T o x i d r o m e
pattume non riciclabile   


29 febbraio 2004

Fotogramma [3]

l'estate scorsa circa a metà luglio mi sono svegliato in piena notte imbevuto nel  sudore di persone qualunque le lenzuola bagnate ma non di sudore avevo un formicolìo su tutto il corpo o almeno mi pareva tutto mi sono alzato dal letto sono andato in bagno a guardarmi allo specchio ho visto una scia di formiche che da terra saliva su per la gamba sinistra continuava sull'addome il torace arrivava al collo sulla bocca e si infilava nel naso e un'altra scia parallela che dal naso faceva la strada inversa e continuava per terra ebbene quelle formiche avevo trovato una fonte inesauribile di cibo ed era l'interno del mio naso.

mi vestii velocemente scesi la scala a pioli che dalla soffitta della stalla mi porta al piano terra munito di vanga e guantoni andai al vecchio cimitero di Spoon River scelsi una tomba presi a scavare scava scava si aprì un varco nel suolo vidi una luce fioca gialla una scalinata angusta irregolare mi infilai nel buco scesi per la scala finchè non arrivai a una bettola frequentata dalla società bene del mio villaggio lì incontrai il ginecologo della mia futura figlia mi feci controllare dal ginecologo mi disse che dovrò farmi asportare il pene perché il mio pene è un difetto sì ho scritto bene il ginecologo mi ha detto che il mio pene è un problema per me e per chi mi sta vicino mi ha pure detto che forse rappresenta un tumore consenziente dotato di coscienza soprannaturale allora dopo qualche tempo mi sono fatto asportare il pene adesso non ho più organi riproduttivi né di secrezione qualche tempo dopo in una fredda topaia di Stoccolma mi hanno asportato la vescica perchè decisero di impiantarmi un sistema di secrezione delle urine tramite i pori piliferi e le ghiandole sudoripare quindi puzzo un po' ma la mia salute è assicurata tutt'oggi la vescica che mi hanno asportato è utilizzata da una signora per bene per tenerci dentro i francesini il pane arabo e una scatola da mezzo di latte scremato quando va a fare la spesa.



29 febbraio 2004

Fotogramma [2]

non capisco come facciate a bere tutto quel caffè drogati che non siete altro "ho assolutamente bisogno di un caffè" è la frase che sento più spesso qua dentro dopo "che cazzo significa questo?" cosa prova un essere umano quando ha veramente bisogno di un caffè? lo chiedo a voi, perché è una sensazione a me sconosciuta quando ne ho bevuto un po' è stato per vedere che effetto avrebbe avuto sulla mia psiche pensavo di sentirmi più subordinato al mio capo o meglio inquadrato nella figura del colletto bianco tossico che si accontenta di piccoli piaceri quotidiani come una sosta a un distributore automatico o una sega nel bagno invece mi sono trovato stranamente più stitico di prima e non ho fatto altro che scorreggiare tutto il tempo in cui ho tenuto dentro il subbuglio intestinale se a casa mia rifacciamo i muri del bagno berrò un litro di caffè all'alba senza zucchero e molto concentrato talmente denso che sembrerà viscoso cemento nero liquido liquame di fogna nel mio corpo l'apparato digestivo dovrà cessare del tutto di vivere ma la mattina per me è devastante sono proprio fuori non avete idea di quanto sia fuori fino a mezzogiorno quasi sempre mi viene da petare anche senza bere il caffè è molto divertente perché può trasformarsi in un gioco molto carino a cui però gli altri si vergognano di partecipare in pratica, appena due o tre nuvolette di gas stentano a scappare fuori mi alzo e vado dietro le spalle di qualcuno seduto alla sua scrivania senza farmi notare ovviamente a quel punto aspetto alcuni secondi per radunare tutte le nuvolette e innaffiarle in aria in una sola bolla senza far rumore poi mi allontano e resto a guardare la reazione la fronte del collega si stropiccia tutta gli occhi roteano nervosamente gli angoli della bocca si piegano verso il basso il danno è fatto ha perso la concentrazione ha la nausea nei casi peggiori si alza dalla sedia e si fa un giro il fatto è che non lo dice a nessuno perché sa che la prima gallina a cantare è quella che ha fatto l'uovo ho anche imparato a scorreggiare con o senza boato scorreggio rumorosamente quando mi trovo ai concerti o mentre sfreccia il treno in stazione o quando sono in macchina da solo è bello perché il culo vibra tutto e in prossimità dell'ano avverto un calore umido che nemmeno le inculate del sabato notte riescono a regalarmi ma vi ho raccontato di quella volta sulla bicicletta? andavo in terza media mi pare o in prima superiore quando stavo nella scuola vicino al paese pedalavo verso la scuola quando mi venne da scoreggiare niente di particolarmente esaltante però sarebbe stata una bella sensazione di prima mattina liberatoria (è bello perché quando scorreggi la pancia si sgonfia un po' e il gas mancante causa un piacevole principio di nausea che tende alla stabilità intestinale) non voleva uscire da sola così mi sforzai e sforza sforza finii per scoreggiare cacandomi addosso mi scese giù per le gambe e la schiacciai sul sellino ritornai velocemente a casa mi lavai e riuscii a perdere un giorno di scuola nella giustificazione ci avrei scritto volentieri di essermi fatto la cacca addosso ma la prof della prima ora (sì, era la prima superiore) una strippata con i genitori per l'assistenza ai figli difficili avrebbe fatto di tutto per far finanziare alla scuola una confezione settimanale di pannolini solo per me e i genitori dal culo largo e il naso sempre rosso avrebbero scassato dicendo che le tasse per i pannolini non le avrebbe mai pagate soprattutto a un merdoso figlio di terroni sono sicuro però che la prof alla fine ci avrebbe smenato di tasca sua pur di far contenti tutti e considerata la sua generosità con le questioni fisico-esistenziali degli alunni e allora il problema sta nel fatto che già dieci anni fa uno non poteva scrivere quello che voleva che ti tappavano la bocca con un pannolino forse in Italia preferiranno liberalizzare fucili e pistole invece della marijuana quindi adesso non ci rimane che cacarci addosso come si deve perché quello che accadrà nel mondo entro 5 o 6 anni sarà talmente orrendo che che che



26 febbraio 2004

Mai contraddire il tuo capo

Qualche volta, dove lavoro io, la qualità è la capacità di far durare le Grandi Stronzate il più a lungo possibile.
Oggi, ad una riunione, tra gli altri c'eravamo io e il mio capo. Oggetto della riunione una particolare attività da iniziare, ovvero una rigogliosa sorgente di danaro. Danaro. DANARO.
A un certo punto il mio capo se ne esce con una Grande Stronzata. Gli altri non si erano accorti della gravità di ciò che aveva detto.
Io gli faccio notare che è una Grande Stronzata attraverso un'obiezione che cerca di spostare la discussione su un punto di vista più logico e rispettoso nei confronti dell'intelligenza umana, mantenendo intatta la sua reputazione (la sua del capo, e dell'intelligenza, anche). Insiste. I secondi passano veloci. Tutti si rendono conto che è una Grande Stronzata. Cercano di interferire per interromperlo, lui cerca di finire il discorso, cioè deve condire la Grande Stronzata con dettagli insignificanti, autolesionisti, con Grandi Stronzate Minori. Ci riesce.
La riunione finisce, ci congediamo a vicenda.
Usciamo dall'ufficio, dal palazzo, fuori, per andare a mangiare. Siamo sul marciapiede. Il capo urla, mi fa il cazziatone perché, dice, non mi devo mai permettere di contraddire una sua affermazione. Mi afferra. Con un braccio mi tiene per i fianchi, con l'altro mi slaccia la cinghia, mi cala le braghe, le mutande, e mi sculaccia. Più e più volte, davanti ai passanti. Un signorotto mezzo calvo in cravatta che sculaccia lo straccione che gli ha rubato tutti i capelli.
Io serio, impassibile, non reagisco. Non perché abbia paura di un peggioramento delle sue reazioni, o perché è il mio capo e io trovo giusta e corretta la sua vendetta, ma semplicemente per vedere fin dove riesce ad arrivare.
"Quante"-sculacciata-"Volte"-sculacciata-"Ti devo"-sculacciata-"Ripetere"-sculacciata, qui l'ha data davvero forte, poi dice tutto d'un fiato: "che devi sempre tenere la bocca chiusa!"- mitragliata finale di sculacciate. Mi getta a terra come un fuscello e lascia che mi metta a posto. Non una lacrima ho versato. Ho provato solo un po' di vergogna per essermi trovato in piena piazza Cordusio sotto gli occhi di decine di persone per bene.
Ora, io rientro nella categoria dei Poveri Stronzi, che è una particolare specie di lavoratori, quella più in basso nella gerarchia sociale insieme agli stagisti, con la differenza che io ho uno stipendio fisso, da spendere tutto in spostamenti coi mezzi pubblici e benzina.
Ebbene. A pranzo andiamo a mangiare con due colleghe di un altro reparto, che lui conosceva, ma io no. Il capo mi presenta a loro come un fottuto "analista finanziario", al che sono esploso a ridere. Con calma spiego alle signorine cosa sono io in realtà.
Gli occhi del capo assumono lo stesso colore torbido del cielo estivo all'inizio di un temporale, si possono vedere le nubi transitare veloci da una palpebra all'altra.
Mi alzo e mi calo le braghe prima che lo facesse lui, esponendogli il culo malmesso proprio in faccia.
Le signorine strillano come pneumatici stridenti. Il capo resta immobile, con le nubi negli occhi e tutto il resto. Appena vedo anche alcune saette, seguite da un forte brontolìo di stomaco, ho preferito allontanarmi dal suo tavolo. Anzi dal locale, un po' sconvolto per l'accaduto (il bar Magenta, per chi lo conoscesse).
Con me escono le due signorine, tenendosi a debita distanza. Le seguo fin nel palazzo dove lavorano. Entriamo tutte e tre insieme in ascensore. Una di loro lo blocca e ci mettiamo a fare una cosa.



26 febbraio 2004

Porco Diavolo

Il frastuono cittadino non mi sta simpatico. Non mi piace quel suo modo cazzaro e maleducato di svegliarmi. Più di tutto devo sopportare l'alto numero di decibel, per non parlare delle vecchiette che dal tram mi alzano il dito medio.
Ci si perde, nel frastuono, ci si perde, ecco a cosa serve, a perdersi.
La sera torno a casa con la sensazione che manca qualcosa, anzi no, che sto sbagliando qualcosa, come se dovessi recarmi a dormire all'ufficio oggetti smarriti.
Il frastuono serve ad annientare la volontà, minando la consapevolezza tramite stordimento. Poi vado al gabinetto e quando alzo la tavoletta di cioccolato ne esce uno stormo di cacatua inferociti con Pecoraro Scanio.
Allora ho modificato la sudicia manopola del volume del mio lettore cd portatile. Adesso posso aumentare il volume fino all'infinito, cioè fino al punto in cui tollerano le cuffie. Le cuffie tollerano molto meno dei timpani. Un becco bunsen tollera molto meno di una cuffia. Provo a schiantarmi contro la vetrina di Gucci con un auto che emana 900 decibel a pistone; milioni di tecnici cercheanno di capire se la vetrina si sarà spaccata per l'impatto fisico o quello acustico. Tanto li paga mio padre che è l'avvocato per le cause ambientali degli eschimesi.
Insomma, uso il volume alto per coprire il frastuono cittadino mentre sono per strada, e funziona benissimo.
Ogni anno perdo il 10% dell'udito rispetto a quello che mi è rimasto. Quindi non lo perderò mai del tutto. Ogni anno la percentuale sarà sempre la stessa ma esprimerà un valore assoluto sempre minore perché è minore l'udito totale ogni anno.
Inoltre la diminuzione non è graduale durante l'arco dell'anno, ma scatta improvvisamente al nascere del 1 gennaio del nuovo anno.
Quando avevo 100, mi è rimasto 900. Poi mi è rimasto 810. Poi 729...
Stamattina ero nel vagone del metro, in piedi di fronte alla porta d'uscita, con le cuffie e i Soundgarden a volume sulla soglia di tolleranza. Sulla destra c'era una signora che mi guardava la tempia. La tempia non riusciva a ricambiare, perciò ha mandato impulso-richiesta all'occhio destro. L'occhio destro non riusciva a spostarsi sulla tempia, perciò ha mandato impulso-richiesta alla colonna vertebrale.
Mi sono voltato e ho visto questa signora sui cinquanta tuffata in una teglia di pelliccia, che mi fissava con aria spavalda. Aveva la faccia a punto interrogativo: uno sguardo delirante e mostruoso.
Ritorno a fissare lobotomizzato la porta. Sento un tocco alla spalla destra. Mi volto, è ancora la signora che mi guarda. Cerco di leggere ciò che dice perché non la sento: "e-e e-e-e ?" Il punto interrogativo è la sua faccia.
Quando ho la musica in cuffia e guardo la gente parlare credo davvero che stiano dicendo ciò che dice il cantante, e con la stessa voce. Funzionerebbe meglio con il rap e l'hip hop, ma a me i rappers e la loro musica fanno cagare oltre misura, li manderei tutti a disinnescare mine antiuomo finte. Naturalmente gli direi che son vere, così si impegnano fino in fondo e intanto si cagano addosso. A fine lavoro, dopo che le hanno disinnescate tutte per 3 dollari l'una, ed hanno l'ego infuocato con fiamme che arrivano sulla cima dell'Olimpo, gli dimostrerei che erano finte. Chi di spada ferisce di spada perisce.
Insomma alla fine tolgo le cuffie e in quel momento si apre la porta. La signora mi spinge di lato con violenza proferendo "vaffancuò!", sì, nella foga di scendere e stare attenta a non incastrare il piede nella fessura tra la porta e il marciapiede mi urla "vaffancuò!".
Ma dico, non si vede che avevo la musica in cuffia? Oppure ho la faccia di uno che sa leggere il labiale?
Alla fine mi si potrebbe anche obiettare, uno per volta intendo, che farei prima ad usare dei semplici tappi, coprirei il frastuono cittadino e non danneggerei i timpani che Signore Nostro Iddio mi ha donato perché mi vuole molto bene.
Ebbene, io non posso mettere i tappi alle orecchie. A parte che mi fa lo stesso effetto di nuotare a ottanta atmosfere, il colore dei bulbi oculari da bianco diventerebbe rosso granata, nel giro di un'ora diventa dello stesso colore tutta la faccia; perderei tutti i capelli, infine salterei in aria.
Oggi al ritorno ascolterò un disco Live dei Police. Devo dire che per alcune canzoni i Police avevano più tiro sugli album in studio. Per esempio, Message In A Bottle ha un suono più spesso in studio, forse perché registrata con la sovrapposizione di due chitarre, invece dal vivo fa un po' scaghettare.
Oggi, mentre andavo in ufficio, ho guardato un tram di passaggio. C'erano un vecchietto e due vecchiette. Le vecchiette si sono prodigate a sghignazzarmi in faccia alzandomi il dito medio come al solito, il vecchietto si è affacciato dal finestrino per sputarmi addosso, ma non ci è riuscito, anzi, la sua saliva colava mesta sul lato esterno del finestrino.



