Il grande mare Quanto ci si può allontanare da un punto temporale sapendo che basta un'istante per raggiungerlo da qualsiasi altro momento? Soprattutto, è possibile? Come si presenta lo scorrere dei giorni da un ipotetico sognatore che si trova fermo per sempre su quel punto temporale? Le onde si frantumano sugli scogli, eppure col tempo avranno la meglio. Le onde del mare di due anni fa si frantumano oggi contro i muri degli edifici milanesi, e sì, so che avranno la meglio. Il tempo cicla su se stesso e se le menti degli uomini sono abbastanza allenate da riconoscere le intersezione temporali possono rendersi conto di fenomeni stupefacenti. Le distanze tra i momenti si allungano, si avverte distintamente il fluire di un istante dopo l'altro, come un canale di trasmissione che tenta di inviare troppi fotogrammi oltre la portata consentita. Il cielo è di un colore schiacciante, fuori stagione. La città è battuta dalle onde, l'acqua si intrufola avida fin nei vicoli più inaccessibili, come fa il mare sulle rughe di una scogliera. Il pomeriggio avrà il sapore ubriancante e la consistenza del miele colante.
Ecco, le solite banali domande ricorrenti ogni sera in taverna e sentivamo che sarebbe arrivata la noia. Non sapevamo più di cosa parlare. I fatti che ci scandivano le giornata erano troppo complessi da esprimere con parole. Il metrò in ritardo, un lavoretto terminato in tempo, la cotoletta a pranzo un po' troppo insapore, il cielo del pomeriggio che diventava nuvoloso. Anche le interferenze causate dal cellulare sul monitor. Tante cose che ci lasciavano sconvolti. Preferivo cullarmi nel ricordo di esse e cercare in segreto il filo conduttore di ogni manifestazione. Fino adesso non sono riuscito a trovarlo. Credo che anche gli altri abbiano attuato la mia strategia, temo senza successo.
Una sera, quella precedente alla mia disfatta alcolica, chiesi a N. per quale ragione mi trovavo spesso a pensare di dire una cosa e al momento di dirla la dimenticavo, con una opprimente sensazione di assenza di gravità. Succedeva anche con le cose da fare. Ma non ero il solo. N. mi raccontava che saliva in camera sua al piano di sopra per prendere un oggetto che gli serviva, al ritorno al piano di sotto si ritrovava con l'oggetto in mano e si chiedeva perché. Lo teneva in mano ponendosi domande imbarazzanti, poi lo gettava sul divano e lo lasciava lì. So bene cosa provava perché ci sono passato anch'io. E' come se nel treno della memoria mancasse un vagone in mezzo, e il treno proseguisse lo stesso, diviso a metà da un vuoto, ed io sono il macchinista, conosco bene i miei vagoni, eppure non ricordo il momento in cui è sparito quel vagone e peggio ancora non so se è mai esistito davvero. Subito dopo che N. ha pensato al fatto che un vagone sia riuscito a sparire nonostante fosse inesistente siamo stati costretti a imbavagliarlo, legarlo e portarlo al pronto soccorso con la mia auto.
Sono passati più di due anni da quando ho scrutato l'orizzone del mare, chiedendomi quante delle antiche navi romane e cartaginesi che solcavano i mari sono ancora là sotto con l'orrore ancorato al fondale. Qualcuno sa e non vuole farle emergere. Ne uscirebbero putrefatte e irriconoscibili, con alcune piccole scintille di vita antica che aveva atteso tutti questi secoli per poter rivedere di nuovo il sole, prima di trasformarsi definitivamente in aria per gabbiani una volta raggiunta la superficie.
Con N. e V. abbiamo discusso a lungo su cosa accadrebbe se strappassimo dal fondale alcuni momenti salienti delle nostre vite. Forse è l'immagine della nave putrefatta che ci ha terrorizzati, l'idea che quei momenti possano vivere ancora un poco dopo averli prelevati, per poi ricadere subito in profondità, molto più pesanti del ricordo di essi. E' angosciante l'idea che gli ultimi istanti di vita di un momento prelevato dal tempo possano rappresentare una finestra da cui gettare uno sguardo sulla morte.
28 gennaio 2004
Caducità del presente e altri ammenicoli di Satana lo smilzo La realtà esiste, sì. Una e assoluta. Basta con questa storia che ci sono infinite realtà soggettive, e che addirittura anche il sonno dei sensi è una forma di realtà. Beh, sì, l'assenza dei sensi è una realtà e in alcuni casi è una manifestazione di lealtà (lo 0,1% dei casi, per la precisione). Sarà banale ma è vero: il 93% dei pendolari lombardi si sveglia accigliato e l'86% di questi non sa riconoscere la propria faccia sulle vetrine mentre si dirige in ufficio. Se il 79% di questi si accorge di camminare con la scarpa slacciata, continua a camminare fissando inebetito il lungo laccio che frusta l'asfalto ad ogni passo. Il restante 21% cerca di allacciarsi la scarpa camminando su una gamba sola. Se entrambe le scarpe sono slacciate cammina ad alti e lunghi salti della durata di 2 o 3 secondi, durante i quali tenta di allacciarsi le scarpe. Ma non tutti, fanno ciò solo il 3% dei 21% di sopra, mentre il rimanente 97%, se ha entrambe le scarpe slacciate, si ferma e si mette a piangere; se qualcuno si ferma e offre aiuto, il 49% urla e piange e più forte, il 51% si mette a ridere sadicamente come se la faccia dell'interlocutore fosse oggetto di scherno e vilipendio. Il 100% di quelli che si mettono a ridere viene preso a ceffoni dal potenziale aiutante, tranne nei casi in cui il nome dell'aiutante è presente nel libro paga del Vaticano. Cosa accada in questi casi lo sappiamo, noi di questo blog, ma il governo a Pechino ha lavato i piatti di notte (è un modo di dire gergale di noi altri), impedendo la diffusione dell'informazione (in realtà accade che si prende il pollicino e si va a fare un giro - Pollicino è il pulmino che gira di servizio a Siena - e comunque anche questo è un modo gergale di dire cosa succede e nasconde un grande avvenimento che spetta al lettore comprendere). - per ricapitolare: La somma di tutte le percentuali parziali escluse la A divise per il loro numero e moltiplicate per il coefficiente costante Scatole Cinesi è 35,925% e si chiama Intercapedine di Ridondanza (Lofrey Barron). Includendo la A è 80,71% e si chiama GianGiacomo (Lofrey Barron Jr) e potrebbe servire a qualcosa (Padre Ralf).
