ubriacone del sagrestano. Alcune signore amiche del prete si portarono le mani alla bocca. Ricominciai a respirare. La particola si era sciolta. Per non dilungarmi già troppo non voglio parlare di quello che mi accadde successivamente, come per esempio il fatto che Gesù in persona prese ad aspettarmi fuori da scuola per portarmi il pesante zaino fino a casa, a volte durante il tragitto si metteva in testa un cespuglietto di rovi, credo per fare dell'autoironia, anche se non rideva mai. E poi mi ricordo che quando mi facevo la doccia, e qualche volta succede ancora adesso, entrava in bagno anche se avevo chiuso la porta a chiave, e mi regolava un po' meglio la temperatura dell'acqua. A volte sono a Milano durante la pausa pranzo. Capita che per caso do un occhiata ai tram e vedo Gesù, lì dentro, tra i passeggeri, che osserva proprio me. Oppure sono in autostrada, e me lo trovo al posta del casellante. Bah.
Ma di cosa volevo parlare? Sì, ieri sera dunque tornavo a casa in auto. Ero senza cinture. Di solito non ci penso ma certe volte mi viene il pensiero che potrei fare un incidente e farmi molto male perché sono senza cinture. Un mio compagno di scuola anni fa era nella macchina con suo padre e un suo amico mentre rotolavano tutti insieme giù per una collina del bergamasco. Lui e suo padre non si fecere nemmeno un graffio perché erano ben saldi al sedile con la cintura, l'amico dietro invece salvò poi la vita a una dozzina di persone, grazie al consenso dei genitori, non so se mi sono spiegato.
Ebbene, mi trovavo in un rettilineo, più o meno, a 80 km/h. La curva era lontana trecento metri circa. Allora ho ragionato in fretta: se tolgo le mani dal volante per mettermi la cintura non farò in tempo a fare la curva e uscirò fuori strada, però avrò la cintura e non mi farò niente. Se invece sto attento a fare la curva può essere che vada fuori strada, chissà, e mi farò male perché non avrò la cintura. Allora ho tolto le mani dal volante e ho afferrato la cintura, che non scendeva perché si era incastrata. A 80 km/h si fa in fretta a decidere che è troppo tardi sia per fare la curva che per mettersi la cintura, così ho lasciato che la macchina uscisse fuori strada. Ha sobbalzato un po' sul terreno dissestato di un campo incolto, ammetto che in un paio di momenti stava per capovolgersi, si è poi fermata da sola al limitare della brughiera. Un auto è passata in lontananza. Poi un'altra. Ho provato a mettermi la cintura ma era ancora incastrata. Sono uscito dall'auto, sprofondando nel fango, e me ne sono andato a casa a piedi.