25 febbraio 2004

Genoveffa

Questa mattina era una bella mattina. Sole, tanto azzurro, tanto. Qualche nuvola per rendere più sbarazzina l'imponente opera. Mi ero lavato i capelli ieri sera per cui stamane faceva un certo effetto sentirmeli luccicare e volare nell'aria. Stavo bene, mi sentivo leggero, come se avessi l'assorbente fresco.
Poi il cielo si è lentamente rannuvolato, gli aerei hanno rombato senza farsi vedere, eppure è una bella mattina ugualmente.
E' quasi ora di pranzo. La mia cara collega ha già effettuato la fellatio a me e al vecchietto che consegna i boccioni dell'acqua e si porta via quelli vuoti.
Non ci sono urgenze, il lavoro procede tranquillo e arriverò totalmente rilassato a conclusione giornata e con il torace bello caldo per affrontare di petto il freddo pungente di Milano.
In treno si è seduta davanti a me una ragazza spaventosa, sembrava uno dei fratelli Ramone. Aveva un frangettone nero che le copriva la fronte e le sopracciglia. Quando nel vagone è entrato il sole si è messa un paio di occhiali con nere lenti gigantesche a mandorla, simili agli occhi degli alieni, quelli grigi con la testa sproporzionata e che dicono sempre "Ubba Ubba".
Sembrava una via di mezzo tra uno dei fratelli Ramone e Sandra Mondaini.
Stavo per riderle in faccia. Ogni volta che mi viene da ridere per colpa dell'aspetto volutamente comico di una persona, penso a un episodio delle scuole medie apposta per evitare di ridere.
C'era una mia compagna di classe, che qui chiamo Genoveffa, giudicata estremamente roito da compagni, compagne, insegnanti e genitori degli altri compagni. Gli insegnanti spettegolavano spesso al ricevimento parenti con i genitori degli alunni riguardo alla sua bruttezza, e spesso si lasciavano scappare qualche parola in presenza dei genitori di lei, giusto per vedere se ne fossero al corrente.
Genoveffa mi veniva dietro.
L'episodio che ricordo e che mi fa passare la voglia di ridere si è ripetuto più volte.
Durante l'ora di educazione musicale  io e lei venivamo abbinati per suonare dei duetti. Io alla pianola a fiato, lei al flauto.
Era molto brava, e quando eseguivo correttamente un brano mi guardava orgogliosa e sorridente.
Smisi di eseguire correttamente i brani.
All'inizio era irritata perché non riusciva a far notare la sua bravura sopra il modo di suonare volutamente dissontante (sono stato uno degli artefici del noise italiano in ambito classico). Poi capì che lo facevo per dimostrarle la mia repellenza nei suoi confronti. Le cambiarono compagno di duetto. Con il passare dei giorni perse l'orecchio musicale e la voglia di vivere.
Una mattina, mentre l'insegnante di storia ci parlava di Annibale, Genoveffa si alzò e si diresse verso il calorifero. L'insegnante le ordinò di tornare a sedersi. Genoveffa mi lanciò un utlimo sguardo di addio e si fece risucchiare dal rubinetto del calorifero.
Oggi mi è rimasto un grande senso di colpa.
Ero piccolo, reagivo d'istinto senza considerare le conseguenze.
Nelle notti invernali mi sveglio improvvisamente e odo la sua voce che canta melodie amorose, intervallata da lunghi e virtuosi soli di flauti. E' davvero bello. La sentono anche i miei genitori.
Dopo una, due ore... mi rompo i coglioni di sentirla. Spengo la caldaia e tutto torna normale.
Vorrei concludere con un grande insegnamento morale, che possa tornare utile alle genti. Forse non ho niente da insegnare, e a furia di lavorare sto disimparando a camminare coi piedi sollevati da terra.
Sì, vaffanculo.



24 febbraio 2004

Il cazzo sulla spalla

Dopo aver controllato la posta aziendale, passo a chiamare i colleghi negli altri uffici e ci raduniano nell'ufficio del capo. Dire 'capo', però, è alienante. Sembra di inquadrarlo in un mondo, non dico sopra gli altri, ma completamente estraneo al mio o al nostro.
Il capo è una persona normale, come me, come noi, fa tutte quelle cose che fanno gli esseri umani, ha segreti, ha dell'umorismo, si immedesima con discreto successo nella parte che deve recitare a lavoro, mangia, ogni tanto si chiude a chiave in bagno. Cose così, di ordinaria amministrazione.
Dicevo, vado nell'ufficio del capo e mi posiziono alle sue spalle.
Sta guardando un foglio excel contenente una lista di titoli la cui duration media del fondo calcolata automaticamente da alcune procedure di borsa non corrisponde a al valore di duration media calcolata a mano.
"Sì?", dice distrattamente.
Apro la cerniera dei pantaloni e gli appoggio il pene sulla spalla sinistra.
"Cosa c'è?", aggiunge.
Volge la testa al corpo estraneo sulla sua spalla.
Vola via dalla sedia vincendo le rigide leggi di gravità. Io e i miei colleghi ci mettiamo a ridere.
Questo è uno scherzo che ci facciamo spesso tra colleghi e ogni volta ci divertiamo molto. Con che coraggio il capo andrà da sua moglie e le racconterà che oggi gli ho messo il cazzo sulla spalla?



24 febbraio 2004

Il risiko in ufficio

Poc'anzi sono reinufficizzato dopo aver terminato con successo la pausa pranzo. Il capo stava mettendo ordine nell'armadietto dove teniamo i prodotti di cancelleria. L'armadietto si trova nel corridoio principale. Stava facendo così tanto baccano che non mi ha sentito aprire la porta.
Mi sono avvicinato alla testa e gli ho urlato "Serve aiuto?"
E' trasalito in un modo molto comico a vedersi, come quei tizi che vengono sorpresi in solitudine mentre succhiano con la bocca il gorgo di una vasca da bagno.
Mentre voltava la testa verso di me gli è caduto addosso il sacchettino delle armate Risiko, anche il resto della scatola ha fatto la stessa fine.
Ora per terra c'è un lago di armate, la mappa spiegata e il manuale stropicciato.
Tutto questo è successo in meno di un secondo.
Nel rispetto delle regole vigenti nella nostra azienda, ho ordinato le armate per colore e riposto tutto nella scatola.



23 febbraio 2004

I draghetti azzurri

A Milano piove.
Settimana scorsa è caduta la neve gialla, neve mescolata alla sabbia dei deserti. Alcuni signori del mio villaggio, nati nel periodo cretaceo, hanno raccontato che quando ai loro tempi cadeva la neve gialla, tutte le donne dai diciotto ai sessantanni si ritrovavano gravide. All'inizio del primo ciclo lunare dopo sette mesi di gravidanza, partorivano un draghetto azzurro.
E' molto bello da vedersi un draghetto azzurro, anche se al momento del parto sembra un'aberrante palla di carne stropicciata e unta di placenta, ed è facile confondere il cordone ombelicale con la coda.
Con il passare dei giorni il draghetto azzurro assume fattezze più dolci e la tenerezza che infonde spinge la mamma a prendersi cura di lui. Le sue limitate dimensioni permettono di tenerlo in braccio e di fargli usare la cassetta del gatto, animale con cui peraltro va molto d'accordo.
Il draghetto azzurro muore alla fine del ciclo lunare in cui è nato e per tutta la vita resta in silenzio.
Non ci è dato sapere quali sono i reali effetti della sua esistenza nella natura. Alcune enciclopedie statunitensi e canadesi e perfino alcuni liberi pensatori vaticani un po' più a sinistra del Papa, mettono sullo stesso piano di importanza i draghetti azzurri, i piccioni e i cani da salotto del Galles, addestrati a farsi contemplare mentre si fuma la pipa in vestaglia.
Presso l'antico popolo degli Hunglekibur, appartenente al ceppo celtico, i draghetti azzurri venivano chiamati Liliariàtidi, che Dante Alighieri, nella sua raccolta di appunti trasversali da lui intitolata "Quando non si ha niente da fare", tradusse semplicemente come "draghetto lunare".
In antichità e fino a mercoledì scorso, infatti, si pensava che la neve gialla fosse un vento di sperma proveniente dalla Luna, rilasciato dalla Luna stessa in determinati periodi dell'inverno. Secondo alcuni signori in tutto il mondo, quasi tutti con la camicia dentro i pantaloni, gli antichi abitanti della luna (stiamo parlando di miliardi di anni fa) costruirono complessi meccanismi di conservazione e rilascio del proprio sperma, in vista di un armageddon locale che ne avrebbe portato la specie alla scomparsa (come poi è successo). Di tanto in tanto questo sperma viene rilasciato dalla Luna nello spazio e casualmente arriva sulla Terra.
Gli stessi signori dicono che il rilascio coincide con le polluzioni notturne degli esseri umani maschi, che anche se questi non ne parlano mai e raramente ne scrivono in diari, avvengono tutte nella stessa notte (la neve gialla, infatti, comincia a cadere un po' prima dell'alba, sempre).
Sempre secondo gli Unglekibur, i draghetti azzurri diventeranno utili all'umanità quando l'Uomo avrà attraversato l'attuale fase evolutiva, denominata "Presunzione Bambagia", sviluppando quelle facoltà che permetteranno di ricevere i messaggi che i draghetti azzurri tentano invano di comunicarci.
Comunque la Nutella non esisterà già da un pezzo.



21 febbraio 2004

Lettura cubetti di ghiaccio

Stamattina presto, quando mi sono svegliato, mi sono reso conto che per pochi secondi non mi sono svegliato tardi. Per osannare quel momento così al limite della sua essenza, mi sono alzato e ho lanciato una cassa dello stereo contro il vetro della finestra, con un risultato così ovvio che non mi va nemmeno di scriverlo in brutta copia o nella scaletta. Se mi interroga qualcuno lo dico a voce come espansione del testo.
Il participio passato porta sfiga, viva il presente.
Penso ai miei colleghi in ufficio, impegnati nei loro insulsi affari quotidiani, ed io che non sono da meno. Chissà se qualcuno è in ufficio di sabato mattina.
Telefono.
"Pronto?"
E' il capo!
"Ciao"
"Ah, ciao"
Inizia una pausa di silenzio. Appoggio la cornetta sul tavolo. Torno dopo mezz'ora e riprendo la cornetta. Silenzio.
"Tutto bene?", chiedo.
"Sì, e a te?", è sempre il capo.
"Sto bene, ma sono perplesso. Devi sapere che il mio testicolo sinistro è notevolmente più piccolo di quello destro. E' evidente, sarà almeno grande la metà. Questo perché da piccolo avevo un testicolo ritenuto, appunto il sinistro. Mi hanno operato che avevo cinque anni e me l'hanno fatto scendere nello scroto. Col tempo il testicolo destro è cresciuto, mentre quello sinistro è rimasto uguale. Le funzioni dell'apparato sono perfette, ma non capisco se lo sperma prodotto provenga solo da quello destro o da entrambi, o se addirittura sia quello sinistro, il brutto anatraccolo, a produrre sperma al posto di quello possente e pesante quale il destro. Tu che opinione hai?"
Click.
Metto giù anche io, senza pensare a niente di particolare. Come se fossi l'espressione della ram memory.
Apro la mia valigia in titanio rivestita in placenta di facocero essiccata, ottima perché impedisce agli strumenti di controllo degli aereoporti di individuare eventuali bombe all'interno. Vi ripongo una bottiglia di gin, una bottiglia di southern & comfort, una bottiglia di martini, una bottiglia di campari, una bottiglia di lemon soda, uno scatolino con dei cubetti di ghiaccio, un bicchiere, un cucchiaino lungo. Chiudo la valigia.
Mi vesto. Pantaloni aderenti in pelle nerissima e camicia candida e bianchissima e perfettamente stirata, con gemelli ai polsi. Prendo la giacca e vado.
Suono il campanello a casa del signor Stefano Rabellino.
"Buongiorno signore..."
"A lei"
"Sono qui per promuovere la mia immagine"
"Posso sapere perché?"
"No"
"Entri pure"
La casa è enorme, ricca di suppellettili, mensole e soprammobili. Ciò che mi stupisce di più è la totale assenza di angoli acuti o retti tra le pareti, il soffitto e il pavimento. Tutti gli angoli sono ottusi. Chiedo al signor Rabellino come fa a restare tutto in piedi con la sola presenza degli angoli ottusi.
"Quali angoli ottusi?"
Lo guardo un attimo negli occhi e me ne vado via.
Suono il campanello a casa della signora Patrizia Casati.
Mi apre un signore piramidale e barbuto vestito da cuoco.
"Salve, è in casa la signora Patrizia Casati?", chiedo
"Sono io la signora Casati", dice lui.
"Allora prego", gli dico, "entri pure che la seguo"
La sua casa è modesta, poche mensole, qualche ninnolo, qualche quadro. Andiamo in cucina. Mi siedo al tavolo.
"Vuole qualcosa da mangiare?", chiede il signor Patrizia Casati.
"Sì, grazie"
Apre il frigo, prende qualcosa e lo chiude subito. Per un attimo mi è sembrato di vedere una mano spuntare dal cassetto della frutta.
Mentre tiro fuori gli attrezzi dalla mia valigia, il signor Patrizia prepara uno dei suoi manicaretti.
"Come mai è vestito da cuoco?", chiedo.
"Sono il cuoco"
"Perché mi ha fatto entrare?"
"Perché mi sento solo"
Patrizia mette sul tavolo due piatti di pile alcaline da 1.5V, e un'insalatiera con dentro viti e bulloni.
Mentre Patrizia sbuccia le pile, mi chiede se mi sono presentato per un motivo particolare.
"Sì, studio i cubetti di ghiaccio nei cocktail"
"A che pro?"
"Per garantire ai miei clienti o assicurare i potenziali tali che il futuro è nelle loro mani".
"Prenda prenda, non si faccia problemi"
Sbuccio le pile.
"Il rivestimento lo metta in quel vasetto lì, è tossico e non va buttato insieme al resto".
"Come si mangiano?"
"Deve staccare la cappellina del polo positivo e succhiarle.
Piuttosto mi parli di questo suo studio dei cubetti di ghiaccio"
"Non posso", rispondo, "Mi sono rotto i coglioni di scrivere".



20 febbraio 2004

Il mio amico Elvis

Stamattina presto mi sono svegliato piuttosto tardi.
Mentre fuori era buio e il merlo congelato abbelliva la cippa del lampione di fronte alla mia finestra, mi sono fatto due pizze margherita formato scolaresca e con esse sotto i piedi sono uscito sulla neve candita e fresca dell'alba nascente. Sono andato a trovare Elvis Costello, che non è il vero Elvis Costello, ma un mio amico che per ragioni sconosciute, depositate dal notaio, si chiama come lui.
Cammino nel paese comatoso e osservo i lampioni. Noto che un merlo congelato è posato sulla cima di ciascun lampione. Prendo a calci un lampione. Il merlo cade per terra, sulla neve. Il buco formato mi ricorda per un istante l'infanzia.
Raccolgo il merlo.
Pazzesco, è rigido come un merlo congelato. Lo scaravento contro il muro di una casa e si rompe in tanti minuscoli pezzettini. Se ne sarà accorto? Oppure ogni pezzettino è diventato un merlino congelato? Forse io sono formato da tanti piccoli pezzettini, ciascuno una riproduzione perfetta di me stesso, e via fino all'infinito.