Cosa sta succedendo?
Il succedologo Kramer von Wudher dell'università della Foresta Nera (vedere il Compendio Didattico al Gergo Sessuale) dice che l'umanità sta cancellando dalla propria memoria il presente e si mette a ruttare gas per lunghi secondi, lasciando nell'aria un intenso odore di ammoniaca e metano.
E' vero, il presente sta per diventare una piada-pizza scotta. E così per tutti popoli, razze e stili di vita, occidentali o accidentali che siano. Spiego tosto perché.
La grande quantità di tempo passato non sta più nel vasetto. Urge procurarsi un vasone o almeno un vaso, ma la quantità di tempo rimasta nel futuro non basta per compiere questo enorme sforzo. Infatti, e noi di questo blog lo sapevamo, ogni istante tradotto in realtà costa la bellezza di 1200 KCal quantiche * 1 unità di tempo futuro. Detto miciomicio (...gergo) vuol dire che dobbiamo attingere continuamente dalla cisterna del futuro per poter vivere il presente e lo scarto va a colmare il vasetto che incauti iniziati hanno preparato per il tempo passato (infatti avevano previsto la fine del mondo in concomitanza con la rottura del menisco a Ponzio Pilato, ma il mondo è andato avanti lo stesso, cumulando scarti su scarti, altrimenti avremmo un vaso più capiente). Ebbene, interferire nel passato, oltre che rischiare di infierire più che interferire, richiede una quantità di Kcal quantiche moltiplicate per un numero di unità tempo future che nella cisterna del tempo futuro non ci sono. Cioè non ci sono tutte quelle che servono. Abbiamo appena appena le unità tempo sufficienti per svuotare la cisterna del futuro e arrivare senza sfriso alla fine del mondo, sperando che il vasetto del tempo passato regga e non si rompa, causando, altrimenti, una valanga di interferenze dimensionali provenienti dal vasetto del passato e dirette alla nostra incubatrice.
E se fosse proprio quella la fine del mondo? Cosa cazzo rimarrà, allora, di inutilizzato nella cisterna del futuro?
In ogni caso c'è sempre tempo per stabilire chi è il vero padrone del porco.
A = 100%: pendolari lombardi
B = 93% di A: pendolari lombardi che si svegliano accigliati
C = 86% di B: che non si riconoscono sulle vetrine (e si svegliano accigliati)
D = 79% di C: si guardano le scarpe slacciate mentre camminano
E = 21% di C: si allacciano la scarpa su una gamba sola
F = 3% di E: si allacciano entrambe le scarpe compiendo lunghi salti
G = 97% di E: piange se ha le scarpe slacciare
H = 49% di G: piange più forte se qualcuno lo aiuta
I = 51% di G: ride sfacciato se qualcuno lo aiuta e viene preso a ceffoni
26 gennaio 2004
Mai invitare il capo progetti a pranzo Il capo progetti è quella personcina che deve dimostrare di saper fare almeno le seguenti cose: Inoltre, in teoria dovrebbe evitare di chiamare i suoi colleghi con un soprannome, ché siamo in ufficio e non a scuola. Ma con me è un'eccezione. Io sono denominato "Il maggiordomo". Un giorno scriverò le motivazioni di questo soprannome, magari sulla sabbia della mia cassetta in balcone dove faccio la cacca. Ultimamente vengo a lavoro con l'accetta e qualche tronchetto da tagliare. Capita che ogni ora di lavoro cambio la camicia di cotone con una di flanella a quadrettoni rossi e neri e mi sparo 5 minuti di taglio legna, proprio come se fossi nello spiazzo di fronte la mia casetta in Canadà. Il capo progetti sente i rumori e viene a vedere che succede. Vede che taglio la legna con l'accetta ed esordisce: "anche io ho un'accetta così a casa..." La signora Boffa è una che vive non molto lontano da casa mia e ogni settimana mi porta una scatolone con dentro una cinquantina di bombe a mano inesplose che qualcuno non so chi le porta dall'afghanistan. Mi paga 20 euro per ogni bomba che apro e da cui estraggo l'esplosivo che metto nello stesso scatolone. Quando la signora Boffa torna le do lo scatolone con l'esplosivo e lei mi rifila un altro scatolone di bombe a mano inesplose. Spesso non ho tempo per aprirle a casa allora mi porto il lavoro in ufficio. Capita magari quel giorno in cui non c'è niente da fare e il capo progetti passeggia negli uffici per vedere cosa non faccio e se mi sorprende mentre svuoto le bombe dice: "una volta la settimana vado al mercato ortofrutticolo di Milano e aspetto che arrivino gli scatoloni con le bombe dall'afghanistan... dimmi un po', la conosci la signora Boffa?" Proprio settimana scorsa ero tranquillamente seduto a lavorare alla mia scrivania con la porta spalancata com'è giusto che debba stare. Simona, una novellina poco più grande di me, era sotto la scrivania e mi stava tatuando il cazzo con un motivo prelevato da uno dei primi numeri di PuntoCroce. Entra il capo progetti e nota ciò che sta succedendo. Le mie mani lavorano sulla tastiera per seguire le direttive impartitemi proprio dal capo e intanto Simona ci va giù dura. Il capo progetti resta lì un quarto d'ora a guardarmi lavorare mentre Simona porta a termine il tatuaggio. A lavoro finito, Simona si leva dalla scrivania e va in bagno a lavare gli strumenti. Il capo progetti si avvicina. Tempo fa stavamo lavorando a dirotto. In corridoio giungevano soltanto i rumori dei tasti pigiati. Il capo progetti manda una mail dal suo computer a quelli di tutti gli altri. La mail dice di presentarsi subito nell'ufficio del capo, e così noi tutti facciamo. In ufficio mi faccio i cazzi miei. Nessuno all'infuori di me ha idea di cosa realmente combino lì dentro quando sono da solo; supero di gran lunga l'entità delle azioni che intraprendo in auto o in casa mia. Lì dentro l'aria è pesante e tutto è in penombra, perché alla lunga la luce solare mi incenerisce i capelli. Il capo progetti, cioè uno degno di tale nome, quando è a pranzo con i colleghi narra delle sue esperienze di vita, dei suoi viaggi e dell'enorme quantità di figa che è riuscito a mettere al fuoco. Una volta ha detto che in una citta in sudamerica non ricordo quale ci sono delle birrerie da cui partono delle tubature che vanno nella casa di ogni abitante e tu puoi spillare la birra da casa tua, la birra alla spina, come se fossi direttamente in birreria. Poi, tra un discorso pregnante sulle belle donne e un altro sui vantaggi di dar via il nuovo maggiolone per comprarsi una lotus, scoppia a piangere e rinnega tutto quello che ha detto. Si soffia il naso direttamente sulla tovaglia, lacrima e sbava nel piatto in cui mangia o mangiava, e nessuno di noi collleghi lo caga minimamente.