13 maggio 2004

Essere maestri nell'arte di arrangiarsi

Ieri sera io e la mia ragazza ci siamo incontrati presso la discarica comunale per fare l'amore. Non so se ci avete mai fatto caso, voi che amate tanto leggerre le storielle di Nonna Papera: nelle discariche, quelle comunali, oltre ad esserci i gabbiani, di notte c'è sempre luna piena. Così le discariche si riempiono di gente più o meno innamorata che vuole bruciare piastrine ad un chiarore di luna fuori orario.
Un bambino che alle tre di notte rovistasse nell'immondizia per cercare la sorpresina dell'ovetto Kinder che la mamma ha incautamente buttato qualche ora prima, si farebbe cogliere da sorpresine che la Kinder non si sognerebbe mai di riservare ai suoi clienti, sorpresine molto lontane dall' immaginazione del bambino adeguatamente vigilata dal Moige.
Sorpresina, tra l'altro, è il soprannome della madre badessa del convento complementare al monastero Franziskaner, convento famoso in tutto il mondo per la produzione del siero che iniettato nelle pecore le fa sentire dei piccioni, costringendole a comportarsi come tali. Non dirò perché la madre badessa viene soprannominata Sorpresina, perché prima voglio vedere le vostre pagelle coi voti e parlare con i vostri insegnati, poi se ne riparlerà (fornitemi inoltre gli orari di ricevimento parenti, quelli esatti però, onde evitarmi ulteriori bestemmie di fronte alle scuole alle quattro del mattino).
Comunque, mi trovavo con lei immerso fino alle ginocchia nell'immondizia, eccitato più che mai dall'odore dei rifiuti, quando lei mi dice che ho troppi punti neri sul naso.
Non riesce a leccare una persona con tutti quei punti neri, dice. Così mi ha costretto a farsi accompagnare a casa, ed io mi sono sentito come un gabbiano decapitato la cui testa è chiusa in una bottiglia destinata a chissà quale spiaggia.
Così stamattina mi sono recato dal chirurgo automatico montato proprio di fianco al teatro Litta. Sono entrato nel macchinario, ho scelto l'opzione desiderata e alla modica cifra di 35 euro mi sono fatto estirpare tutti i punti neri. La macchina mi ha poi rilasciato lo scontrino e un sacchettino con dentro ciò che mi apparteneva (tranne i soldi, naturalmente). Sono andato in ufficio e tutti mi hanno fatto i complimenti per il mio naso finalmente alla moda. Il mio orgoglio ne ha giovato parecchio, proprio perché ho trovato l'approvazione di tutti quei coglioni che fanno dell'eliminazione dei punti neri un passo verso l'approvazione altrui, e mi sono sentito coglione anch'io, con tutto il benessere platinato che deriva dal far parte di quella frangia della società che giustamente denigra i punti neri.