Elvis è nella sua stanza impegnato in un rito vudù. Al buio, con il mappamondo acceso, sta infilando spilloni nel mappamondo.
Lo guardo qualche minuto, rompendomi i coglioni, e decido di tornarmene a casa.
La neve comincia a scendere copiosa.
Strada facendo squilla il cellulare. E' Elvis Costello.
"Ciao Elvis..."
"Scusa per prima, ma ho bisogno di parlarti"
"Dimmi"
"Ho pensato alla mia adolescenza. Mi sono ricordato di quando mi masturbavo guardando Colpo Grosso su Italia7. Lo so che è ridicolo, non dovrei parlare di queste cose..."
"No, continua"
"Ogni volta che incrocio Umberto Smaila... vederlo mi fa tornare in mente i momenti più divertenti della mia vita. Ora per esempio mi è venuta una folle voglia di masturbarmi"
"Non farlo"
"Hai un'alternativa?"
"Ce l'ho".

Scelgo The Burt Bacharach Collection dal paniere musicale e mi rovescio a casa di Elvis.

"Ecco l'alternativa, masturbati con la traccia n.3 del primo cd".
Elvis è di fronte a me, seduto sulla sua poltroncina beige, nella posa in cui mi è sempre piaciuto vederlo nelle foto che mi passa via mail. Lo osservo in piedi per qualche minuto, mentre lo stereo emana Magic Moment cantata da Perry Como. A metà di The Story OF My Life, la canzone successiva, raggiunge l'orgasmo, ma è come se non fosse accaduto nulla. Semplicemente smette di masturbarsi e mi guarda sorridente. Non si manifestano i consueti fenomeni da orgasmo. Ho il dubbio che nemmeno lui se ne sia accorto.
"Ma è sempre così?", chiedo.
"Sì", risponde.
E' amareggiato.
Mi racconta che alla nascita i dottori gli avevano diagnosticato gli orgasmi contati. I dottori non seppero dire quanti con esattezza. Dissero semplicemente che prima o poi sarebbero finiti e i suoi spermatozoi si sarebbero rifiutati di uscire senza una buona scusa.
Lui non lo seppe mai finché i genitori non glielo raccontaraono che era già un uomo, e a loro confermò che era da tempo che non riusciva a raggiungere l'orgasmo. Non si arrabbiò. La prese stoicamente e se ne andò via di casa.
Mi racconta la sua storia senza darsi la pena di chiudere tutta l'attrezzatura. Quando se ne accorge ha un piccolo sussulto sulla poltroncina e sorridendo imbarazzato si rimette a posto.
Restiamo ad ascoltare tutta la compilation di Burt Bacharach e facciamo colazione insieme con le pizze fatte da me qualche ora prima.
Fuori è mattino inoltrato.
Esco da casa sua che nevica ancora. I merli cominciano a scongelarsi e alcuni tentano già di aprire le ali. A lavoro mi staranno aspettando. I colleghi, non i merli. Sono tre giorni che aspettano.
Mi piace camminare nella neve.
Adesso telefono a Giulia che non sento da tre anni e le dico se pensava di invitarmi a cena a casa sua proprio stasera. Se la sua risposta è affermativa, passo a vedere che fine ha fatto il merlo rotto di stamattina, altrimenti no.



19 febbraio 2004

Ho creato 53 account postali solo per me

Non mi piace mangiare la carne con le mani. Mi fa schifo e mi ungo tutto, dalla testa ai piedi. La mangio con la forchetta e il coltello. Se si tratta di costine è ovvio che rimanga parecchia carne da spolpare. Fortunatamente ho un amico a cui passo volentieri tutte le costine che non spolpo io. Le conservo nel freezer e quando arriva gliele metto in un sacchetto. Lui mi guarda col culo scodinzolante.
Nel pomeriggio gli ho masterizzato alcuni dischi per ringraziarlo della carne che non devo buttare. I dischi sono Dirty e Bad Moon Rising dei Sonic Youth, Smell The Magic delle L7, Glee dei Bran Van 3000, Loco Live dei Ramones, Tested dei Bad Religion, Sailing The Seas Of Cheese dei Primus.
Mentre masterizzavo ho giocato con i servizi gratuiti di email.it e ho creato 53 nuovi account postali.
La password usata è "YeahSoNasty" per tutti gli account. Le utenze le ho prelevate dai titoli delle canzoni dei quattro album in studio dei Nirvana. Forse ne ho dimenticata una, non sono stato a controllare se le ho indicate tutte. A volte capitava il messaggio "nome utente già esistente", allora aggiungevo il segno "_" prima del titolo e andava tutto bene.



19 febbraio 2004

Ciao, sono il dottore

Ieri sera sono andato dal dottore senza peli sulle chiappe per esporgli tutti i miei collaudati problemi di salute legati ai piccoli sbalzi nel moto gravitazionale dei pianeti all'interno di questo ripostiglio galattico.
Il suo studio si apre come per magia (ti ricordi Johhny, ed è quasi magia -ti ricordi ti ricordi ti ricordi) alle diciasette e trenta, ma mi presento un'ora prima e trovo già troppe persone depositate sulle sedie, coperte da un lieve strato di muffa e col miele colante dal naso direttamente sulle piastrelle fatte di unghia di alluci di vecchi colombiani anemici.
"Chi è l'ultimo?" chiedo.
I cervelli dei presenti fanno frrrcruchssshh, il rumore del disco hard quando ragione e archivia. In contemporanea gli occhi si illuminano di giallo intermittente come spia segnaletica.
"Tu", risponde lo stronzo con calvino in mano.
Mi metto a ridere forte. Piego le gambe, mi rovescio per terra. Tutte le energie devono essere convogliate al diaframma quello polmonare e all'apparato orale, ragion per cui non posso restarmene in piedi come un dittatore. Rido e rido, tolgo la giacchettina verde e la lancio in alto, mi cade sulla faccia e torno serio. Levo la giacchettina verde dal volto e da sdraiato piroetto gli occhi su tutti e 59 i lati della stanza per lucrare sull'aspetto dei presenti. Mi rialzo in piedi e senza ricevere applausi mi inchino e dichiaro un bis al teatro degli Arcimboldi.
Stronzo con calvino in mano cambia attività, licenzia i suoi neuroni e trasferisce la sua calotta cranica in taiwan, e fa lo stronzo con sony acceso, volume così alto che sentiamo distintamente la grancassa della batteria ritmare la sincopatìa dei riff blacksabbathiani di un gruppo metal moderno che ha solo riscaldato la pastina. Di chi riscalda la pastina, non si deve dire il nome a chi non lo conosce già.

"Salve dottore", saluto il dottore.
"Buonasera", dice il dottore, chiudendo gli occhi.
Il mio dottore, come poche altre persone in questa scatarrata via lattea, chiude gli occhi quando parla a qualcuno, ed espone quella faccia oscena di uno che sta dormendo in piedi monologando su un love affair crotalo-Trussardi.
"Dottore, le sono ricresciuti i capelli sulle chiappe?", chiedo, non tanto per interesse, nemmeno per simulare cortesia, nemmeno per fare il dottore, nemmeno per dislessia.
Si alza. Fa il giro della scrivania e si mette vicino a me. Apre il camice, slaccia la cintura, si cala pantaloni e mutandoni antisdruciolo e si volta. Mai spettacolo fu più rinfrancante di quello. Fu come scoprire che su Marte cresce l'albero della tachipirina e che i primi due marziani furono cacciati perché uno di loro strappò una supposta dall'albero per mettersela in bocca anziché in culo. Su tutta la superficie lattica di quei due boli carnosi crescevano i lunghi capelli che per anni avevo inseguito tra il Portogallo e le Azzorre insieme alla mia ciurma di monciccì, e che solo adesso mi erano cresciuti a cresta di gallo sulla testa di loro spontanea volontà.
"Dottore, ma è sicuro che sia igienico?"
"No"
"Sono fiero di lei, sono felice che le siano ricresciuti i capelli"
"Non ci speravo più. Quando siamo andati io e mia moglie e la mia amante, che forse non te l'ho mai detto sono gemelle siamesi, a cercare il peyote di Estelle nelle grotte messicane, abbiamo trovato un deposito di bibbie scartate per errori di stampa, ci siamo rimasti come tre panettoni di cemento"
"Il peyote di Estelle?"
"Sì. Devi sapere per curare le calvizie al deretano c'è questa nuova cura sponsorizzata da Paola Perego e dice di prelevare il peyote rimasto incastrato nella gola di Estelle, un'anziana signora leggendaria che vive seminascosta da qualche parte sull'altopiano messicano"
"Vive e semina scosta?"
"La scosta è un cereale allo stato brado non ancora selezionato dalle persone che studiano. I messicani mangiano molti piatti a base di quel cereale, e fanno anche la cacca. Ma ti posso assicurare che lei non semina scosta. Vive seminascosta".
"Ma ha detto la stessa cosa"
"Allora te lo scrivo e vediamo se devi sgranocchiare ancora i tarallucci"
Andò alla sua scrivania, strappò un foglietto e scrisse a chiare lettere ciò che voleva dire, e finalmente capii.
Entrò di colpo lo stronzo con calvino in mano per dire al dottore che a uno dei pazienti in attesa gli era andata di traverso la maniglia della porta di ingresso.
"Lasciatelo morire in pace, e vegliate su di lui", disse il dottore, con le braghe calate e i capelli del sedere che spuntavano da sotto il camice, e in mano la penna e il foglietto con scritto il mio messaggio.
Lo stronzo con calvino in mano richiuse la porta.
"Hai per caso un fazzoletto?"
"Sì, ma non lo uso come fazzoletto"
"Vabè, ho capito"
Il dottore si soffiò il naso sul camice.
Si rivestì e tornò seduto.
"Che problemi hai?"
"Ho tutta una serie di problemi.
Quando mi gratto la testa cadono mosche morte.
Ieri sera ho sbadigliato e ho visto uscire dalla bocca un'ape. Questo giustifica i miei sogni notturni di onnipotenza dove sono la regina di un'alveare e migliaia di operaie badano alle larve e mi masturbano."
"Facciamo una controllatina. Alza la felpa"
Alzai la felpa.
"Anche la canottiera magari, eh?"
Alzai la canottiera.
Il dottore mi visitò con quell'affare che sembra un qualche cosa stilizzato e mi tastò il torace con la bocca del cavalluccio marino.
"Effettivamente c'è un ronzio insolito. Vai di corpo regolarmente?"
"Sì, ma quando cago non ronzo"
"Capito"
Tornò a sedersi e disse la sua.
"Secondo me devi farti fare un controllo specialistico. Ho paura che il tuo cuore si sia trasformato in un alveare di api. Dì un po', hai mai perso un braccio o una gamba, chessò, sei mai sopravvissuto a un disastro aereo, hai mai mangiato broccoletti bolliti?"
"Il controllo lo faccio volentieri, ma devo rispondere anche a queste domande?"
"No, non necessariamente. Altro?"
"Quando corro faccio il rumore di un treno in corsa. E' un rumore molto forte, come se davvero fossi un treno in corsa. La gente si volta terrorizzata, confusa. E' divertente, mi metto spesso a correre in prossimità di passaggi a livelli a sbarre alzate quando ci transitano le macchine, o in viale Fulvio Testi a Milano nelle ore di punta"
"Altre stronzate, figliolo?"
Lo guardai interdetto e offeso. Lui mi guardò interdetto e basta.
"Allora ciao", disse.
Aprì il cassetto della scrivania e si intrufolò al suo interno. Il cassetto si chiuse.
Lo aprii e trovai dentro un biglietto.
Nel biglietto c'era scritto: "Ciao, sono il dottore"



18 febbraio 2004

Il parrocchetto

Mi svegliai all'improvviso. Non erano ancora le quattro.
Seduto sul letto tenevo gli occhi sbarrati. Sentivo il mio respiro dalla bocca come unico suono. La stanza era immersa nel buio, il lampione esterno non era acceso. Anche la spia del monitor era spenta.
Nel buio riconobbi le sagome degli oggetti conosciuti. Mi accorsi di un lieve lucore arancione. Lo riconoscevo ai lati del raggio visivo; di fronte a me, dovunque guardassi, c'era solo il buio.
Premetti più volte l'interruttore della lampada sul comodino senza che si accendesse. E' andata via la luce, pensai. Mi alzai, in piedi di fianco al letto.
L'aria era densa, difficile da respirare.
Mi accorsi di avere il pigiama inzuppato, ero sudato su tutto il corpo, i capelli gocciolanti. Camminai lentamente verso la finestra.
Guardai attraverso i buchi della tapparella. Il giardino e la strada erano avvolti nella tenue luminosità arancione, leggermente più intensa che nella stanza. Il cielo, però, era nero, e non sembrava essere lì come quella distesa che avevo sempre chiamato cielo, anonima e familiare. Sembrava di guardare la profondità di un abisso vertiginoso.
Non so spiegare esattamente, era come se in quegli istanti non fossi più io. Avevo la sensazione che il cuore non battesse più, che le funzioni vitali si fossero fermate nell'istante in cui mi ero svegliato. Pensai seriamente di essere morto, e per un attimo fui addirittura felice di morire senza rendermene conto.
Alzai quasi completamente la tapparella e aprii la finestra.
Un forte odore di broccoli in brodo penetrò nella stanza. Tappai le narici per non svenire.
Guardando meglio vidi che alcuni dettagli erano mutati. Al posto della villa di fronte c'era un gruppo di case in pietra. I pioppi che prima coprivano la vista sul campanile non c'erano più, e oltre al campanile si riusciva a vedere gran parte della chiesa. Non c'era più il marciapiede, la strada era dissestata e priva di strisce. Ricordai allora che quello era l'aspetto della via ai tempi in cui ero bambino, subito dopo essere arrivato qui con i miei genitori, e prima che iniziassero quei lunghi lavori di recupero.
In cielo vidi un puntino chiaro in lento movimento. Si fece leggermente più grande e mi accorsi che stava scendendo nella mia direzione. A qualche decina di metri d'altezza lo riconobbi come un uccello. Sbatteva le ali come un forsennato e presto arrivò al suolo proprio di fronte alla finestra, o per meglio dire, si schiantò.
Era un imponente parrocchetto alto circa due metri e largo altrettanto. Si avvicinò alla finestra goffamente.
Cinguettò ad un volume spaventoso. Portai le mani alle orecchie, costringendomi a mollare la stretta sul naso. Mentre il parrocchetto cinguettava e nella stanza e fuori rimbombava il suo verso, sentii di nuovo quell'ammorbante odore di broccoli.
Il parrocchetto si arrestò e tornò il silenzio. Restammo alcuni istanti a guardarci. Muoveva la testa in tutte le direzione nervosamente. Con uno scatto fulmineo allungò il becco e mi strappò il naso. All'inizio sentii solo lo strappo, improvviso, imprevisto, che forse nemmeno il cervello fece in tempo a registrarlo, stordito dal tanfo dei broccoli. Provai una strana e nuova sensazione della durata di qualche secondo, come se avessi immerso la faccia nel ghiaccio tritato e il gelo si irradiasse su tutto il corpo a ondate sempre più potenti. Era piacevole, quasi fui felice della situazione. Il parrocchetto riprese a cinguettare e volò via con il mio naso. Il suo verso odioso echeggiò nel cielo nero finché il parrocchetto non sparì alla vista.
Poi esplose il dolore, come una scarica di tuoni dopo la calma ferale che segue al fulmine. Pensai soltanto a dimenarmi e urlare per sfogare lo stupore e il bruciore alla faccia, schizzando sangue dovunque. Crollai a terra sfinito, senza fiato, sfiancato dallo sfogo e dalla sopportazione dei broccoli. Abbandonato al dolore persi i sensi, o credo di averli persi, perchè la prima cosa che ricordo dopo fu la mia stanza, illuminata a giorno, di domenica mattina, cioè io sapevo per istinto cronologico che era domenica, e mi trovavo a letto. Vidi il volto sorridente di mio padre proprio sopra di me, ma non riuscivo a guardarlo nella sua interezza. C'era come qualcosa che si frapponeva fra me e lui, e si trovava sulla mia faccia. Misi a fuoco quella cosa, sfocando il volto di mio padre. Quella cosa era il parrocchetto Giacomino, che mi zompettava sulla faccia e mi punzecchiava dolcemente la punta del naso.
Bestemmiai.
Mio padre smise di ridire. Prima di dire come andò a finire, ci tengo a dire che quel parrocchetto era la mascotte della nostra stirpe. Allevato sin da pulcino, gli insegnammo a rispondere ai nostri richiami e imparò presto a volare fuori dalla gabbia senza spaventarsi. Mio padre è sempre stato un burlone, campione degli scherzi prima del risveglio. Il peggiore fu quando mi svegliai con di fronte uno specchio, sorretto proprio da mio padre sorridente, e ho detto tutto. O quando aprii gli occhi e mi trovai di fronte la faccia di mio padre assatanato, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati, e in mano un frullatore puntato contro di me. Cazzate, direbbe il manzoniano lettore. No. Sono cose, specialmente al risveglio.
Ebbene, come dissi poco fa, bestemmiai.
Ero indeciso se sbranare il parrocchetto a un passo dai miei denti o se sbranare mio padre. Bestemmiai, e questo è quanto.