- capire un problema
- spiegare il problema ai suoi uomini...
- delegare, quindi, i suoi uomini a risolverlo
- scrivere delle ottime mail ai clienti
- avere un senso dell'umorismo tagliente e moralmente corretto
- agire con obiettività, cioè per i soldi
Poi prende in mano due o tre bombe e gioca a fare il circense, e tutte le volte gli esplodono in faccia.
"Fa vedere", dice, con il pollice e l'indice della mano destra sul mento e l'espressione seria.
Mi alzo e gli mostro i risultati.
"uhmm", dice, girando e rigirandoselo tra le dita, "adesso ti faccio vedere com'è venuto il mio..."
Sulla scrivania è riposta una lastra di cristallo e tutto il resto. Le piste vengono tirate una dietro l'altra nel giro di pochi secondi. Torniamo nei nostri uffici e riprendiamo a lavorare.
Sono posizionato in modo da vedere in faccia chi entra ed avere tutto il tempo, se necessario, di eliminare dal monitor materiale compromettente. Spesso il capo mi vede impegnato e mi domanda se può disturbarmi. Se dico di sì si avvicina e mi invita a pranzo con un cenno della bocca e delle mani.
Ci alziamo e ce ne andiamo senza pagare, e per tutto il pomeriggio il capo non si vede più.
Ritorna il giorno dopo e se gli chiediamo chiarimenti sul giorno prima dice di non ricordarsi nulla e di avere un forte mal di testa.
22 gennaio 2004
La gabbia dei criceti Stabilisco che la gabbia dei criceti rappresenta un modello dello spazio tridimensionale del quale abbiamo cognizione. Tale gabbia dei criceti ha un numero limitato di elementi che agiscono tra loro in un numero infinito di combinazioni. Ogni singola combinazione è la rappresentazione di un momento nel tempo. Miliardi di combinazioni significano miliardi di gabbie di criceti. Non esiste una gabbia di criceti uguale all'altra. Non è il tempo che scandisce il passaggio da una combinazione all'altra, ma è il passaggio di combinazione a dare la sensazione che esista il tempo. Quindi avverto la presenza di un fenomeno che chiamo tempo, ma non è detto che esista a prescindere dai fenomeni che avvengono nella gabbia dei criceti. Anzi, io credo che i fenomeni nella gabbia dei criceti avvengano perché la materia non ha espressione ed è immota. I criceti sono creature ferme e immote. Noi, creature senza espressione, siamo ferme e immote. Siamo criceti. Forse i criceti sono dei voluminosi pitali arancioni organizzati in società schizofreniche i cui individui hanno i denti muschiati, ma noi percepiamo il tutto come una gabbia di criceti con dentro i criceti. L'entità uomo e l'entità criceto si confondono. Nella materia non ci sono distinguo. La materia è materia. Ferma e immota. Punto e basta. Nella materia vediamo la materia in movimento; il tempo è la percezione del movimento. L'esistenza è l'illlusione che la materia sia in movimento, l'illusione che stia accadendo qualcosa. Fuori dalla materia vediamo la materia ferma e immota, porca troia. Punto e basta.
Da adesso in poi parlerò della gabbia di criceti intendendola come una precisa combinazione di elementi all'interno della stessa.
La musica cos'è. La musica è un'amplificazione della gabbia dei criceti.
Posso dire, parlando al meridiano di Greenwich e alla linea del cambiamento di data, che la musica sia una cosa che ha a che fare con note ben precise e durata delle stesse. Sempre parlando a grandi linee posso aggiungere che l'assenza di note mi sono rotto il cazzo se ne parla domani
21 gennaio 2004
La collezione di bottiglie vuote
L'autostrada
Mio nonno Quando mio nonno fu chiamato alla leva, scelse di entrare nel corpo dei paragonisti. 36° reggimento paragonisti d'assalto "Babbo Natale". ma lui era uno stoico masochista e si piegò agli ordini ugualmente. una volta mio nonno vide che la truppa era stata decimata, rimase soltanto lui e un soldato. avevano l'esercito nemico a pochi metri. mio nonno disse "vivere è come fuggire da quella parte", il soldato rispose sconvolto "fuggire è come tradire la mandrepatria", e mio nonno "beh, quello non è mica un paragone", ma il soldato non lo sentì perché in quel momento gli entrò una pallottola nel cranio.