Poco poi fa mi sono recato in bagno per fare la cacca e non ci riuscivo. Mi sono perfino fatto male da qualche parte nelle viscere per lo sforzo sfrenato che ho applicato invano. Mi sono toccato sotto per capirci, magari, un po' di più, e davvero, mi sono spaventato. Attaccato da un terribile presentimento ho prelevato dalla tasca lo scontrino rilasciato dal chirurgo automatico: quarantuno punti neri dieci euro, un solo punto nero venticinque euro! Ho rovistato nel sacchettino e in mezzo ai punti neri ci ho trovato anche il mio ano. Bel calcolo del cazzo che ha fatto la macchina.
Ebbene sarei andato sicuramente al macchinario, avrei telefonato al numero delle proteste indicato e con i deputati funzionari avremmo messo a posto tutto. Ma prima, prima però, ho dovuto fare la cacca perché non ce la facevo più. Bucarmi con una biro non sarebbe stato elegante, soprattutto perché avrei perso parecchio sangue, sebbene avrei potuto riempire la ferita di zolfo e darle fuoco per interrompere l'emorragia.
Così mi sono infilato due dita in gola e via.



12 maggio 2004

L'incombenza di bastare a se stessi [3]

"Sono un calamaro"
Terenzio Sfippardi

Mercoledì, Milano.
Occhi altrui incrociati per un secondo in ogni dove. Mi ostino a guardare la gente in faccia senza alcun motivo particolare. I giapponesi non ricambiano mai lo sguardo. I cani mi annusano il culo per poi ringhiarmi contro. Le vecchiette in tram mi alzano il dito medio mentre scorrono via e sghignazzano con i loro compagni di decennale matrimono.
Penso a ieri pomeriggio. La mia ragazza mi telefona tutta felice dicendo che non è incinta. Le chiudo il telefono in faccia: io quel figlio lo volevo. E' l'unico motivo che mi obbliga ad avvicinarmi a esponenti dell'altro sesso: fecondare, fecondare, fecondare. Per poi dimenticare. E' stato difficile convincere i miei genitori che non sarebbero più stati nonni. E' stato difficile accettare il fallimento, quel figlio ci doveva essere, i calcoli erano giusti e avevo appositamente sabotato il preservativo. Ho qualcosa che non va nello sperma, a parte il colore nero.
Mercoledì, ed è sempre Milano.
Attraverso in direzione via Carducci il rilassante incrocio che c'è di fronte alla stazione Cadorna. Sento arrivare dal cielo il suono assordante di un powerchord bicorde stoppato a massima saturazione. Una ragazza con un piercing nella pupilla chiede allegra: "E' una Gibson in un valvolare?"
"Sicuro!", rispondo.
Alzo gli occhi al cielo.
Una nuvola di un azzurro poco più chiaro del cielo assume la forma del volto della mia ragazza. Più la guardo e più quei tratti si fanno nitidi. La nube di vapore si solidifica, assume consistenza concreta. A velocità sempre maggiore precipita verso il suolo da qualche parte del centro. Non ha ancora finito la sua corsa che mi rendo conto di essere immobile al centro dell'incrocio. Nello stesso istante vengo investito da un taxi. Il rumore è più distruttivo dell'impatto con il parabrezza, ma era il boato causato dallo schianto della faccia sul Duomo.