18 febbraio 2004

Pesca sportiva

Esco di casa per andare a lavoro. Non mi rendo conto che sto andando a lavoro. La cosa si ripete da così tanto tempo che esco di casa e basta. All'uscita vedo il signor Cappelletti che armeggia in giardino. Come al solito sta seppellendo i corpi smembrati degli amici che hanno cenato con lui la sera prima.
"Heylà, bella giornata!", lo saluto.
"Ciao ragazzo, a lavoro eh?"
"Sì..."
"Una di queste sere ti invito a cena da me"
"Mi farebbe molto piacere"
"Cosa vorresti mangiare?"
"Mah, di solito mi mangio le unghie"
"Per antipasto vorrai dire..."
Passa di lì la signora Borgonovo.
"Ooooh, buongiorno!"
"Salve signora, anche lei mattutina", dico.
"Sì, sto andando al torneo di pesca sportiva, vuoi venire anche tu?"
"Devo andare a lavoro, mi spiace"
"Echissenefrega?"
"Già".

Tempo fa la signora Borgonovo e la sua nuora vedova hanno scavato nel seminterrato di casa sua un ampio spazio dove tiene un laghetto con dentro numerosi pesci. Qui ha aperto un club clandestino di pesca sportiva. I pesci non sono quelli consueti da pesca come trote o carpe, ma sono tutti pesciolini rossi, acquistati per il basso costo o vinti nei luna park.
Ho subìto per un'oretta lo spettacolo di vedere tutti questi pensionati in competizione per pescare il numero massimo di pesciolini nel minor tempo possibile.
"Cosa ne pensi?" mi chiede allegra la signora Borgonovo.
"Non si offenda, ma mi sembra proprio una stronzata"
"Oh, perché?"
"Mi lascia del tutto indifferente. Vedere quattro persone che tirano fuori pesciolini rossi da un laghetto per il gusto di tirarli fuori, è davvero noioso"
"Guarda che poi li mangiamo!"
"Non me ne importa niente, trovo tutto questo patetico e... non so... terrificante"
"Senti marmocchio, avessimo i soldi andremmo a giocare a golf"
"Eh, non avevo dubbi"
Mi dirigo verso l'uscita. Prima di uscire passo dal locale dell'attrezzatura e prendo una canna da pesca, qualche esca, un secchio.

Arrivo in ufficio, saluto tutti. Metto da parte gli arnesi da pesca e mi siedo. La mattina lavorativa non poteva iniziare nel modo migliore, con una fantastica versione di Youth Of America dei Wipers suonata dai Melvins. All'ora di pranzo mi dirigo sul tetto dell'edificio con tutta l'attrezzatura.
Preparo la lenza e l'amo. La prima esca è Televisore Digitale 200 pollici. Lancio la lenza verso la strada dieci piano più sotto e subito il primo pesce abbocca. Destinazione il secchio. La seconda esca è Assicurazione Sulla Vita. Qui aspetto qualche secondo in più. Giro il mulinello e sale un signore paffuto sui 40 anni. Via, dentro il secchio.
Arriva un mio collega curioso di sapere cosa sto facendo. Lancio il biscottino Aumento Di Stipendio verso il secchio e lui ci si butta in pieno.
Nel giro di un'ora svuoto completamente lo scatolino delle esche, tutte carnose e saporite: Assicurazione Sanitaria, Pensione, Micra Blu, FastWeb, Decoder Digitale, Lifting, Cura Dimagrante, Salute Mentale, Futuro Sereno, Mutuo Pagato, Corpo Palestrato, Amadeus A Cena, Colpi Di Scena, Antidoto Contro La Noia, Viagra, Sistemazione Gratuita Per La Mamma Anziana, Poliziotto Di Quartiere, Strada Pulita, Tette Prorompenti, Stipendio Assicurato A Tempo Indeterminato, Sconti & Saldi, Notte Sfrenata.
Raccolgo gli individui più disparati e insospettabili. Pare che l'aspetto dei più singolari fosse indicativo soltanto dell'aspetto stesso.
Passo dall'ufficio e ne regalo qualcuno ai miei colleghi. Arrivato a casa appoggio il secchio sul tavolo sotto gli occhi affamati della mia famiglia. E' stracolmo e i pesci sono morti o in agonia. Io e mia mamma li spogliamo. Metto da parte le giacche e le cravatte perché potrebbero tornarmi utili a lavoro. Le esche le strappo di mano a tutti e le butto nell'immondizia. Mio padre entra in cucina deliziato dall'odore del pesce in padella.
Consumiamo un pranzo abbondante e saporito. Una parte dei pesci li conservo per stasera, quando incontrerò gli amici in taverna.
Adesso vado a fare una cosa.



16 febbraio 2004

Il Crocifisso [4]

Vado in pausa pranzo. E fin qui niente di eccezionale, anche se è eccezionale l'uso che faccio del termine "pranzo", soprattutto quando mangio puttanate indicibili.
Fuori dalla porta c'è il crocifisso in piedi appoggiato al muro (vedere i due post precedenti). Al mio ritorno è ancora lì. Perché rubarlo, infatti, cosa se ne fa la gente di un crocifisso prelevato da una chiesa? Se lo porta in ufficio, direi.
Sto per entrare in ufficio e sento...
"Hey!"
Mi guardo intorno, non c'è nessuno. Ho il terrore che a parlare sia stato Gesù in croce, ma un terrore ben più grande si impadronisce di me quando penso di sentire le voci, le solite voci che mi ronzano nel cervello, e che da quanto ho capito in queste settimane pare stiano giocando a poker.
"Tu, vieni qui"
Nessuna voce strana. E' proprio Gesù, o almeno proviene dalla sua direzione.
In silenzio, lentamente, mi avvicino al crocifisso.
"Staccami..."
"Preferirei di no", rispondo istintivamente.
"Vorrei tanto farmi due passi, sgranchire le gambe... ho un formicolìo al piede, e mi prude il ginocchio"
Gli gratto il ginocchio. Dal suo volto piegato e senza espressione non capisco se ho fatto bene.
"Ho fatto bene?", chiedo.
"Sì, ma non è abbastanza"
"Cosa mi dai in cambio se ti stacco?"
"Nulla, il tuo dev'essere un gesto d'amor puro"
"Non mi sentirei bene a farlo"
"Perché?"
"Non so, ho paura di tradire la storia"
"Allora ti regalo l'eternità se lo fai"
"Pensi che sia così fesso da crederci?"
"Sì"
"Ok, torno subito"
In breve, mi faccio due conti. Se è vero che Gesù crocifisso migliaia di anni fa sta parlando con me e non con il resto dell'umanità, allora potrebbe essere vero che mi donerebbe l'immortalità se lo liberassi. Ma se non fosse vero, ed io mi stessi immaginando tutto, staccarlo o lasciarlo lì non farebbe alcuna differenza, al di fuori della mia testa intendo. Allora non ho niente da perdere.
Scendo giù dal portinaio e torno su con la tenaglia.
"Bravo figliolo"
Stacco prima il chiodo dai piedi. Le sue gambe si allontanano, mi sembra di sentire l'attrito di ossa e legamenti che necessiterebbero di un'oliata come si deve. Poi levo i due chiodi restanti. Gesù si libera della croce, che cade a terra con gran baccano proiettando qualche piccola scheggia.
"Grazie", dice Gesù, e mi tira una ginocchiata alle palle.
Pentito di avergli alleviato il prurito sulla rotula, arrotolato come un riccio attorno al dolore lancinante, mi vengono da proferire altisonanti improperi al suo cognome, ma il fatto che potrebbe essere tutto vero me lo impedisce, intimorito dalle conseguenze. Un altro pensiero mi terrorizza, ancora di più delle voci che giocano a poker: se addirittura Gesù in persona è riuscito a farmi del male fisico, cos'altro mi riserva la realtà?
Come se mi avesse letto nel pensiero, così esordisce:
"Bestia, io non sono Gesù, il vero Gesù è risorto e non se la passa nemmeno male. Guarda stronzo, avrei potuto prenderti a calci già quando mi hai liberato il chiodo alle gambe, avevo paura di sbilanciarmi e cadere a terra con tutta la croce. Non hai idea di come fremevano i miei nervi all'idea di farti assaggiare il mio legno"
"Perché, che t'ho fatto?"
"Niente, volevo solo sgranchire le gambe"
A tali parole mi prende a pugni in testa.
Nel frattempo i miei colleghi sono già da un pezzo fuori dalla porta come spettatori. Sono sconvolti.
Gesù o colui al quale si ispira, raccoglie la croce e la scaraventa su di loro. La situazione precipita definitivamente.
Il surrogato di Gesù fugge sghignazzando. Dopo alcuni secondi sento un urlo tremendo salire su per la tromba delle scale. Alcuni miei colleghi si precipitano al pianoterra. Il portinaio non c'è più, in compenso c'è la sua immagine sul vetro, come se si fosse impresso su di esso. Usciamo in strada.
La condizione sembra normale. Le auto filano veloci e i tram arrancano. La gente cammina sul marciapiede.
Torniamo in ufficio. Nessuno ha il coraggio di parlare. Un collega chiama la polizia, avvisa che c'è un surrogato di Gesù Cristo scappato dal crocifisso, dice loro che non è sicuro di quanto sia pericoloso, la polizia gli chiede il nome del falegname, cosa a cui nessuno di noi riesce a rispondere, e quel coglione del mio collega si mette a dire se possono fargli la domanda di riserva, fortuna che gli abbiamo scaraventato il telefono via dalle mani.
Ora che si sono ripresi tutti dallo spavento stiamo riflettendo a mente lucida sull'accaduto e ci chiediamo quanto di ciò che abbiamo vissuto sia vero, e se fosse solo un'allucinazione, quando è cominciata? I pompini della mia collega, per esempio, come li devo considerare?
Metto un po' di ordine sulla scrivania per provare la sensazione di avere il controllo del mondo circostante. Me ne vado, saluto la squadra di colleghi, per la prima volta nullafacenti e disperati, e mi figuro una visione, io che scappo tra le navate della mia chiesa, mentre il prete mi insegue con il turibolo infuocato.
Passando davanti alla portineria lancio un'occhiata al portinaio fotografato sul vetro. Terrificante. Tiro un calcio d'anfibio al vetro, non si rompe, un altro più forte, si rompe. Ancora più terrificante: il portinaio si materializza di fronte a me.
Restiamo entrambi a guardarci in faccia.
"Cosa è successo?" gli chiedo.
"Non lo so, ma ti avverto: abbassa sempre il coperchio della fotocopiatrice quando la stai usando"
"Ah"
"E poi ho visto passare Gesù! Era lui, pazzesco!"
"Ti abbiamo sentito urlare, infatti"
"E' stato lui ad urlare, quando mi ha visto nel vetro"
"Ah".



16 febbraio 2004

Il Crocifisso [3]

"Di chi è quel coso fuori dalla porta?" (vedere post precedente)
"E' mio, l'ho portato io"
Sono tutti nei pressi del mio ufficio, incuriositi e  preoccupati.
"La smetti di fare queste cazzate?", chiede il collega.
"Non vedo cosa ci sia di strano", rispondo.
"Tu non sei mica tanto a posto tu, no no, non lo sei..."
"Se è una questione di decoro posso spostarlo, chiedo al portinaio se può tenerlo giù"
"Non è il crocifisso che ci da fastidio, sono le sue dimensioni ad essere fuori luogo, non possiamo tenerlo fuori dalla porta in quel modo"
"Potremmo metterlo sdraiato anziché in piedi"
"Adesso esci da qui e te ne vai via con la tua croce"
"Ragazzi, io credo sia giusto così, ho sentito il bisogno di espiarmi e spiarmi, di lavare l'acqua sporca che macchia il mio cuore, tramite il sudore versato durante il trasporto..."
"Ma che..."
"...aspetta. Può sembrare inutile e insensato, ma credetemi, ho le mie buone ragioni per farlo."
Un uomo basso e grassoccio si fa strada fra i colleghi. E' il direttore generale, affiancato dal suo segretario personale.
"Il direttore generale vuole parlarle in privato", dice il segretario.
Ci guardiamo tutti in faccia per un po'.
"Per favore, uscite", dice il direttore.
Io e il direttore rimaniamo da soli nel mio ufficio. 
"Si sieda", dico.
"Figliolo, dopo la caduta di Troia, in Asia Minore, un gruppo di superstiti, sotto la guida di Enea, sbarcò sulle spiagge del Lazio. Quivi, accolto benevolmente dal re del paese, Latino, l'eroe troiano ne sposò la figlia Lavinia, dopo avere ucciso in battaglia Turno, re dei Rutuli, cui la fanciulla era stata precedentemente promessa, e in onore della moglie fondò la città di Lavinio. Alla sua morte lasciò erede il figlio Ascanio, chiamato anche Iulo, che a sua volta fondò un'altra capitale, Alba Longa. Dopo undici generazioni, il re Proca, discendente diretto di Enea, ebbe due figli, Numitore e Amulio; quest'ultimo, il minore, spodestò il fratello e, per evitare il sorgere di legittimi eredi che potessero rivendicare il trono, ne costrinse la figlia Rea Silvia a farsi vergine vestale. Ma questa, segretamente amata dal dio Marte, generò due gemelli, Romolo e Remo, i quali, gettati nel Tevere in una..."
"Direttore, la faccia breve"
"Sì. Alla fine l'azienda ha deciso di assumerti fiduciosa nelle tue capacità a lavorare in team, nel rispetto della tua personalità e dei tuoi istinti animali. Ho considerato il viaggio con il crocifisso una dimostrazione di devozione verso essa, e ti voglio premiare."
Il direttore mi appoggia la mano sulla guancia, con sguardo paterno mi dice "ti propongo un posto di accompagnatore diurno per mia moglie Sara, ne sarebbe felice"
Rimango, come dire, un po' così.
"Perché?"
"Perché io non sono mai a casa, e i nostri figli sono in Antartide a studiare i pinguini per le tesi universitarie".
"No, intendevo dire, perché proprio io..."
Qualcuno bussa alla porta. E' la mia collega.
"Mi scusi direttore, ma è l'ora della fellatio", dice lei.
"Prego?"
"Sì direttore", dico io, "a quest'ora la mia collega mi fa sempre un pompino, se desidera lasciarci un po' soli..."
"Ok. Ma ricorda ciò che ho detto, fammi sapere"
"Sì... ci devo pensare un po' su"
"Pensaci figliolo, pensaci..."
Il direttore si alza e se ne va.
"Ok, veniamo a noi", dico alla mia collega.
Mentre lei si piega sotto la scrivania metto in playlist la colonna sonora di Blade Runner.
"ok, ma potresti abbassare un po' la sedia? Non ho spazio per la mano", mi chiede.
"Sì scusami, ecco fatto".
"Facciamo in fretta, fra un'ora ho un incontro faccia a faccia con un responsabile risorse umane di Deutsche Bank"
"Ti converrà prendere una mentina", dico.
"Di solito mi lavo i denti"
"Meglio ancora"
Mentre i rumori della sua lingua riempiono i silenzi tra un pezzo e l'altro di Vangelis, giro su ebay alla ricerca di tazzine da caffè a forma di orsacchiotto.