Moonamour "Ci senti? mi metti i Police?", urlava Bernardo Rastoni al microfono. Desiderava sentire Walking on the Moon. Prima di atterrare, Maria gli disse che la sua era una scelta davvero scontata, consigliandogli di ascoltare i Pink Floyd una volta giunto sulla faccia nascosta della Luna. Bernardo ribattè dicendo che i Pink Floyd erano ancora più scontati, insistendo sui Police. Allora Maria gli ordinò di ascoltare "Guarda che Luna" di Buscaglione, ma Bernardo la mandò a fare in culo e Maria fece lo stesso.
La suoneria del cellulare Trovavo leggermente fastidiosa quella suoneria che mi annunciava che qualcuno aveva intenzione di entrare in contatto con me. Amici, conoscenti, ragazze, mio padre, Dio. Sembrava che ogni momento fosse buono per essere condiviso con qualcuno a qualunque distanza. Non potevo spegnerlo, perché ogni volta che lo spegnevo succedeva sempre qualcosa che mi costringeva a chiamare per uscire dai guai, e appena lo accendevo suonava subito.
Collezionare bottiglie vuote di vino che hanno solo un dito di vino all'interno, disporle in ordine sulla mensola, diminuendo lo spazio riservato a coppe e medaglie che non sono mie, e quando lo spazio sulla mensola non basterà più, andare a buttarle tutte. Nel più vicino raccoglitore del vetro naturalmente.
Le bottiglie sono chiuse ermeticamente con il tappo di origine o con un altro tappo se con quello di origine non è possibile chiuderle ermeticamente. L'aria contenuta in quelle bottiglie è quella di mesi o anni fa. Non è facile che terzi capiscano una chiusura ermetica, quindi l'apertura della bottiglia è un'attività di mia esclusiva competenza. Il piacere di non spiegare niente a nessuno su come stapparmi le bottiglie dura non meno di tre minuti ogni volta che ci penso.
All'apertura viene sprigionato il sentore del vino sputtanato. La missione implicita è quella di mescolare le molecole atmosferiche tra due mondi. Un po' per volta. La bottiglia va lasciata stappata per pochi secondi. L'azione va intrapresa un giorno sì e uno no, dopo almeno sei mesi dalla prima tappata.
Quando le molecole d'aria del vino sputtanato tornano nell'atmosfera da cui provenivano mesi prima, si disperdono nello spazio e l'anima della bottiglia si fa molto rarefatta. E' difficile respirare l'aria della stanza e avvertire tali molecole. Esse sono riunite in modo troppo rarefatto e non vengono filtrate dal reticolo nasale. L'ideale sarebbe lasciare sempre chiuse la porta e la finestra della stanza e tappare ermeticamente anche i buchi dei formicai tra una mattonella e l'altra. I rappresentanti di alcune associazioni mentali hanno detto che le situazioni ideali sono impossibili da realizzare e che per questo vanno perseguite. Gli esperimenti vanno sempre effettuati partendo con l'idea che falliranno prima di arrivare alle attese conclusioni. L'ansia e lo stress devono decostruire il senso delle cose prima che i cicli biologici inducano il soggetto ad addormentarsi con il sorriso in bocca.
19 gennaio 2004
Guardo con la fronte appoggiata al finestrino l'intermittenza della striscia bianca e cerco di inseguire ogni segmento con gli occhi. Mi viene il mal di testa.
Mi soprendo nel sorprendermi che a 120 km l'ora la possibilità di morire in seguito a una svista sul volante è piuttosto interessante. Se in questo momento fossi il guidatore accosterei alla prima piazzola di sosta, uscirei dall'auto lasciando le chiavi inserite e i passeggeri con le mani in tasca e le fronti sui finestrini, e me la farei a piedi.
A chi sorpassa mostrerei il crocefisso gigante scolpito da gente che se ne intende, il feto di Kubrik al posto di Gesù Cristo e le ombre degli avvoltoi in attesa disegnate sulla testa.
Guardo il cruscotto un secondo e poi fisso il profilo di lei.
"Che c'è?"
"Che ne dici di rallentare?"
Scendiamo a 80 km l'ora. Non che fossimo particolarmente veloci. Però scendiamo.
Sulla destra scorrono i capannoni delle fabbriche. Fra duemila anni saranno usati per contenere siluri di astronavi aliene, un siluro di quelli è grande quanto un intero nostro sottomarino nucleare.
Lui è dietro e dice di mettere la radio.
Accendo lo stereo e giro per le stazioni. Un giro a destra. Un giro a sinistra. Lo stereo è degli anni 80, tutto manopoline, sembra un giocattolo.
"Non c'è niente di interessante a quest'ora", dico.
"Mettilo su una stazione a caso e basta", dice lei.
Lo sintonizzo su Radio Maria, la prima dopo qualche grado di rotazione.
Sulla destra scorrono i filari dei pioppi. Mi ricordo che da piccolo credevo che crescessero già ordinati così di natura.
Passa qualche minuto e lui dice "dopo un po' stufa questa roba"
Spengo lo stereo.
"No... si era fatto divertente", dice lei sarcastica.
"Non serve a niente", dico io.
"Ok allora se non serve a niente buttalo fuori!", dice lui.
"Va bene".
Abbasso il finestrino. Lei mi guarda.
"Pensa alla strada!" le dico.
Estraggo lo stereo e lo lancio fuori.
"Ma sei scemo?", urla lei.
"Mamma mia che coglione!", urla lui.
"Che coglione!", urla lei.
"Ok, facciamo retromarcia e andiamo a raccoglierlo", dico.
"Ma vaffanculo!", dice lei.
Lui ride e dice "che testa di cazzo" e ride ancora.
Lei batte le mani sul volante e comincia un discorso sul significato del gesto.
Sulla destra scorrono i campi. Ogni tanto c'è un trattore incustodito da solo in mezzo al campo. Magari propongo di fermarci e rubarlo, così, tanto per non sentire la manfrina.