11 maggio 2004

L'incombenza di bastare a se stessi [2]

"L'assenza di controllo durante il limone può essere compensata da un paio di labbra molto seducenti dotate di terminazioni temporalesche"
prof. Pasqualesso Tenaglia dell'università giocattolosa di Baruccana

Sul primo ripiano si trova una collezione di accessori sensoriali che i miei amici hanno perso scommettendo che non sarei riuscito a bere un'intero stock di antibiotici sperimentali per la cura della lebbra. Bulbi oculari nel secchiello delle mozzarelle di bufala, immersi nelle lacrime di non so chi, bobine di nervi ottici, padiglioni auricolari accatastati nella formaggera, froge sparse un po' ovunque, papille gustative nel vasetto del caviale, palati in libertà, porzioni di lingua in un sacchettino di nylon, polpastrelli finemente tagliati e depositati in sfoglie sottili in una scatoletta rosa che era il contenitore delle "cose" di Barbie, chip neuronali su cui sono registrate in linguaggio Assembler e C++ le procedure cerebrali per il riconoscimento di odori, suoni e colori, ampolle contenenti spremute di meningi per l'ottimizzazione delle procedure, apparati uditivi pressati tra due lastre di cristallo, infine un microscopio tascabile per la manipolazione di tutti gli accessori e il loro innesto.
Sul secondo ripiano ci sono le colture di pelle, peli e capelli, su cui non voglio dilungarmi, rimandando il lettore agli articoli che ho scritto su autorevoli magazine scientifici (vedasi in particolare il filippino "Apocalipse Science" n.329, pag. 14, l'articolo sulle tecniche di canto per la crescita equilibrata dei capelli lunghi, oppure Focus del numero di gennaio 2003, dove descrivo il rallentamento della crescita della peluria ascellare in luogo di un innaffiamento del tessuto con benzene liquido).
Perché dunque?
A causa di un mio difetto molecolare, gli atomi del mio corpo tendono ad unirsi con quelli dell'ambiente circostante, generando in me forme mostruose che sono l'unione della mia massa con quella dei vestiti, poltrone, muri, moscerini e pulviscolo atmosferico. La soluzione naturale sarebbe quella di bastare completamente a se stessi, facendo a meno perfino delle funzioni corporee, ma nell'impossibilità tecnica di adoperarsi in tal senso ci sono due strade possibili. La prima è quella di ungere l'intero corpo ogni giorno alle cinque del mattino con bile di giovani condor; la seconda è quella di fare ricorso a innesti e colture molecolari appena la situazione diventa insostenibile, che è la strada da me intrapresa. Infatti i giovani condor sono molto rari qui in Lombardia e importarli dalla cordigliera costa un occhio della testa. Potrei vendere i bulbi già in mio possesso, ma prima o poi mi ritroverei col culo per terra, come tra l'altro spesso accade quando bevo troppo. Purtroppo, però, non sempre faccio in tempo a rimediare in tempo, così mi ritrovo ad arrancare lontano da casa innumerevoli chilometri, costretto ad addossarmi la responsabilità di fotosintesi clorofilliane in atto, processi di combustione della benzina, crisi nevrotiche di giovani impiegati senza tempo libero, attriti brucianti di pneumatici sull'asfalto, rivestimenti in ottone o cromo, possibilità di aprirsi in cassetti o di comportarsi come un martello pneumatico.
Tornando al frigorifero, nel freezer superiore sono conservate scintille, fiamme, fuochi fatui e altre forme di fuoco, tutte perfettamente congelate. Questi li conservo per puro piacere, e un po' perché mi piace correre il rischio di mandare a fuoco la casa nel caso dovesse mancare la luce per più di mezz'ora.
Stamattina mi sono svegliato con la testa che aveva assunto la consistenza del cuscino e del cuscino non c'era più traccia. Un po' meglio di tre mesi fa, quando mi son trovato fatto di materasso. Ho sostituito il tessuto tessile con quello cutaneo, ho apportato i necessari innesti oculari, nasali e tutto il resto, quindo sono tornato in condizione normale.
Sono entrato in ufficio con tre ore di ritardo perché ho fatto visita alla scuola elementare dove andavo da piccolo. I maestri sono cambiati tutti. E' rimasto un bidello che mi ha scambiato per un altro mio ex compagno perché stamattina ho in faccia i suoi occhi e il suo naso. Sono rimasto in ascolto di una lezione e mi sono reso conto di come cambiano i tempi a seconda della consapevolezza della propria forza di volontà.
"Tanti tanti anni fa non c'era l'informazione di massa. Esistevano numerosi borghi sperduti dove nessuno sapeva di quello che succedeva a migliaia di chilometri di distanza. Ciascuno conosceva la propria casa, il luogo dove lavorava e le persone che poteva vedere tutti i giorni. Oggi invece, tanto per fare un esempio, siamo tutti al corrente di quello che succede in Iraq, o delle sofferenze di fame in Sudan o del disastro ecologico in Amazzonia, e alcuni di noi si sentono indotti a mobilitarsi per fare qualcosa. Ma ancora non sappiamo cosa succede a milioni di anni luce dal nostro pianeta. Forse gli interessi di pace tra le nostre care potenze mondiali sono più importanti degli interessi alimentari reciproci tra creature appartenenti a pianeti diversi? Cari bambini, non lo sapremo mai, io perché non vivrò abbastanza per scoprirlo, voi perchè sarete tutti lobotomizzati".
La classe è scoppiata nel pianto, ho sentito chiaramente gli alunni che gettavano a terra banchi e rompevano i vetri con le sedie per la rabbia. La maestrina, una ragazza alta appena 13 cm, è uscita fiera dall'aula ed è sparita nella tromba delle scale. Ecco, queste sono le elementari del 2004.