16 febbraio 2004

Il Crocifisso [2]

Vado in garage a prendere il crocifisso (vedi post precedente). Lo alzo, ma senza sollevarlo del tutto da terra. Troppo pesante. Sono costretto a tenerlo per le braccia laterali, strisciando la parte inferiore al suolo.
Giungo in stazione. Qualcuno mi chiede se voglio una mano. No, grazie. Altri si tengono a debita distanza.
Mi fa male la spalla destra. Avrei dovuto mettere un cuscino per ammorbidire. All'arrivo del treno mi rendo conto che, quando si aprono le porte, non posso passarci attraverso con il crocifisso. Idiota. Torno a casa.
Già che ci sono prendo il cuscino.
Monto il crocifisso sul tetto dell'auto, lo tengo fermo con delle corde che attraversano la carrozzeria sopra e sotto. Entro in auto e parto.

Parcheggio in periferia, nel centro non ci voglio entrare con l'auto. Prendo cuscino, crocifisso e me la faccio a piedi arrancando fino all'ufficio. Due chilometri a piedi. I passanti si spostano per farmi passare, i bambini mi osservano imbambolati. I vigili bloccano il traffico per farmi attraversare la strada.
Una piccola folla di persone si forma dietro di me. Studenti, uomini d'affari, vecchiette, mamme col passeggino, tutti in silenzio, ne sento i tacchi battere il marciapiede, diventano sempre di più.
Arrivo di fronte al palazzo.
Il portinaio mi viene incontro e apre completamente il portone. Entro. Entra anche la folla.
In ascensore non posso passare, sono costretto a farmi cinque piani di scale. La folla mi segue.
Ad ogni piano mi devo fermare alcuni minuti, non ce la faccio. Anche se nessuno si presta per aiutarmi, non vorrei che lo facessero. Ma la mancanza del gesto mi fa pensare.
Dopo un bel po' arrivo al quinto piano. Qualcuno era già lì che mi aspettava, era salito in ascensore. Appoggio il crocifisso al muro, lo metto in modo che resti stabile. Lancio un'occhiata ai presenti. Sono seri, impassibili, e mi guardano negli occhi. Entro in ufficio e chiudo la porta.
Resto lì alla porta per un paio di minuti.
La riapro. Se ne sono andati, e il crocifisso è lì.
Bene.
Vado alla mia postazione. Saluto la collega.
"Se vedi un crocifisso di tre metri fuori dalla porta d'ingresso non farci caso", le dico.
Mi guarda indifferente.
"Crocifisso?"
Le sorrido e metto un po' di musica. Prima canzone del giorno: Radio Suona, Interno17.



15 febbraio 2004

Il Crocifisso [1]

Dopo essere tornato a letto mi sono ricordato che dovevo chiamare Gio e fare quella cosa là. E infatti, l'ho chiamato. Mi sono vestito di fretta lasciandomi il pigiama sotto i vestiti. Siamo arrivati nel piazzale della chiesa appena in tempo per la fine della messa.
Abbiamo aspettato che uscissero tutti. Salutavamo e lanciavamo sorrisi a chiunque, anche agli estranei, per cortesia.
Siamo entrati in chiesa che c'era soltanto il prete che discorreva con la signora che dirige il coro. Ci siamo seduti su una panca e abbiamo aspettato qualche minuto che finissero. Quando il prete ha lasciato uscire la signora, ha voltato la testa nella nostra direzione e ci ha sorriso, noi abbiamo ricambiato, ed è venuto verso di noi.
"Posso esservi d'aiuto?"
"Sì"
Gio gli è saltato addosso bloccandolo a terra. Ho tirato fuori dalla borsa il pentolino con dentro il Theraphosa Blondi a digiuno da sei giorni, ho alzato il coperchio quel tanto che bastava per fargli uscire nervosamente le zampe pelose, in modo che solleticassero le guance del prete, le cui urla erano tappate dalle mani di Gio.
Gli abbiamo spiegato tutto quello che doveva fare (al prete, non al Theraphosa), e lui faceva sempre di sì con la testa, senza però calmarsi. Ho chiuso il pentolino e si è calmato subito.
Gio ha mollato la presa e il prete ha telefonato ai suoi chierichetti e alla polizia, sotto il nostro rigido controllo. Nel frattempo che aspettavamo l'arrivo dei chierichetti il prete ha tentato di aprire una chiacchierata sulla morte di Pantani. Lo abbiamo interrotto ordinandogli di tacere e di mettere sull'altare il vino, le particole sacre e il turibolo con l'incenso, e così ha fatto.
Stavo per assaggiare il vino quando il prete mi ha sottrato la coppa dalle mani.
"Prima di bere bisogna consacrare la coppa".
"Ma non l'aveva già fatto durante la messa?"
"Non importa!"
Mentre mangiavo le particole pucciandole nel vino consacrato, di fronte al volto impassibile del prete, Gio ha rollato una canna con l'incenso nel turibolo.
"Cosa fai? Chissà che schifo!" gli ho detto.
"Non ti preoccupare, ce la fumiamo solo io, e il don, vero don?", ha detto Gio.
"Oh, beh, magari un tiretto...", ha risposto il prete sorridente.
Nel frattempo sono arrivati i chierichetti. Gli abbiamo spiegato il lavoro da fare. Con calma hanno smontato il grande crocifisso da sopra l'altare e siamo usciti tutti fuori nel piazzale.
In strada c'era già l'auto della polizia. Il prete è andato a parlare con il poliziotto e quello diceva sempre di sì e ok.
"Fra un paio di giorni lo porteremo indietro", ho detto al prete.
"Quando volete, ragazzi"
I chierichetti hanno trasportato la croce in strada, chiusa nella nostra corsia, grazie all'intervento del poliziotto. Arrivati a casa mia siamo andati in cortile e ho aperto il garage.
"Mettetelo lì"
Hanno appoggiato il crocifisso per terra, di fianco all'auto. Li ho congedati e sono salito con Gio in casa.
Mentre salivamo le scale Gio mi chiede per l'ennesima volta cosa cazzo ci devo fare con il crocifisso.
"Devo portarlo domani a lavoro", gli ho detto.



15 febbraio 2004

Fotogramma [1]

Stavo leggendo ascoltando musica. Mi alzo per andare in cucina. Sulla porta osservo la disposizione degli oggetti nella mia stanza, la luce grigia che entra dalla finestra, il bianco della chitarra elettrica, i muri spogli. Ho pensato che fossero un labirinto costruito lentamente, e allo stesso tempo una fuga. Come se il fatto di avere libri, vestiti, giocattoli, lavoro e persone attorno fosse una espressione di fuga. Milioni di scappatoie per perdersi nel labirinto di scappatoie. Lo scopo della corsa è quello di trovare l'armonia allontanandosi il più possibile dalla sorgente dei suoni, se stessi. Per un istante si sovrappone la visione di un'ombra scura nella desolazione arancione di Marte.
Entro in cucina senza ricordarmi perché sono entrato in cucina. Apro il frigorifero e prelevo il tubetto di salsa nuovo. Lo apro e comincio a succhiare. Il sapore metallico della salsa riempie la bocca. Ritorno nella stanza succhiando il tubetto. Scoreggio. Riapro il libro e alzo il volume della musica. Torno a letto.



14 febbraio 2004

San Valentino

Con San Valentino non sono mai andato d'accordo. Mi appare mentre sono sul tetto a insaponare l'abbaino e ci mettiamo a litigare, mi rompe i coglioni su come devo passare la spugna. Poi pretende di essere festeggiato.
Ma chi l'ha deciso?
I festeggiamenti a comando, soprattutto i comportamenti a comando, mi causano misantropia. Mi piace che sono io a decidere di giorno in giorno se dimostrare di amare qualcuno o se restare sulle mie, o se caricare un fucile o arrampicarmi sugli alberi.
Non posso nemmeno farmi i fatti i miei in pace, finisco per sentirne parlare dovunque. Sui giornali dedicano lunghi articoli agli innamorati, ai regali da farsi, alle idee più originali. Amici e amiche mi chiamano e parlano dei regali che hanno deciso per i loro amati e vogliono sentire un mio parere. Mi domandano cosa regalo io alla mia amata (amata si fa per dire) e io rispondo "un cazzo".
Ma questa volta ho deciso. Mi voglio autoflagellare anche io in questo girone dantesco di rincoglioniti e questa mattina mi sono catapultato a casa di lei. A mani vuote. Non so proprio cosa dirle per l'occasione, e me ne resto zitto. Semplicemente, sono lì con lei, e che questo le basti. Andiamo in terrazzo. Fa freddo. Lei mi abbraccia. Vengo sempre sopraffatto da questi gesti e mi piace quando succede. La tenerezza sincera mi spiazza sempre. Anche quella finta a dire il vero.
Restiamo abbracciati un po' e prima di staccarci ci baciamo a lungo.
Mi prende per i fianchi e con la mia complicità mi fa mettere seduto sul davanzale del terrazzo. Dietro, il vuoto. Ci baciamo ancora. Poi stacca la sua bocca dalla mia, mi guarda, seria e ammiccante. Posa le sue mani sulle mie spalle e mi spinge con forza all'indietro. Per non sbilanciarmi riesco ad aggrapparmi con una mano al davanzale. Lei mi afferra per le gambe e mi scaraventa di sotto. Un volo di quattro piani, succede tutto molto velocemente, succede che arrivo al suolo di testa, e sento distintamente il colpo sull'asfalto, il cranio che si spacca.
Mi rialzo subito. Grumi di cervello e sangue. Tocco la testa. A parte un largo squarcio sul cranio sto bene. Nessuna frattura, legamenti perfetti. Devo dire che gli innesti molecolari in gomma di titanio del dottor Ingerweber hanno svolto egregiamente la loro funzione e per un attimo penso che devo indicare nel registro di sperimentazione il buon esito dell'intervento. Alla voce trauma cranico dovrò mettere un segno negativo.
Raccolgo da terra i miei pezzi di cervello e me ne cadono altri. Non sono molto grandi, circa quanto una lenticchia, sono tanti, sembrano una zuppa secca di farro. Infilo nel taschino quanto più cervello riesco a recuperare.
Alzo la testa al terrazzo, lei non c'è, in quel gesto mi cade un pezzo di cervello grosso così, quanto un pugno. Lo raccolgo e lo infilo in testa. Corro verso il pronto soccorso, tenendo la testa chiusa con la mano.
Dopo l'operazione incontro il primario. Dice che il mio è stato un caso molto sfortunato. Di solito, in quelle cadute, il cranio si lacera a metà o in più parti, lasciando uscire completamente tutta la materia grigia, quindi viene impiantato un cervello bionico di cipolla-silicio, che è migliore per definizione. Io, invece, avendo conservato quasi tutta la sostanza, che non è uscita subito perché la ferita era molto limitata, non sono stato considerato idoneo al trapianto. La legge attuale, infatti, vieta trapianti di cervello se esso non è stato completamente rimosso dalla sua sede a causa di un trauma o di un evento che normalmente lo lascia immobile nel cranio. I chirurghi si sono limitati a tappare lo squarcio con un fanalino di luci posteriori di un'Alfa Sud, lasciando i pezzi all'interno in disordine come li avevo messi io. Questo perché il mio conto in banca è inesistente e non sono assicurato, in compenso sono rassicurato dalle strutture sanitarie pubbliche.
Sono uscito dall'ospedale che stavo molto bene. Fortunatamente ho i capelli lunghi che coprono il fanalino rosso, che francamente è davvero ridicolo.
Arrivato a casa ho starnutito due volte e mi sono soffiato il naso. Nel fazzoletto ho trovato residui di cervello. Mia madre dice sempre di non sforzarmi quando mi soffio il naso e di non stringerlo con le dita, ma non è per quello. Spero che a furia di soffiarmi il naso mi esca tutto il cervello così me ne impiantano uno di quelli artificiali come il cipolla-silicio. Potrei farlo subito. Mia madre dice che se mi soffio il naso troppo forte in continuazione, la vena si rompe e mi esce il sangue, e in questo devo darle ragione.