"Per favore, rallenta", la interrompo.
"No"
"Dai, rallenta"
"Vaffanculo, e fammi finire"
Le salgo sopra e allungo il piede verso il pedale del freno.
"Ci ammazziamo!" urla lei , prendendomi a pugni in testa.
Lui sbraita e bestemmia, mi tira anche un pugno in testa.
Torno al sedile.
"Rallenta", dico io.
La lancetta si sposta verso sinistra.
"Non è abbastanza".
60 km l'ora, può andare.
"Non mi sembra di guidare così tanto veloce", dice lei.
Sulla destra i capannoni delle fabbriche si alternano a gruppi di casette abitate da due generazioni della stessa famiglia, una per ognuno dei due piani. I nipoti si faranno costruire un terzo piano dove abitare, i figli dei nipoti il quarto, magari anche il quinto, visto che non è possibile allargarsi, e via così. Al primo che decide di andare ad abitare altrove, viene abbattuta tutta la casa. Nel frattempo, nonni e bisnonni non ci saranno più e gli appartamenti in basso non dovranno essere abitati, perché...
"Stai andando ancora troppo veloce", dico io.
"Hai finito di rompere i coglioni?" dice lui.
"Va bene così", dice lei.
"Rallenta".
"No".
"Te lo chiedo per favore..."
Lei sbuffa e lascia un po' l'accelatore. 50 km l'ora.
"Guarda, ci stanno sorpassando tutti", dice lui.
"E allora? Ti rode?", dico io.
"Di questo passo arriveremo in serata", dice lei.
"Tanto non c'è più nessuno da rivedere", dico io.
A tali parole le nostre facce diventano piatte, contrite. Non mi va di voltarmi. So che lei ha gli occhi lucidi. Lui è appoggiato al finestrino destro, ne vedo il viso riflesso sullo specchietto laterale, mentre osserva i trattori vuoti che ci lasciamo dietro.
"Devi rallentare", dico io.
Non rallenta.
"Perché?", dice dopo troppi secondi, e la voce rotta dai singhiozzi.
"Rallenta, ti prego".
40 km l'ora.
Mentre prima le persone erano soltanto fotogrammi catturati in cui si vedeva un omino con le braccia alzate a fare qualcosa o si immaginava che la mattina si alzasse e andasse nei cortili e nei campi per stare in quella posizione tutto il giorno, adesso si va abbastanza lenti per scoprire che cosa fanno realmente. Un signore, per esempio, sta spiegando ad un ragazzo come si usa il muletto, perché il ragazzo è seduto sul muletto e il signore gesticola con la mano indicando le leve, e l'altra mano la tiene sulla spalla del ragazzo. Oppure è il ragazzo che ha spiegato al signore come usare il muletto e il signore sta ripetendo la lezione, e tiene la mano sulla spalla per chiedere clemenza.
Non è il caso di soffermarsi a lungo su queste riflessioni.
"Rallenta un altro pochino...", dico.
"Non stai bene?", chiede lei.
"Già, rallenta... ecco, così va bene".
"Se vuoi mi fermo".
"No, no, va bene così".
Avanziamo un po' di metri a 30 km l'ora. Lei guida e guarda me, si aspetta che dica qualcosa. Lui non so, è dietro.
Do un'occhiata allo specchietto laterale. Dietro non ci sono macchine per un bel po', ma si avvicinano in fretta.
"Ciao eh", dico.
Apro la portiera ed esco. 30 km l'ora non sono tanti, ma per scendere dall'auto in movimento sono troppi se si vuole restare in piedi, soprattutto la prima volta. Cado e rotolo per terra. Mi rialzo e corro verso l'auto.
"Fermatevi!"
Lui è voltato verso di me, mi guarda sbigottito da dietro il lunotto.
"Fermatevi! Devo rifarlo ad una velocità minore!"
L'auto accelera...
"Fermatevi!"
...e si allontana, si confonde nel flusso insieme a tutte le altre.
Mi incammino ai bordi dell'autostrada, lentamente. Adesso ne scoprirò anche le voci.
09 gennaio 2004
un paragonista era uno che accompagnava i soldati in campagna militare. A mio nonno la campagna militare non piaceva. quando ne parlava, estraeva dal taschino un evidenziatore e quindi, in merito alla questione, sottolineava il fatto che se in tempo di guerra era necessario convertire l'industria per la produzione bellica, non voleva dire che la stessa cosa fosse da fare per il settore agricolo e le zone rurali. il vedere mucche e maiali in tuta mimetica lo nauseava. andare a pesca al fiume con l'obbligo di indossare gli anfibi lo faceva arrabbiare, perché appena cercava di acchiapparli quelli saltavano nel canneto e gracidavano chissà quali fanculi. a volte vedeva tomaie slacciate in cuoio nero saltellare sull'acqua e non capiva. nemmeno quando vedeva l'antiaerea equina bombardare uno stormo di passeri capiva ciò che vedeva.
comunque il paragonista se ne stava fermo e non faceva niente, doveva mettersi a parlare quando terminavano le munizioni.
appena la truppa notava che le cose erano messe male, per esempio uno zaino aperto poggiato di sbieco che poteva rovesciare tutto da un momento all'altro, il paragonista se ne usciva con sparate di tal peso: "una pallottola che perfora le carni e buca l'osso è, forse, come un
rastrello che ti giunge alle spalle e ti entra nella schiena uscendo dall'altra parte"
allora tutti i soldati correvano verso un granaio e facevano incetta di rastrelli, poi si recavano alla trincea e li lanciavano contro il nemico, per esempio un carro armato.
mio nonno diceva che gli ricordavano le incisioni rupestri su in Val Camonica.
quello fu l'unico momento in cui mio nonno fu felice di saper fare il
paragonista.
qualche anno dopo, a differenza del soldato, mio nonno faceva all'amore con una donna, ma non era ancora mia nonna. in quel periodo cominciò a soffrire di paragonismo, così passava il tempo a scrivere poesie.