10 maggio 2004

L'incombenza di bastare a se stessi [1]

Mi svegliai. Appena aprii gli occhi avvertii l'ennesimo terrore, lo stesso da oltre vent'anni, il momento del mio parto vissuto ogni mattina nel mio letto. La visione del conosciuto soffitto bianco mi riportò alla normalità terrena carnale inquinata rumorosa della mia quotidianeità. Il soffitto è la prima cosa che vedo al risveglio, e per tutta la giornata lo considero mia madre. Quando sono addolorato, depresso o bisognoso di una mammella, prendo la scala e salgo verso di esso, vi appoggio la guancia oppure lecco il braccio freddo del lampadario e sto subito meglio.
In bocca avevo la mucosa notturna di birre doppio malto, le vampe congelate del Bonarda e la gola arata dall' hashish. Dovetti faticare non poco (abbastanza) per allontanarmi dal letto. Il pavimento si stagliava 35 km più sotto, tra me e il quale c'era il vuoto di un'atmosfera perfettamente limpida, tale che le mattonelle risultavano distinguibili da quella distanza. Mi buttai giù dal letto precipitando in posizione eretta. Per 35 km di caduta riuscii a mantenere una velocità sostenuta convincendomi di essere un ombrello aperto. A venti metri dal pavimento ero già diventato un cuscino. Quando la mia base rettangolare toccò il pavimento ero proprio un mattoncino lego, lo stesso usato per i merli sul castello del cavaliere nero.
Un mattoncino lego con funzione coercitiva di merlo cosa può fare una volta per terra? Niente. Aspettare di essere raccolto e gettato nello scatolone insieme agli altri pezzi. Mia madre entrò in camera pochi minuti dopo dalla distanza di milleduecento km. Lo spostamento della porta causò lo sconvolgimento dello strato di atomi più superficiali, che si sollevarono di alcuni km per poi dare inizio al lento atterraggio. La sua voce fece tremare le orge di molecole delle mattonelle. La sua ombra mi avvolse nell'oscurità. Fui trascinato verso l'alto alla velocià di 17 km al secondo e altrettanto velocemente fui scaraventato nello scatolone delle costruzioni. In pochi secondi mi ricomposi.
Con l'affettata compostezza di un uomo lego technic uscii dalla camera, aprii la porta del bagno sbattendomela in faccia per un errato calcolo della distanza minima. Non urlai perché avevo la pila scarica, ma mi rovesciai a terra in cinquecentotrentadue componenti danesi, ventinove dei quali composti da altri componenti più piccoli, con chilometriche onde d'urto che sconvolgevano di terremoti i minuscoli universi batterici tra una mattonella e l'altra e nella stretta striscia alta cinquecento metri sotto la scarpiera.
Il lampo del colore di un dentifricio a tua scelta fu istantaneo.
Mi sorpassai, risolsi il mio sistema integrato di equazioni, giudicai con occhio di castoro il risultato di una diga resistita una vita. A quattro metri e mezzo dal mio corpo potevo vedermi nella parte a me destinata sul palco, lontano dal corpo, ma non abbastanza da non sentirne l'odore. La canna del fucile appoggiato al cesto dei vestiti da lavare attraversava da parte a parte il mio ectoplasma. Disegnai nell'aria l'idea mentale di indicare il mio corpo, che piegato sul water vomitava Cappuccetto Rosso mentre il cacciatore teneva la testa.



04 maggio 2004

Non so

Ogni giorno sono costretto dai miei parenti a recarmi a lavoro, muovendomi a velocità che da quando ho smesso di mangiare l'Orzo Bimbo non posso più raggiungere. Almeno cento km orari, in treno o in auto. Ogni volta che salgo in auto mi sento cagare addosso come quando scendo nel freddino della cantina: costretto a controllare un congegno che va oltre la velocità che la natura mi ha consentito. In aereo ce ne stiamo a migliaia di metri dal suolo e nessuno protesta.
Queste altezze e velocità mi fanno ridere a crepapelle se penso che il sole se ne sta andando con tutto il sistema solare verso la costellazione di Ercole alla velocità di ben 17 km al secondo. E nessuno protesta, tutti impegnati nel loro produci, consuma, crepa; scopare, luna park, biblioteca; piscina, polleria, whiskeria; ingegneria, accademia, alberghiero; uncinetto, settimana enigmistica, pallottoliere; lavare, stirare, cucinare; dormire, poltrire, fumare; drogarsi, grattarsi, studiare; giocare, guidare, insultare; e poi?
Ma forse quella velocità è idonea ad un corpo di tale massa, immerso in misure a noi inconcepibili. Allora perché, noi che viviamo nelle mani dell'inerzia, intrappolati nella nuda velocità di pochi km orari, dobbiamo rischiare muovendoci a 17 km al secondo? Forse che anche la Terra, come l'automobile e l'aereo, è stata creata da mio padre per garantire il raggiungimento della costellazione di Ercole in tempi decenti, dandoci il privilegio di non pensarci muovendoci da un luogo all'altro sul pianeta con l'illusione di andare veramente veloci?
Per risalire al vero contesto dell'uomo, quello in cui un'unica voce uscente dall'umanità direbbe "qui sto a mio agio", dovremmo eliminarci il pianeta Terra dai piedi. Immaginiamo se improvvisamente la Terra si impigliasse in un campo magnetico esterno, sfuggito ai rigorosi calcoli gravitazionali. Il pianeta arresterebbe la sua corsa, e tutto quello che ci sta sopra (uomini, case, piante, petroliere, bottiglie vuote, passeri storpi, atmosfera) sfuggirebbe via, continuerebbe ad avanzare nello spazio a 17 km al secondo. Per vivere in quelle condizioni basterebbe non respirare.



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