13 febbraio 2004

Io, controllore Trenitalia [3]

Siccome che al momento di uscire dall'ufficio ero ancora in tenuta da controllore Trenitalia (vedi i due post precedenti) sono andato a prendere il treno in qualità di controllore Trenitalia. Arrivo al binario e saluto il capotreno già presente.
"Ah, lei ha servizio con me?", mi chiede il capotreno.
"Sì, questo treno"
"Ma siamo già in due"
"Sono in stage, sono di affiancamento"
"Capito"
E ci presentiamo come colleghi di lavoro.
Saliamo sul treno. Conosco un'altra collega, si chiama Marisa. Anche lei è un controllore. Questa sera, però, non controlla niente. Deve compilare dei grossi registri insieme al capotreno.
"Allora io faccio un giretto per vedere se sono tutti in regola eh", dico.
Mi guardano un po' strano, mi lasciano fare.
Il treno parte. Comincio dalla prima carrozza e con impegno e distacco controllo i biglietti di tutti. In due casi faccio il biglietto a una signora e ad un signore, con 10 euro di maggiorazione ciascuno perché non erano venuti ad avvisarmi subito dopo la salita.
Faccio quasi tutte le carrozze quando arriviamo nella mia stazione, e sono costretto a scendere.
Cammino di fianco al treno fino ad arrivare alla prima carrozza. Vedo il capotreno e la collega sull'uscita della carrozza. Li saluto.
"Scendi qua?", chiede il capotreno.
"Sì, abito qui vicino"
"Devi arrivare con noi fino al capolinea eh, non puoi scendere a metà servizio"
"Ma sono in stage, e non mi pagano ancora, e ho chiesto permesso di scendere prima perché ero sulla strada, e poi il mio capo ha detto che posso farlo..."
"Il tuo capo?"
Sorrido e li saluto di nuovo. Loro non mi salutano, mi guardano e basta.
Quando arrivo a casa i miei mi chiedono perché ho addosso il vestito da controllore. Racconto tutta la vicenda partendo dai fatti di stamattina e ci facciamo tutti una bella risata. Mi tolgo la giacca verde e i pantaloni, li appoggio allo schienale della sedia. Mi siedo e accendo il computer.
Mentre aspetto che la cena sia pronta apro winamp e metto la mia playlist.
I gelati sono buoni ma costano milioni.



13 febbraio 2004

Io, controllore Trenitalia [2]

Dato l'abbigliamento da controllore Trenitalia (vedi post precedente), oggi in ufficio ho fatto un po' lo spiritoso.
Intanto avevo trovato nella tasca della giacca alcune cosette, tra cui, oltre al libretto delle multe, c'era l'obliteratrice, e l'ho mostrata alla mia collega.
Lei mi guarda e fa: "Non ti sembra ti prenderla un po' troppo seriamente?", seria seria.
"E come la devo impugnare scusa?", rispondo.
"Mi riferivo alla situazione! Ma cosa fai con quell'affare in mano!?"
"Biglietti prego!"
"Sì, vabbè..."
In mancanza del biglietto le ho obliterato il lobo dell'orecchio sinistro. Si è messa a urlare, mi ha tirato uno schiaffo mancandomi ed è corsa in bagno.
Son passato di ufficio in ufficio a gridare "buongiorno biglietti prego", ma senza obliterare nessuno, altrimenti avrebbero fatto la coda per entrare in bagno.
Alla pausa pranzo sono sceso giù in strada. Se qualche irresponsabile lettore avesse visto un controllore in Piazza Duomo chiedere biglietti ai passanti, beh, non ero io, perché io l'ho fatto in piazza Cadorna. Un paio di ragazzetti spiritosi e un distinto signore mi hanno mostrato il biglietto per davvero. I primi due stavano recandosi in stazione e il biglietto non era stato ancora usato. Pensavano che scherzassi e infatti sono rimasti al gioco sorridenti, ma poi il biglietto l'ho obliterato sul serio. Viste le loro reazioni poco amichevoli ho subito chiarito che avrebbero dovuto spiegare al controllore del treno che era tutto ok, e gli ho dato il mio tesserino di riconoscimento, il quale, oltre al nome e al cognome del controllore a cui apparteneva, c'era anche la sua foto.
"Mostrate questo al controllore del treno e lui saprà cosa fare".
Poi ho incontrato il distinto signore che usciva dalla stazione. Eravamo in piazza nella folla e le auto ferme all'incrocio condivano l'aria con le loro spezie.
"Biglietto prego"
Il signore si sorprende un attimo e sembra andare nel panico, poi fa mente locale e cerca il biglietto nella borsa, nella tasca del cappotto, di nuovo nella borsa, infine ce l'aveva già in mano fin da quando era uscita dal treno.
"Signore, questo biglietto non è valido, è già obliterato"
"Ma sì, me l'ha guardato il controllore prima..."
"Sì sì, ma all'uscita del treno deve acquistarne un altro"
"oh..."
Siamo andati insieme nella biglietteria e lui ha acquistato un biglietto nuovo, che subito ho provveduto ad obliterare lì di fronte al venditore dei biglietti.
Quindi ho sorriso al distinto signore, lui ha ricambiato ed è uscito dalla stazione.
Sono entrato nel bar della stazione e mi sono seduto allo stesso tavolino dove c'erano due ragazze che parlavano.
"Biglietti prego"
In un primo momento mi hanno guardato in silenzio, poi hanno ripreso.
"Potete mostrarmi un documento?"
Niente.
Ho tirato fuori il libretto delle multe e ne ho scritta una con tutto calma, mentre ridevano e parlavano dell'assistente di laboratorio che avevano nell'aula computer del politecnico. L'ho lasciata sul tavolino e me ne sono andato.
Al ritorno nel mio ufficio ho trovato la mia collega che batteva al pc con una sola mano, con l'altra si teneva un fazzoletto sporco di sangue sull'orecchio.
Mi sono loggato nuovamente nel sistema e ho riaperto la playlist di Winamp, questa volta su Retrovertigo dei MrBungle.



13 febbraio 2004

Io, controllore Trenitalia [1]

Di solito mi reco a lavoro in treno. In stazione ci si conosce tutti almeno di vista. Quando siamo sul marciapiede ci lanciamo occhiate fugaci, alcuni guardano le scarpe degli altri. C'è sempre uno vicino a me che si gratta il culo per alcuni lunghi secondi e poi mi guarda in faccia come a chiedermi "che ne pensi?".
Ho due registri. Uno rosso e uno blè, come dice un mio caro amico pendolare, Fulvio Iniezione, che scambia le 'u' con le 'e' e mette l'accento alla fine della parola. Blè. Sul registro rosso ho elencato tutti i pendolari che prendono il mio treno. Per ognuno di loro ci sono diverse categorie di valutazione: portamento, pettinatura, vivacità, colore del giaccone, pacco in evidenza [Sì/No], quest'ultimo solo per i maschi. Ogni giorno compilo il registro per tutti i pendolari e faccio i miei calcoli. Sul registro blè ho messo la lista delle località attraversate dal treno. Per ognuna di esse segno l'orario di arrivo e di partenza e la condizione meteorologica, e faccio i miei calcoli.
A un certo punto mi rompo i coglioni di aggiornare i registri come faccio di solito, e vado verso la prima carrozza, dove c'è la sala comandi. Entro e chiudo la porta. Siamo io e il macchinista da soli, che si volta a guardarmi. Vorrebbe chiedermi che ci faccio lì, ma allo stesso tempo pensa che se sono entrato lì è perché devo lavorare.
Mi presento, ci stringiamo la mano a lungo. Lui tenta di ritrarla, la stringo più forte. Mi guarda sorpreso, divertito. Stringo più forte. Mi guarda inebetito. Stringo più forte. Le sue labbra si contraggono in una smorfia di dolore, mi appoggia la mano sinistra al petto e cerca di tirarmi via. Stringo più forte. Sento il rumore delle ossa che si stritolano. Lui urla. Stringo ancora, stringo con tutta la forza che ho. Sangue e pezzettini di falange schizzano sulle pareti. Lo lascio, si butta per terra, geme e bestemmia. Mi piego su di lui. Apro la bocca, la apro ancora di più, tanto da infilarmi dentro la sua testa. Con il braccio sano e le gambe cerca di divincolarsi, urla. Mi infilo tutta la sua testa in bocca e quando i denti sono a metà del collo gliela strappo via con tutta la colonna vertebrale. La ingoio intera, sputando le vertebre. La cabina si allaga letteralmente a causa della fontanella di sangue alla base del collo.
Intanto il treno prosegue indispettito, balla sugli scambi in prossimità delle stazioni dove dovrebbe fermarsi.
Lo spoglio completamente. Partendo dal piede sinistro mi infilo in bocca il suo corpo. Terminata la gamba sinistra, faccio lo stesso con la gamba destra. Lentamente proseguo con l'addome, ingoiando il suo corpo sempre di più, cassa toracica e rutto finale.
Sento il ribollìo dei miei succhi gastrici che disintegrano carne e ossa. Il mio corpo è slargato a dismisura per contenere il suo, sembro uno di quei pupazzoni di carnevale alti cinque piani, ma c'è ancora parecchio spazio. Fermo il treno.
Entra il controllore nella cabina. Non se l'aspetta di trovarmi, mi squadra e fa una faccia orribile.
Faccio per presentarmi e lui tenta di scappare. Adesso non mi metto a descrivere di nuovo tutti i particolari, ma va a finire che ingoio interamente anche lui. I suoi vestiti e le scarpe li ripongo nella mia borsa.
Esco dalla cabina e mi avvio per le carrozze. La gente mi vede, grida, scappa. Quelli che non scappano li ingoio interi. Qualcuno apre le uscite di emergenza e tutti si riversano nella campagna. Esco anch'io. Mi immergo nella boscaglia. Gli alberi sono ancora spogli, per cui devo allontanarmi molto per non essere visto. Aspetto un paio d'ore per digerire i corpi. Sento l'abbaiare di cani in lontananza. Ora il mio corpo ha assunto di nuovo l'aspetto consueto. Faccio una maestosa cagata ai piedi di una robinia. Cambio i miei vestiti imbrattati di carne e sangue del macchinista con quelli puliti e profumati del controllore.
Riesco ad uscire dal bosco e mi inoltro nel paese. Non so dove siamo, chiedo un po' in giro per i pullman che portano a Milano.

Arrivo in ufficio con tre ore di ritardo, vestito da controllore Trenitalia.
La mia collega mi saluta e ridacchia, "così va meglio, quella maglietta degli Obituary era davvero orribile", dice.
"I controllori sono il mio gruppo preferito", dico, e lei ride, la cazzona. Condividessimo le stesse passioni potremmo discorrere di culinaria o chessò, di innesti robogenetici per il potenziamento delle funzionalità corporee. Ma che cazzo ne sanno questi qua...
Accendo il pc e carico subito la playlist di Winamp. Sugli accordi stoppati di The Lost Art Of Keeping A Secret comincio a lavorare muovendo le labbra insieme a Josh.



12 febbraio 2004

L'adrenalina si chiama adrenalina

Al mattino mi alzo e le ciabatte non sono mai ai bordi del letto. Mai. Non lo so dove finiscono di notte. Una mattina le ho trovate nella cassetta della posta del mio vicino del piano di sopra. Sì, guardo anche la sua posta, e allora? Non si sa mai che ci sia qualcosa per me. Ultimamente metto le scarpe da ginnastica perché gli anfibi stanno invecchiando e vorrei conservarli per i momenti salienti, colloqui di lavoro, riunioni aziendali, visite dal dottore. Le scarpe da ginnastica, però, puzzano. L'odore è acre, penetrante. In ufficio tendo a sedermi stirando le gambe, porto i piedi in fondo alla scrivania, nel tentativo di relegare l'aria malsana là sotto, però io la sento, al mio naso arriva, e ho sempre timore che gli altri la sentano.

Spesso i colleghi mi parlano, vengono alla mia scrivania per discutere di un problema, si siedono accanto. Mentre parlano a volte si portano la mano in quella posizione con il pollice sotto al mento e l'indice subito sotto le narici, oppure la mettono a pugno proprio di fronte al naso, e mi fanno pensare che sentano puzza di piedi, mi mettono l'ansia e mi distraggo, senza riuscire ad affrontare con aria intelligente le conversazioni.

La stessa cosa mi capita quando non mi faccio il bidet per tre o quattro giorni di fila. Sono lì seduto e sento a tratti delle indescrivibili zaffate stantie, come di pesci morti che galleggiano nell'acqua del porto in prossimità dello scarico fognario. Ho provato a cambiarmi le mutande una volta al giorno senza ottenere risultati soddisfacenti, per cui mi sto dedicando al culto del vuoto e della rassegnazione.

L'odore emanato dalle mie scarpe da ginnastica lo sento anche quando sono in piedi da fermo. Sebbene io mi tenga a una certa distanza dagli esseri umani, devo avvicinarmi a loro quando vogliamo parlare senza alzare la voce e dare nell'occhio, per cui sono costretto a tenere il più possibile lontani i piedi dal naso dell'interlocutore, posizionandomi con un angolo di 45° gradi rispetto al pavimento, in modo che la maggior parte del corpo possa restare fuori dal raggio olfattivo altrui. Sono costretto a comportarmi così dovunque, in ufficio, in piazza duomo, in ristorante, in treno.

Prima ho parlato di visite dal dottore, che non sono da intendersi in funzione del controllo sullo stato di salute. Di solito mi reco dal dottore con la mia famiglia, comprensiva di alcune zie e cugini, in orario di ricevimento serale. Entriamo nella saletta già piena e dopo aver aspettato il nostro turno entriamo nello studio del dottore tutti insieme, lo salutiamo e lo baciamo, ci sediamo chi sulle poche seggiole, chi sul lettino e ci facciamo una bella chiacchierata. Il dottore per non essere da meno tenta sempre di offrirci da bere il disinfettante allo iodo oppure quell'altro, come si chiama, è un forte antibiotico per curare la cancrena sulle gengive, e noi rifiutiamo perché non possiamo bere quelle merdate lì e il dottore lo sa, ma le offre perché vale il pensiero e sa anche lui che non le berremo mai, noi lo sappiamo, ne siamo tutti consapevoli, il fatto è che ci dimentichiamo sempre di portarci da casa il ruhm e il succo di pera. Poi prima di salutarci il dottore ci accompagna fuori dallo studio, addirittura fuori dalla saletta in strada e lo convinciamo a prendere un caffè con noi, e lui buono buono non sa dire di no e si scusa con gli altri pazienti in attesa. Solo una volta sono venuti con noi anche tutti gli altri pazienti, ma solo perché mentre eravamo nella saletta ad aspettare di far visita al dottore, un camion aveva sfondato la vetrina della saletta provocando gran spavento e disinibizione, e avevamo fatto amicizia parlando di tutte le nostre esperienze passate in merito a incidenti ed eventi inaspettati, una piccola signora anziana si è messa addirittura a dire che una volta un traghetto della tratta Reggio-Messina è affondato con tutto l'equipaggio e le merci, ha continuato a navigare lo stesso sott'acqua fino ad arrivare a destinazione e quando è emerso, l'equipaggio e i turisti erano diventati delle orche, i presenti al molo rimasero sbigottiti per parecchie ore fino a rendere le orche agonizzanti, così che poi si è stati costretti a rovesciarle tutte in mare, cioè a buttare l'equipaggio e i turisti in mare, per farli sopravvivere, e fu un caso se non si sfiorò la tragedia infatti i telegiornali non riuscirono a trovare una ragione valida per parlarne.

Il fatto è che la gente crede a queste puttanate quando vengono raccontate subito dopo uno shock perché è emozionata e l'adrenalina chiama adrenalina.