04 gennaio 2004
Questo accadde sei ore prima, poco prima di posarsi sul satellite. Adesso l'astronauta Bernardo Rastoni, nonsostante lo scotto, scrutava l'orizzonte incuriosito. Ogni collina celava un cratere e Bernardo si chiedeva se prima o poi non avesse trovato qualcosa di interessante dentro uno di esso. Il suo piccolo segreto era cercare tutti gli oggetti andati perduti sulla Terra. Da piccolo Bernardo voleva diventare falegname come Geppetto, perché vedeva in lui una maniera abbastanza terrena e vicina di essere Dio.
La mammina gli raccontava sempre la storia che se un oggetto veniva perso e non si trovava più, allora era sicuramente conservato sulla Luna, insieme agli oggetti smarriti di tutti gli altri. Gli disse anche che Dio abitava sopra le nuvole. Bernardo capì e diventò astronauta, per diversi motivi: trovare il terzo bullone rosso del meccano, la cui mancanza gli impediva di completare la gru con le ruote e passare ai giochi di carte; ritrovare la fede perduta; chiedere a Dio, nel caso avesse trovato la fede, spiegazioni su cosa fossero realmente i fulmini globulari e ulteriori dettagli sul passato di Casarini.
Bernardo balzava sulla crosta lunare con la paura che un salto mal calibrato potesse proiettarlo verso lo spazio profondo. Paura infondata, visto che lo scudo stellare in orbita attorno alla Terra avrebbe rilevato un corpo fuori rotta, disintegrandolo a pochi chilometri dalla superficie lunare.
Si allontanava lentamente dalla capsula nella quale era rimasta l'astronauta Maria Patella, che stava ascoltando per la settima volta consecutiva l'album Tommy degli Who a tutto volume, ignara dei richiami di Bernardo. Di Maria non si sa niente, se non che da bambina aveva il vizio di raccogliere da terra le formiche per ingoiarle vive.
Bernardo rotolò lentamente giù per una scarpata. Maria osservava sul monitor le acrobazie del collega, riprese dai satelliti che le mandavano anche sulla Terra. Era la prima volta che l'Italia, grazie al governo Berlusconi, metteva piede sulla Luna.
I filmati annoiavano Maria, perché le sembrava di osservare la moviola di una passeggiata in scafandro, così aumentò la velocità di trasmissione: i fatti arrivavano prima che accadessero realmente. Aumentò ancora la velocità, fino ad arrivare ad una scena futura in cui mise il fermo immagine perché non credette ai suoi occhi per ciò che vedeva, e continuò a non crederci, e non credeva nemmeno di poterci credere.
Intanto Bernardo camminava ancorato alla sue delicata realtà, dove il tempo scorreva normale, e sarebbero dovute passare diverse ore prima di allinearsi con il monitor della collega. Intorno a sè solo silenzio.
Improvvisamente... "Non è vero che ripeto sempre la stessa cosa...", disse Maria nelle cuffie di Bernardo.
"Cosa? Maria, che c'è?", rispose Bernardo.
"Non è vero che ripeto sempre la stessa cosa...", ripetè Maria.
Bernardò si fermò. Attese in silenzio alcuni istanti.
"Non è vero che ripeto sempre la stessa cosa..." ripetè Maria.
"Maria, sei impazzita? Piuttosto, mettimi i Police"
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa...
Bernardo pensò a quelle leggende che circolavano all'accademia, leggende di astronauti tornati sulla Terra totalmente impazziti. Ne ricordò alcune. Un astronauta cinese rientrò a Pechino dicendo davanti alle telecamente di tutto il mondo che nello spazio gli uscivano i puffi dal cuore, subendo in diretta le reazioni somatiche di un infarto. Una donna russa tornò sulla Terra muovendo sempre la testa come per dire di no, ma diceva "prendo questo o prendo quello?". Un uomo tedesco, un uomo, disse al mondo di aver improvvisamente partorito una bambina dopo aver visto una cometa a distanza ravvicinata, e siccome ne parlarono tutti i giornali in prima pagina per una settimana, ci crederono tutti quanti.
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa..."
Non voleva pensare che a Maria fosse toccata quella sorte, cioè si proibiva di pensarlo, ma già ci credeva.
Si sentì orgoglioso di essere ancora sano di mente. Scoppiò a ridere. Le risate rimbombavano nella tuta e venivano ascoltate da miliardi di terrestri, mescolandosi con la voce di Maria...
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa..."
Si guardò attorno. Vide una collinetta dal contorno perfettamente curvo, e si diresse verso essa per simpatia.
Aveva aumentato il passo. Era ansioso di esplorare quanto più territorio possibile. Voleva che nelle mappe lunari italiani ci fosse la sua firma in fondo a destra. Voleva diventare qualcuno. Voleva ritrovare la fede. Avrebbe costruito la gru con le ruote.
"..non è vero che rip..."
La voce di Maria fu spezzata da un sibilo crepitante. Bernardo si fermò, sulla cima della collinetta. Dopo alcuni secondi giunse una voce maschile, lontana.
"Bernardo, astronauta Bernardo Rastoni, rientri nella navicella, è un ordine".
Di nuovo il sibilo crepitante e poi il silenzio. Sentiva che era successo qualcosa. Sapeva di dover tornare indietro, conosceva gli ordini. Un impulso profondo partì dal cervello ordinando alle gambe di esplorare ancora. Sentì una morsa di rancore nel petto.
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa..." ripetè Maria nelle cuffie.
La gamba destra si mosse avanti. Il rancore esplose in tutto il corpo e i nervi vibrarono di rabbia. La gamba destra fece un primo timido passo e la sinistra cominciò ad alzarsi. Voltò lentamente la testa nella direzione dalla quale era venuto, come se la navicella fosse lì dietro a spiarlo. Il piede sinistro si appoggiò soffice sulla sabbia bianca, la gamba destra cominciava un nuovo passo. Il rancore svanì. Una fitta di tristezza gli riempì gli occhi di lacrime. Tornò a guardare l'orizzonte davanti a sè. Sospirò. Si fece sopraffare dalle gambe e con un passo dietro l'altro si lanciò verso la pianura.
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa..."
"Ma stai zitta, minchiona!"
Bernardo saltava, rotolava, si lanciava a missile per alcuni metri, scavalcava i crateri piccoli con un salto mortale. Sulla Terra credevano che fosse tutto finto. Di nuovo il sibilo.
"Astronauta Bernardo Rastoni, se non torna immediatamente alla navicella, saremo costretti ad abbandonarla sulla Luna."
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa..."
Bernardo registrava ogni cosa che vedeva, già sognava di trasformare la geografia dell'Australia come quella lunare, utilizzando la gru del meccano, basandosi sulle mappe che avrebbe disegnato. I suoi pensieri furono disturbati da un altro sibilo.
"Astronauta Bernardo Rastoni, il presidente in linea."
Questa è bella, pensò. Voleva mettersi a ridere ma lo stava già facendo da un pezzo.
"Caro Bernardo, qui è Carlo che ti parla", disse il presidente.
"Carlo chi?", chiese Bernardo.
"Carlo Azeglio Ciampi!", urlò il presidente.
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa...", ripetè Maria.
"Prego?", chiese Ciampi.
"E' impazzita, la lasci parlare", disse Bernardo.
"Caro Bernardo, chi non lo è ormai?", chiese Ciampi.
"La prego di smetterla, non sono qui per farmi abbindolare da lei", disse Bernardo.
"Ma no, cerca di capire. Vogliamo riportarti sulla Terra e farti diventare un esempio di orgoglio nazionale."
"Mettetemi Walking On The Moon dei Police e farò come volete voi", disse Bernardo.
"Non farebbero più al caso i Pink Floyd?", chiese Ciampi.
"Osantiddio..."
"Ok ok, aspetta lì"
"E chi si muove ahah"
Bernardo rimase nel silenzio ad ammirare il panorama di luce. Nel cielo appariva una falce di Terra.
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa..."
Giunse un altro sibilo alle cuffie e poi la musica. L'intro di tre note di basso e un accordo in re minore fecero aumentare improvvisamente il battito cardiaco dell'astronauta. Piangendo, Bernardo si lasciò roteare nello spazio, sfiorando il suolo come un palloncino. Vedeva la Luna orbitargli intorno, il cielo nero incombeva sul bianco pallido della roccia, e lui era in mezzo. Tutto questo gli provocò un orgasmo, in un triangolo di sesso cosmico tra la sua piccola mente, lo spazio nero e la Luna. Gemeva, muggiva, al ritmo delle bacchettate sul bordo del rullante. Nel ritornello vedeva la gru con le ruote sollevare la Luna, lasciarla oscillare e scaraventarla contro la Terra col suono di quei due colpi secchi di rullante che chiudono il ritornello. Sulla Terra erano risate.
Quando la canzone finì, Bernardo rimase in estasi ancora un po', col cuore sudato. La Terra era quasi del tutto spuntata. Sembrava che morisse d'invidia a guardarlo.
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa..."
Bernardo s'incamminò. Di nuovo giunse il sibilo.
"Astronauta Bernardo Ras..."
Staccò il ricevitore dalla tuta e lo gettò per terra.
"Scassacazzi..."
Ora, solo con se stesso, non era più solo. Lui era la Luna. Camminò a lungo. Talvolta si sdraiava sulle dune e lievitava. Si fermava a osservare strani geroglifici che incontrava su alcuni piccoli monoliti di pietra, tra i rilievi scomposti dove antiche creature lasciarono il segno della loro esistenza. Osservava i contorni frastagliati delle creste rocciose, intorno ai crateri, e le vallate pianeggianti rilucenti d'azzurro, la luce del Sole riflessa dalla Terra. Le alture, sparse per il territorio costellato di crateri, apparivano imponenti e desolanti. Si diresse verso una di esse. A lungo salì per il pendìo.
Arrivato in cima, si trovò davanti uno sterminato altopiano. Qua e là si ergevano dossi squadrati, cumuli di pietre e dune. Alcune rocce, le più lontane, sembravano molto vicine, apparendo estremamente piccole. Bernardo se ne accorse quando, percorrendo alcuni chilometri, vide quelle rocce che gli sembravano piccole e vicine ingrandirsi di pochissimo. Dovevano essere enormi, pensò. E quando lo pensò, qualcosa di invisibile scomparve dalla sua mente, sopraffatto dall'ignoto. Camminando tra le rocce, il silenzio soffocante lo inebetiva, lo costringeva a guardare ipnotizzato ogni dettaglio del paesaggio.
Giunse al margine di un piccolo cratere avvolto per gran parte nella penombra. Non riusciva a distinguerne il fondo. Incuriosito, scese per la ripida parete, lasciandosi alle spalle una spessa nube di sabbia. Scese per circa duecento metri e si fermò. Era avvolto nell'oscurità. Sopra di lui, il cielo che prima era nero adesso appariva grigiastro, illuminato dalla bianca roccia dell'altopiano. Guardò in direzione del centro del cratere. Gli parve di notare un ombra più scura della roccia intorno. Il fatto che avesse gridato "c'è qualcuno laggiù?" dimostra pienamente che fosse arrivato alla frutta, ma aveva dimenticato di essere sulla Luna e, soprattutto, non si sentiva solo.
Una parte di lui credeva fermamente che non poteva esserci alcuno in quel luogo, che quegli eventi fossero tutti fasulli e che non fosse mai giunto lassù. Ma ancora più in fondo, nella sua coscienza, una voce senza fiato gridava di tornare alla navicella. Invece le sue gambe si mossero verso il centro del cratere. Man mano che si avvicinava distingueva chiaramente una sagoma scura dai contorni definiti. Si fermò di nuovo. Il suo cuore pulsava più forte. Ne sentiva i colpi in gola, sulla lingua e alle tempie. Voleva sputarlo, il cuore. Capì che aveva paura. Ciò che vedeva non era un ombra. Era una presenza. Si avvicinò.