11 febbraio 2004

Dal parrucchiere

Da bambino mio padre mi portava dal suo barbiere e dire parrucchiere mi fa strano. Mia madre diceva parrucchiere perché lei andava dal parrucchiere, che infatti non le faceva la barba, parrucchiere mi suona come uno che imbastisce troppe puttanate.
Una volta mia madre andò così tanto per provare dal barbiere di mio padre e questo le disse signora ma lei non ha la barba e mia madre rispose faccia come se avessi la barba allora il barbiere le spalmò la schiuma sulle guance e mia madre rise tantissimo disse al barbiere di lasciarla così e andò a casa con la schiuma da barba in faccia per farsi vedere da mio padre e lei continuava a ridere come se avesse visto la squadra dei ringo boys aggiustarle la tapparella, la smise quando mio padre impugnò il mattarello, mio padre ha sempre impugnato mattarelli, anche se ultimamente c'è grossa crisi e l'azienda di famiglia ne produce un po' meno, almeno per quanto riguarda l'uso strettamente culinario. Bah non so, una donna che va dal barbiere per farsi la barba è come una persona fisica che invece di bere la birra in casa la va a prendere alla spina e paga pure sei ora. vergogna. volevo dire "euro" ho detto "ora", bah.
Il trauma importante fu quando mi trovavo dal barbiere con mio padre, ero molto piccolo, e mio padre mi faceva tagliare i capelli solo per fare un piacere al barbiere. Improvvisamente entrarono nella bottega tre uomini calvi che impugnavano dei mattarelli, e minacciarono tutti di morte dicendo che era una rapina. Uno dei clienti si ribellò, cercò di staccare lo specchio-muro dalla sua sede per scaraventarlo sui malviventi, ma questi lo atterrarono e passandolo più volte con il mattarello ne confusero le fattezze con il tappetino.
I malviventi ordinarono al barbiere di tagliarsi i capelli, di tagliare i capelli a me e a mio padre e di svuotare i sacchi con gli scarti di produzione, cioè con i capelli tagliati ai clienti precedenti. riempirono di capelli le loro borse e uscirono, scapparono via che gli sbirri erano già alle calcagna. dopo pochi minuti entrarono nella bottega gli sbirri e ci riconsegnarono i capelli sottratti, senza i quali il commercialista del barbiere non avrebbe potuto compilare correttamente alcuni campi del modulo 740 del suo cliente. Per ringraziare gli sbirri il barbiere ha rasato loro le barbe, e gli sbirri hanno fatto provare a mio padre la pistola d'ordinanza e il barbiere per fare il simpatico ha chiesto e ottenuto il permesso di indossare la divisa di uno di loro mentre radeva le barbe. mio padre leggeva spesso Gente e Oggi perché erano le uniche riviste che aveva il barbiere a parte un opuscolo massonico dal titolo "Il barbiere e la pazienza" appoggiato su una mensola accanto ai flaconi di balsamo. Mio nonno non imparò mai ad andare in bicicletta perché sua madre considerava opera del Diavolo il fatto che la bicicletta stesse in equilibrio su due ruote. L'ultima revisione estintori è stata effettuata tre settimane fa.



09 febbraio 2004

Il Tenente Rosmarino

Un paio di aneddoti.
Alcuni anni fa, un bel po' direi, fummo chiamati a raccolta per la visita distrettuale per il servizio di leva, noi della mia generazione. Ai tempi la selezione era molto dura e se ne poteva parlare solo alla nomina di un nuovo Presidente della Repubblica, nel breve lasso di tempo in cui si consuma la cerimonia.
Uno dei controlli consisteva nel far calare le braghe ai ragazzi. Un medico radeva completamente la zona genitale e tastava i testicoli. Questa fase poteva richiedere parecchie ore. Poi ti davano in mano una pistola calibro 22 e noi ragazzi la si doveva puntare ai testicoli tenendo il grilletto alzato (che non stava su da solo) con il pollice almeno per sessanta minuti, sperando che la mano non sudasse o che il pollice non si addormentasse. Il controllo era atto a dimostrare che dopo sessanta minuti il soggetto fosse idoneo al mantenimento della specie oppure no. Per me lo decisero dopo appena cinque minuti.
In compenso, il controllo sulla tenuta di marcia lo passai a punteggio pieno. Il medico di turno scrisse sulla scheda riassuntiva che ero in grado di camminare avanti facendo credere a tutti che camminavo indietro. Questa caratteristica mi fece guadagnare una telefonata qualche tempo dopo, e considerato che non esistevano ancora le autoricariche fu un gran colpo di fortuna, o semplicemente un gran colpo di telefono. Il Palazzo di Giustizia aveva ricevuto il mio nome evidenziato nelle liste mandate dal distretto militare. Una voce di donna dall'altra parte della cornetta disse senza mezzi termini, malgrado si mangiasse le parole, che ero stato scelto per far parte del nuovo nucleo investigativo per la risoluzione dei casi pazzeschi da rifilare a qualcun'altro (NNIPLRDPDRAQA).

E così quell'estate fui investigatore al soldo dello Stato, più precisamente ero chiamato come Tenente Rosmarino o anche Tenente o semplicemente con un cenno della mano.

Il primo caso riguardò una festa parrocchiale per salutare l'arrivo di una perpetua. Non si sa come, ci scappò il morto.
"E dove cazzo è andato?" chiesi al prete.
"Questo me lo deve dire lei, credo", rispose.
"No, io devo individuare la causa della morte, eventualmente l'assassino"
"Dunque me lo dica"
"Non posso, a quanto pare il morto è scappato prima che gli eventi lo inducessero a diventar tale"
"Andiamo tenente, allora non è morto!"
"E' morto, ma è stato ucciso in sua assenza"
"No, io ero lì quando è morto"
"Beh, io mi riferivo all'assenza del morto, comunque la dichiaro in arresto, Don"
"Ma come!?"
"Sì, come lei dovrebbe sapere -e lo sa, non prendiamoci per il culo, non qui- il corpo è stato trovato su una delle tazze nei bagni pubblici retrostanti la chiesa, con le tracce di uno strangolamento fresco fresco, e lei ha appena dichiarato di essere stato pres..."
"Potrebbero aver spostato il corpo dopo la morte!"
"No, c'era la sua merda nella tazza"
"La sua di chi?"
"La sua di lei, signor Don. Sappiamo cosa aveva mangiato quella sera, era proprio la sua. Ho ricostruito la dinamica dei fatti. Uccidere una persona perchè entra in un bagno che non è chiuso a chiave mi fa veramente incazzare."
"Ma era senza serratura!"
"Già, forse ha scelto quella tazza apposta perché la porta era sprovvista di serratura? O forse sapeva che quella era la tazza usata solitamente dal morto e ne ha aprofittato? E poi, se è per questo, anche il morto non c'era quando è stato ucciso"
Il prete mi guardò negli occhi, pensoso, torturato dai pensieri e dal senso di colpa. Scoppiò a piangere, proprio davanti a me, senza portarsi le mani alla faccia come ci si aspetta facciano tutti quelli che piangono di fronte a me, senza nemmeno soffiarsi il naso con un fazzoletto o con la tunica. Stavo quasi per sparargli.
"Non voglio finire in galera, tutto, tutto, ma non la galera... la prego".
"Tutto?"
"Sì..."
"La lascio stare se stasera viene a casa mia ad assaggiare il purè di cipolle e porri fatto da me."
Ebbene, il caso fu archiviato. Oggi il morto non è stato ancora trovato. Il prete ci ha lasciato da poche settimane a causa di un'incurabile emorroide sfinente che lo ha costretto in piedi per anni. Pace all'anima sua.

Alcuni mesi dopo fui mandato in una fabbrica di poliuretano espanso e presi al balzo il nuovo caso, così come si fa con le palle, quelle del capo reparto Tonino Luscanzoni.
"Salve lei è il signor Luscanzoni? io sono il Tenente Rosmarino della squadra NNIPLRDPDRAQA. Sono venuto qui a proposito del signor Chan Lee."
"La stavamo giusto aspettando, mi segua"
"Sì, ma è lei il signor Luscanzoni?"
"Sì"
"Ok"
Entrammo nel capannone. Gli operai smisero di lavorare e ci seguirono incuriositi.
"Ecco qua", disse il signore Luscanzoni, indicando il corpo per terra, ai piedi del grosso macchinario.
"E' in avanzato stato di decomposizione, da quant'è che mi aspettate?", chiesi.
"Due anni", disse Luscanzoni.
"Quasi tre", aggiunse un operaio.
"Può descrivermi la dinamica dei fatti?"
"Ma come, non ne era al corrente?"
"Ci sono alcune cose che ancora non mi tornano"
"Anche a me", disse uno degli operai.
Mi voltai verso di lui interessato. Adoro la cooperazione, soprattutto quando i meriti del caso sono sempre e comunque miei.
"Per esempio?", chiesi cordialmente.
"Per esempio l'accendino che ho prestato a qualcuno ieri durante il caffè, dopo pran...".
Gli sparai, dritto al cuore.
"Torniamo a noi, signor Luscanzoni..."
"Sì... come le dicevo, il signor Chan Lee stava riempiendo gli stampi con il poliuretano liquido, proveniente dal braccio meccanico, ecco guardi, premendo questo bottone esce il liquido, il braccio meccanico può essere ruotato per riempire tutti gli stampi posizionati qui attorno. Ma bisogna fare in fretta, prima puntare lo stampo e infilare il pistolotto nel buco, e poi premere il pulsante, altrimenti..."
"Altrimenti ci si lava di poliuretano e si fa la fine del signor Chan Lee"
"Esatto!"
"Fatemi vedere"
Gli operai compirono l'operazioni in pochi minuti. Eppure qualcosa non mi tornava.
"Voglio provare io", dissi.
Feci per afferrare le maniglie del braccio meccanico...
"Aspetti!", urlò il signor Luscanzoni, "si metta questi guanti e la tuta protettiva, il braccio ha una temperatura di almeno ottanta gradi"
Afferrai le maniglie e premetti il pulsante immediatamente senza nemmeno puntarlo sullo stampo. Il poliuretano caldo mi imbrattò la tuta e si riversò sulle mani, ed io stavo bene, mai stato meglio, volevo piantare tutto quanto e conquistare il Tibet.
Mollai il braccio, tolsi guanti, tuta, e fissai il signor Luscanzoni dritto sulla punta del naso.
"La dichiaro in arresto per l'omicidio doloso del signor Wanchito Chan Lee"
"Ma cosa ?!"
"Mi risulta che il signor Chan Lee fosse in pigiama quando è morto, infatti il corpo è ancora lì, in pessime condizioni, e come vede ha il pigiama addosso, pulito e ancora stirato. Strano che il signor Chan Lee, con ventennale esperienza in questo reparto, non indossi la tuta per lavorare, anzi lo fa in pigiama. La verità è che lei, tra le 2 e le 3 di notte del 25 ottobre 1998, si trovava nella stanza del signor Chan Lee con in mano questa..."
Presi dalla borsa la grattuggia, sporca di sangue ormai rappreso da tempo.
"...sappiamo come sono andate le cose. Lei e il signor Chan Lee frequentavate lo stesso corso di chitarra alle scuole superiori, e lui era molto più bravo con quelle dita, tanto che le rubò la ragazza della quale lei, signor Luscanzoni, era innamorato, e le dita del signor Chan Lee sapevano far vibrare qualsiasi corda, non solo quelle della chitarra... e a lei questo rodeva. Ha grattuggiato le mani del signor Chan Lee nel sonno. Il signor Chan Lee pensò si trattasse di un incubo, e lasciò fare, convinto, da qualche parte nella sua mente ingannata, che si sarebbe risvegliato, tanto con un incubo non è mai morto nessuno, pensava il signor Chan Lee. Poi l'ha preso in spalla, con le mani grattuggiate e sanguinanti, e l'ha portato in piena notte qui, e l'ha depositato lì dove è rimasto per tutti questi anni. Il signor Chan Lee continuava a pensare che si trattasse di un incubo, e forse è il caso che qualcuno lo svegli e gli dica che è tutto vero. Signor Luscanzoni, le do la grazia se riesce a svegliare quella cosa che un tempo era il signor Chan Lee", e mi feci una sonora risata.
Il signor Luscanzoni chiamò il signor Chan Lee più volte, senza rendersi conto di essere ridicolo di fronte a tutti in questa scenetta per niente spiritosa. Andò perfino a toccarlo.

Il signor Chan Lee, Wanchito Chan Lee, si svegliò.

Quell'ammasso di carne putrida si mosse da sola. La faccia del signor Chan Lee si girò verso quella del signor Luscanzoni, si guardarono l'uno con gli occhi dentro il cranio dell'altro, e da questo i brandelli marci di carne che cadevano sul pavimento unto.
"Ma... dove mi trovo? Avete spento la televisione? Dov'è Oscar?"
Incredibile. Infuocato dall'ira, sparai nel culo al signor Luscanzoni, poi presi a calci la cosa per terra finché i brandelli di carne non si sparpagliarono dappertutto, scaraventando femori e costole un po' dovunque per il capannone, schiacciai il cranio con un colpo di tacco del mio anfibio. Se avesse parlato di nuovo giuro che mi sarei ammazzato, giuro.
Gli operai erano sdraiati per terra a pancia in giù, implorando pietà. Il signor Luscanzoni urlava riverso a terra con il deretano squartato. Gli sparai in pancia e gli sfilai parecchi metri d'intestino, con il quale lo strangolai finché il suo sangue smise di zampillare dalle ferite aperte. Per evitare brutte sorprese in futuro, gli sparai più e più volte sul volto fino a ridurlo una poltiglia.
Mandai tutti affanculo e me ne andai.

Ecco. Chi cazzo era Oscar non l'ho mai saputo, ci penso tutte le mattine, chi è Oscar, un gatto? il nipote? Luigi Scalfaro? chi è? a volte mi viene una fitta al petto nel pensare che avrei potuto domandare al signor Chan Lee chi fosse prima di finirlo del tutto, e rassicurarlo sul fatto che Oscar stesse bene, per farlo morire senza ansie.
L'assassino eredita le ansie delle sue vittime e se le porta fino alla tomba. Parola di Tenente Rosmarino.
E Vaffanculo.



09 febbraio 2004

In bilico

Nei nostri uffici tutti i computer sono collegati in rete, un enorme rete privata che copre diversi punti anche distanti chilometri. Chiunque può entrare in chiunque ed esplorare le sue cartelle. Gli amministratori di rete possono modificare le impostazioni del mio sistema da remoto o vedere sul loro monitor quello che appare sul monitor di un dipendente. Se ho ricevuto mail da mezz'ora senza averle lette mi telefona il mio capo (con domicilio nell'ufficio di fianco) e mi ordina di leggerle. Se mi metto a giocare a tetris per i cazzi miei, l'amministratore di rete, lontano un botto di chilometri, si introduce nel gioco. e mi batte. C'è un amministratore che blocca le mail che sto inviando ed esegue la correzione ortografica a mia insaputa, per lo meno ci faccio una figura migliore.
Tutto questo mi inquieta quando non sapendo cosa fare e non avendo nulla da dire di significativo per la razza umana, apro il Word e scrivo a lettere cubitali atroci bestemmie inenarrabili, e le mando in stampa. Con il taglierino mi pungo il pollice e macchio il foglio con qualche goccia di sangue, lo piego in quattro e lo spedisco in busta chiusa tramite fattorino aziendale all'ufficio dell'amministratore delegato, allegando una mia foto tessera.
La mia paranoia sta crescendo sempre di più.
Oggi non sono andato a lavoro, sono rimasto a casa, apposta per stare tranquillo mentre scrivo determinate cose per il blog. Ho detto ai miei genitori che non stavo bene, -allora misuriamo la febbre-, han detto loro. Il termomento è uno di quelli vecchi col mercurio. Lo infilo sotto l'ascella, la temperatura sale appena fino a 36.3, me lo metto in bocca per la punta e la strofino sui denti appoggiandoci la lingua e la punta si rompe, con tutto il cazzo di mercurio che mi entra in bocca, e mi ha ricordato quando alle superiori bevevo il piombo caldo e liquefatto per fare colpo sulle mie compagne. Vado in bagno a lavarmi il mercurio dalla bocca e urlo che ho talmente tanta febbre che il termometro è esploso, mamma ho 70 gradi di febbre sto svenendo. I miei arrivano ma mi stanno lontani, più mi avvicino e più si allontanano. Mia madre cerca di sorreggermi con le presine da cucina alle mani.
Adesso sono da solo. Ho passato l'ultima mezz'ora a mettere in bilico tutti gli oggetti che ci sono in casa. In particolare le bottiglie di olio e aceto nei contenitori le ho appoggiate di sbieco contro la faccia interna dei pensili, così come ho fatto con tutti i bicchieri e i piatti riposti sul contenitore sopra il lavabo. Le porcellane le ho ammassate su un vecchio sgabello instabile, posto proprio sulla traiettoria di apertura della porta di ingresso.
La giornata è lunga e non mi resta che costruire il presepe e l'albero di Natale eheheh.