A pochi metri da lui, al centro del cratere, un barbecue era saldamente ancorato al suolo. Questo è ciò che potevano vedere i suoi occhi. Cosa pensò realmente non lo saprà nessuno. Bernardo ebbe l'impulso di togliersi il caso. Si tolse il casco. La piccola creatura che rovesciava carbonella si fermò a fissare il volto paonazzo di Bernardo che si dimenava per terra e cercava di incontrare i suoi occhi terrorizzati.
Con una forchetta in mano, brandì un pezzo di salsiccia e disse: "oè, ce famo sta grigliata?"
"...non è vero che ripeto sempre la stessa cosa...".
Sulla Terra videro tutto. Tutti videro tutto e nessuno più parlava.
Il corpo di Bernardo Rastoni giaceva inerte. La creature continuava a cucinare le sue salsicce. Le girava e rigirava sorridendo di tanto in tanto a Bernardo. Andò avanti per diverse ore a girare salsicce, sempre le stesse tre salsicce e sulla Terra continuava ad arrivare il segnale. Nessuno era più capace di interrompere le comunicazioni. Nessuno reagì. Erano tutti ipnotizzati da quella visione. Non accade nulla per ore e ore, finché il sottoscritto non decise di aprire il frigo per prendersi una birra, ma la birra non c'era.
02 gennaio 2004
Comunque era sopportabile, e qualche volta, non lo nego, piacevole. Un domenica pomeriggio il cellulare vibrò. Avevo tolto la suoneria, perché siccome in treno la sentiva tutto il vagone, credevo che potesse rispondere anche qualcun'altro, o che alla fine della telefonata mi chiedessero "beh, chi era?". Lo chiesi io, invece. Era il mio capo ufficio. Mi chiamò per risolvere un problema urgente. Domenica pomeriggio. Ok, sono un tradizionalista, è vero, un conservatore, uno che non ama deformarsi per rispondere alle esigenze del mercato. Mia mamma lo diceva spesso: "i capelli devi lavarteli ogni giorno, non quando hai voglia tu". E quindi eccomi seduto di fianco al mio capo. Non so perché accettai. Forse mi impietosì il tono allarmato e implorante di quel "devi venire subito".
Incredibile.
Restai in ufficio fino a notte fonda. Erano le tre quando avevamo risolto il problema. Ero pronto per tornarmente a casa. Il capo si parò davanti con due sacchi a pelo. Non disse niente e capii al volo. Non disse niente mentre mi fissava infilandosi nel sacco, aspettando che lo facessi anch'io. Non disse niente nemmeno quando io, da dentro il sacco, gli dissi 'notte. Poi però si mise a parlare nel sonno, diceva di essere un bovaro che allevava mucche con le ali, e che non aveva mai tempo per scendere giù a valle ad allacciare le scarpe ai dipendenti di una catena di ristoranti filippini, più altre frasi risalenti all'infanzia non ancora alfabetizzata.
La storia si ripetè nei giorni successivi. Ricevevo continuamente telefonate dal capo in piena notte.
Una domenica mattina il cellulare squillò. Domenica mattina. Senza nemmeno guardare chi fosse andai sicuro sicuro in ufficio. Era chiuso. Allora tirai fuori il cellulare dalla tasca, che nel frattempo aveva continuato a suonare, e risposi. Era mia nonna, aveva bisogno di me. Diceva che mentre tirava fuori dall'auto i sacchi della spesa, mia madre (sua nuora) l'aveva spinta nel bagagliaio, e poi l'aveva chiusa dentro.
Se spegnevo il cellulare facevo incubi orribili. Sognavo di essere spaventato a morte per qualcosa, di soffrire tantissimo e sempre di più, senza mai risolvere la tensione di paura. Nel sogno avevo il cellulare in tasca, lo prendevo, componevo un numero. Dall'altra parte arrivava un "pronto", ma poi, sul punto di chiedere aiuto, non riuscivo a dire nulla. Mi sforzavo, avevo le parole pronte, eppure non uscivano, avevo come un peso immenso al cuore che mi strappava la forza di parlare.
Sottomesso dalla paura. Terribile. Ma tra i due incubi sceglievo il minore.
Col passare dei giorni passò anche la pazienza. Spensi il cellulare. Nel giro di 48 ore una motocicletta mi transitò su un piede; fui investito dalla lambretta dell'arrotino; fui attaccato da uno stormo di passeri senza sapere il perché; trovai una colonia di scarafaggi in fondo alla scatola di fagioli che avevo appena svuotato; mentre andavo a Milano, rimasi bloccato tra le sbarre di un passaggio a livello e per salvarmi guidai sui binari fino a Milano a non meno di 160 km/h con l'Eurostar alle chiappe. Poi tutto tornò calmo.
Cellulare spento, a casa la sera e sveglia al mattino. Fui richiamato più volte dal capo, che mi regalò sette cellulari ultrapiatti e ultracostosi, con tostapane e scaldabagno incorporati, addossandosi lui le spese degli abbonamenti, e io li vendevo a suo figlio. Non cedetti mai.
Una mattina il capo mi chiamò nel suo ufficio. Entrai. Lui mi venne incontro e mi strinse la mano. Con l'altra mano mi porse la liquidazione. Non disse niente.
Avevo preso due piccioni con una fava. Forse è meglio dire che li avevo persi senza la fatica di sprecare una fava. Avevo due fave ma non avevo il piccione. Questo piccione voleva più di due fave. Lavoro e cellulare non esistevano più per me, ma evidentemente non avevo fatto abbastanza. Mi sentivo incompleto.
Qualche tempo dopo cucinai un mattoncino di taleggio in una padella, e in un'altra padella della maionese e poi li mangiai.