08 febbraio 2004

Mr Bungle, Mrs Crunch, Mrs Butted

Stasera, un bel po' di ore fa, mi telefona Mr Bungle (vabbè per questa volta il nome è di fantasia, perché sapete, questo spazio cerebrolettico è visitato da amici miei e non vorrei essere riconosciuto attraverso il riconoscimento delle persone che frequento) per chiedermi di uscire. Non posso, gli rispondo, che sono già impegnato. Con chi? chiede. Con amici miei, rispondo. E tu cosa fai? chiedo, Io vado a casa di Mrs Butted (inventato anche questo), dice lui... a vedere un film.
Ok.
Allora esco e chi trovo in giro? La ragazza di Mr Bungle, ovvero Mrs Crunch (inventato, sì), assieme a una sua amica, senza però Mr Bungle, che sappiamo bene dov'è.
Mrs Crunch decide di passare a chiamare Mrs Butted, mi rendo conto del potenziale casino e la invito ad avvisare prima per telefono, -No! Andiamo a sorpresa!- dice, come se sospettasse qualcosa, perché mai dovrebbe sospettare qualcosa da una che si chiama Mrs Butted.
Decido di accompagnarla fino a casa di Mrs Butted perchè credo che succederà qualcosa, e dico ai miei amici di aspettarmi. Arriviamo, entriamo, troviamo il fratello, Mr Slut (lui si chiama proprio così, ma tanto non lo conosce un cazzo di nessuno).
- Dov'è Mr Butted ?- chiede lei, -E' su di sopra- risponde lui, e si riempie la bocca di patatine guardando i cartoni animati.
Seguo Mr Crunch fino alla stanza di Mr Butted, apre la porta e trova Mrs Butted nuda seduta sul letto e Mr Bungle vestito in ginocchio sul tappeto che le ciuccia gli alluci, cioè, voglio dire, gli alluci di Mrs Butted, ma non per molto ancora, perché si accorgono della presenza di Mrs Crunch. Rimaniamo alcuni secondi immobili in piedi a guardarci, poi Mrs Crunch esce senza dire una parola, "no no no aspetta!" dice Mr Bungle inseguendola. Restiamo soli io e Mrs Butted, chiudo la porta e giro la chiave, Mrs Butted si strofina i piedi, sorride e alza il sopraccigglio destro, allora faccio per spegnere la luce, ma un attimo prima di voltare la testa per individuare la posizione dell'interruttore noto che a Mrs Butted sta succedendo qualcosa. La osservo meglio e mi accorgo che sta diventando più piccola. Le sue dimensioni diminuiscono a vista d'occhio. Nel giro di un minuto è grande quanto un dito.
La prendo in mano per guardarla bene da vicino. In quel momento torna Mrs Crunch piangendo, -dove cazzo è andata?- chiede, "qui", dico io mostrandole la mano, Mrs Crunch rimane sbigottita un paio di istanti, poi afferra la piccola Mrs Butted e la porta alla bocca, con un morso le stacca le gambe e un pezzo di addome e li sputa per terra, il resto se lo infila in bocca, lo mastica un po' e lo inghiotte.
Scendiamo giù.
-E Mr Bungle?- chiedo.
-Boh-, fa lei.
L'accompagno in macchina al punto dove ci eravamo incontrati. Per tutto il viaggio si lamentava diceva che qualcosa le era rimasto incastrato tra i denti. Decidiamo di passare la serata tutti assieme, lei con i miei amici. Al pub Mrs Crunch si infila due dita in bocca e sfila qualcosa, un cosino nero, -ah! quella testa di cazzo!-
Prima di riporla nel posacenere accanto alle cicche, Mrs Crunch fa vedere la testa di Mrs Butted ai miei amici, che non ci credevano a quella storia della riduzione, ma poi si sono ricreduti e si son guardati in faccia visibilmente sbigottiti. Ci siamo fatti tutti una bella risata e io ho mandato a un tizio un simpatico sms riguardo un dettaglio apocrifo su Gesù Cristo.



05 febbraio 2004

Una ventina di filtri gettati per terra

Mentre aspettiamo in stazione, un gruppo di impiegati scalpita perché il treno ha già cinque minuti di ritardo. Sono un po' distanti, li sento parlare ad alta voce e indicare con violenza l'ufficio del capostazione, il quale, poveretto, si limita a fare annunci e gestire le sbarre del passaggio a livello.
I minuti si fanno dieci e infine venti. Le persone intorno a me appaiono rassegnate, a parte una donna al mio fianco visibilmente irritata, che mangia una sigaretta dopo l'altra, sputando i filtri per terra. Si volta e mi chiede se i suoi denti sono sporchi di tabacco, perché lei, dice, ha dimenticato lo specchietto a casa. Stranamente balena davanti ai miei occhi la visione del mio glande lucido e brillante subito dopo la doccia, e considero offrirglielo come specchietto, quando dietro di lei, parecchi metri oltre, vedo uno degli impiegati armeggiare sui binari. Lo indico alla donna e lasciamo perdere la questione denti.
Gli impiegati depositano alcune traversine di cemento sui binari, prelevate da una catasta lì vicino, appartenente alla zona con accesso ai soli autorizzati della stazione. Sembrano molto divertiti, si rivolgono con gesti eloquenti alle persone vicine per trascinarle nell'impresa.
Presto la maggior parte dei presenti sul lungo marciapiede aiuta gli impiegati. Io mi limito a dare comandi su come disporre le traversine, mentre la donna si strofina i denti con le dita e a tratti mi osserva ammirata per la mia dimestichezza organizzativa.
In pochi minuti si erge un cumulo di traversine alto ben cinque metri, ci guardiamo in faccia sorridenti, dandoci pacche sulle spalle a vicenda.
Il capostazione annuncia un ulteriore ritardo del nostro treno, seguito da un prestare attenzione sul primo binario per il passaggio di un treno. Proprio il binario con le traversine.
Eccitati, ci immergiamo tutti (un'ottantina di persone) nell'ufficetto del capostazione, che rimane sorpreso, perché si immagina una rivolta contro i continui ritardi, ma abbiamo tutti l'aspetto di persone allegre e spensierate. Indichiamo il binario al capostazione. Questi si sconvolge e ci guarda incredulo, volgendo più volte lo sguardo tra noi e il binario. Tenta invano di uscire dal suo ufficio, ed anche di dirigersi al tavolo dei pulsanti per dare il segnale rosso di stop al treno; lo blocchiamo e gli ficchiamo in bocca due piccoli cellulari giusto per non sentirlo urlare. Nel frattempo perdo di vista la donna.
Attendiamo in assoluto silenzio il treno, e ben presto ne giunge lo sferragliare da lontano, sempre più vicino, finché non vediamo la locomotiva entrare in stazione subito dopo la curva. E' un Eurostar. Il macchinista si accorge troppo tardi delle traversine, o forse se ne accorge e inizialmente trova il diversivo ferroviario divertente, ma poi fischia e aziona i freni di emergenza quando si trova a solo un centinaio di metri. Ci portiamo le mani alle orecchie per coprire l'assordante rumore, e con il cuore in gola per l'eccitazione osservo la locomotiva sventrare il cumulo di traversine e farle a pezzi, il treno uscire dai binari, sobbalzare sull'orlo del capovolgimento e fermarsi dopo pochi secondi, fuori dalle rotaie e piegato di 45 gradi.
Le urla bestiali riempiono l'ufficio, si trasformano in risate paonazze. Gente che si piega per terra dalle risate, alcuni escono sul marciapiede urlando, saltando e battendo le mani. Il capostazione si porta le mani alla faccia stravolta e piange.
Poi qualcuno esce dal treno. Si guarda intorno inebetito, circondato dai festanti. Nei vagoni pare che i passeggeri si stiano aiutando a vicenda per riprendersi, credo che nessuno si sia fatto male, piuttosto avranno preso un grande spavento, però qualcuno grida di chiamare l'ambulanza. Il controllore corre verso la locomotiva, avente la parte anteriore comlpetamente distrutta. Si intrufola attraverso i vetri rotti, senza riuscire ad entrare del tutto nell'abitacolo, e ne esce dopo pochi secondi, chiamando qualcuno al cellulare. Una signora osserva incuriosita tra le lamiere della locomotiva e si volta coprendosi la faccia con le mani.
Noi pendolari ci organizziamo per arrivare a lavoro in auto, a gruppi di quattro o cinque persone. Io prendo la mia, e invito con me una studentessa della Bicocca, un'anziana signora che ha un appuntamento da un oculista a Sesto San Giovanni e una mamma con il suo bimbo che devono andare a trovare la sorella di lei a Milano.
Quanti anni hai? chiedo al bimbo.
Lui guarda la mamma sorridente che gli indica il numero con la mano, apre tutta la manina e dice "quatto!".
Getto un ultimo sguardo al treno. Il capostazione è fermo in piedi sul marciapiede, circondato dai passeggeri incazzati, non dice nulla, fissa il vuoto. Una signora è sdraiata per terra, priva di sensi, e c'è molta gente radunata attorno alla locomotiva. E' strano vedere il treno fuori dalla sua sede, una sorta di antica certezza che non ha più senso di essere tale.
Mi dirigo alla macchina con i miei passeggeri. In lontanza arriva il suono delle sirene di ambulanza e polizia. Mi spiace non riuscire a vedere il modo in cui avrebbero liberato le rotaie, ma il lavoro è lavoro.



04 febbraio 2004

E mi scappa la cacca

Stamattina, entro in ufficio, e mi scappa la cacca.
In realtà mi scappava già da prima, quando ero in treno. I passeggeri seduti vicino a me ignoravano che tenessi a freno qualcosa. Al massimo potevo dare l'impressione di uno che si teneva tutto dentro. Non è bello sforzarsi di tenerla dentro, non tanto per l'immagine in sè, da interpretare come il faticoso tentativo di restare nel limbo degli innocenti della società, ma perchè fa effettivamente male all'intestino. Mi immagino quei contenitori di vetro ornamentali, con dentro quello strano liquido oleoso fosforescente, e quelle bolle luminose che vanno su e giù lentamente. Ecco, nel mio retto succede qualcosa di simile, solo che è meno sensuale e artistico. Ma per me il retto va al di là delle considerazioni estetiche: è mio e lo amo così com'è, con tutti i suoi pregi e difetti riscontrati nel mio quarto di secolo da me e da chi ne ha avuto a che fare.
Comunque, saluto tutti e mi fiondo in bagno. Dopo qualche minuto sgancio il primo stronzo, e ne sento già un secondo in arrivo. Di fianco a me c'è la finestra un po' aperta, e vedo una fettina di cielo sereno, però non azzurro come altre volte recenti. Oggi il cielo a Milano era spento, addormentato, sembrava che ieri sera avesse fatto tardi, forse non si è accorto che stanno allungandosi di nuovo le giornate e al mattino deve svegliarsi sempre più presto.
Mentre pensavo al cielo, sgancio il secondo stronzo, e ne sento un terzo.
Spesso, quando sono nell'intimità del mio bagno, quello a casa mia, subisco un'erezione mentre aspetto di fare lo stronzo. Qui a Milano, invece, non succede mai. Ho quindi paura a disinibirmi con le mie colleghe perché so che in ufficio, se poi arrivasse l'occasione, non sarei all'altezza della situazione.
E così sgancio il terzo stronzo, e sento già il quarto. Guardo in basso e mi rendo conto che non è roba da poco. Conto le mattonelle del pavimento, quelle sui muri e aspetto che un ragno sull'angolo tra il soffito e la parete si muova, ma forse si è alienato a tal punto da essersi incastrato nella sua stessa ragnatela.
E via anche il quarto stronzo, ma ne arriva un quinto, e senza presentimento mi preoccupo. Mi concentro e sgancio il quinto. E subito dopo il sesto. Poi il settimo, l'ottavo, tutti a distanza di pochi secondi l'uno dall'altro. Arrivato verso il ventesimo, più stupito che spaventato (io, non lo stronzo), guardo la tazza e mi biasimo di non aver tirato l'acqua prima, ma la tiro lo stesso, con il risultato di allagare mezzo bagno visto nella tazza non ci stava più niente.
Resto alcuni minuti immobile, pensando al da farsi, e sento di nuovo un altro stronzo. E lo sgancio, e poi un altro ancora, e un altro, fino a far traboccare la tazza.
Un mio collega bussa e chiede se va tutto bene. Il pavimento è allagato e l'acqua esce in corridoio passando sotto la porta. Io dico che va tutto bene.
La cacca non mi scappa più ormai, e resta da pensare a come pulire. Sento le voci dei miei colleghi che borbottano dietro la porta, forse sospettano qualcosa.
La tazza è completamente colma dei miei stronzi. All'improvviso sento arrivarne altri, sono ancora lontani, come una nave i cui alberi appena si scorgono all'orizzonte, so di poterli trattenere e sganciarli una volta a casa. Mi pulisco e cerco invano di chiudere il coperchio della tazza, addirittura comprimo il contenuto, senza ottenere risultati soddisfacenti. Apro la finestra completamente e provo il desiderio di buttarmi di sotto, nel cortile cinque piani più sotto.
Invece vado ad aprire la porta. Faccio un profondo respiro ed esco. Tutti erano lì ad aspettare. Lascio libero il passaggio e si intrufolano per guardare l'interno del bagno.
Umiliato, torno alla mia postazione, e scrivo quanto accaduto, ascoltando le loro esclamazioni di stupore, le frasi di disappunto, le decine di soluzioni proposte per liberare la tazza, addirittura gettando tutto dalla finestra. Adesso sono arrivati quello dello spurgo service. Hanno il sorriso stampato sulla faccia, prima di cominciare passano sempre dal mio ufficio e mi salutano, mi dicono che sono sempre il solito.
Infatti non è la prima volta che mi scappa la cacca in questo modo, anzi. 



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